BIBLIOTECA NAPOLETANA
DI STORIA LETTERATURA ED ARTE
ENEDETTO CROCE
NUOVE
CURIOSITÀ STORICHE
T'?t\
NAPOLI
Riccardo Ricciardi editore
MCMXXII
o-
Proprietà Letteraria
Tutti i diritti sono riservati a norma delle vigenti leggi.
NAPOLI - TIPI SILVIO MORANO
ALL' EDITORE RICCARDO RICCIARDI
Caro Riccardo,
Or son tre anni, nel raccogliere in volumi alcune serie
di miei scritti grandi e piccoli, detti a te un gruzzolo di
noterelle di varia erudizione, che mettesti a stampa col titolo
di Curiosità storiche.
Con mia meraviglia, dopo solo pochi mesi, tu mi an-
nunziasti che V edizione se n era spacciata e che conve-
niva ristamparla. Dunque, — pensai — nonostante la guerra,
nonostante tutti i cangiamenti accaduti nei gusti e nelle idee,
nonostante che io quasi non riconosca più la mia Napoli e
scontri ora per le sue vie una gente quasi nuova e alla
quale mi par d'essere straniero, c'è ancora chi ama le
tradizioni locali, V aneddotica storica e letteraria, le mi-
nute notizie che valgono a rendere prossimo e come
domestico il passato ? Ci sono ancora di quelli coi quali
è dato ripigliare o iniziare un animata conversazione, fatta
di comuni simpatie, su cose care e, in verità, innocenti ?
Ti confesso che questo pensiero mi apportò qualche gioia,
e m indusse subito al proposito di trarre dai miei lihriccini
d' appunti, e più ancora dalla mia memoria, gli argomenti
di altri scrittarelli simili a quei primi. Così sono nate queste
Nuove curiosità storiche, che forse non saranno nemmeno
Vili
le ultime, perchè a me giova, negli intervalli di più gravi
lavori, tornare a tale sorta d'indagini quasi come a un
giuoco riposante e rinfrescante. Esse, mentre pur servono
a determinare particolari e a riempire piccole lacune, in-
fondono in chi le coltiva una placida voluttà: la Voluttà
che il buon Wagner, il famulus di Faust, provava, quando,
nelle lunghe serate d'inverno, solitario al lume della lu-
cerna, trascorreva di libro in libro e di carta in carta, e
con trepida mano si faceva a svolgere una veneranda
pergamena.
Abbimi sempre
Frascati, IO luglio 1921.
Tuo
Benedetto Croce
I.
IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
BENEDETTO DI FALCO
La Descrizione dei luoghi antichi di Napoli e del suo
amenissimo distretto di Benedetto di Falco è ancora con-
sultata dagli eruditi, i quali vi trovano, fra l'altro, parti-
colari di costumi e alcune notizie di artisti, importanti
perchè sincrone.
Ma essa non è un arido notiziario, come potrebbe cre-
dersi da questo esclusivo modo di adoperarla e citarla,
e io voglio leggerne oggi con voi qualche pagina per
mettere in risalto gli affetti e le intenzioni che la ispirano
e che determinano disegno e stile dell' operetta, di pic-
colo pregio letterario veramente, ma non senza pregio come
documento nel quale si rispecchia la vita del tempo.
La data stessa della prima composizione e pubblicazione
è degna di nota, perchè il 1535 (1) fu Tanno reso solenne
dalla venuta a Napoli dell'imperatore Carlo V, reduce dalla
(1) L'edizione del 1535 (« in Napoli, per Mattia Canzer da Bre-
scia ») sembra perduta, ma fu veduta dal GIUSTINIANI, Saggio storico
sullo tipografia del regno di Napoli (Napoli, 1793), p. 238. Mi valgo
di quella « stampata in Napoli, appresso Joan Paolo Suganappo in la
piazza degli Armieri, MDXXXXVII1I », che certamente è rielaborata
e, per così dire, messa al corrente.
I
2 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
spedizione di Tunisi; e all'imperatore il Di Falco rivolge
direttamente la parola nell'ultima parte del suo scritto.
Napoli si riempiva, in quel tempo, del lieto sentimento
di avviarsi a degno e prospero avvenire. Terminate con
la vittoria di Spagna le lunghe guerre coi francesi, che
avevano avuto uno dei loro episodi nel lungo e vano
assedio della nostra città ; congiunto ormai saldamente il
regno di Napoli a un grande Impero e soggetto al mag-
gior dinasta del mondo, del quale da molti secoli non si
vedeva il pari ; pacate le fazioni dei baroni , di cui an-
che i più riottosi e tenaci nell'odio sembravano conciliati
col nuovo dominio ; i nobili e tutto il popolo napoletano
accoglievano lietamente Cesare, alle cui imprese guerresche
nelle varie terre di Europa e sui lidi di Africa avevano
partecipato, e che con la sua presenza veniva come a
consacrare e inaugurare quella che pareva la nuova era.
La vita sociale rifioriva: i baroni, che in sempre maggior
numero si stabilivano in Napoli, vi edificavano nobili pa-
lagi, e vi sfoggiavano il lusso delle loro corti ; la lette-
ratura ripigliava le gloriose tradizioni del tempo aragonese
e sorgevano accademie di letterati e di filosofi ; s' intro-
ducevano le rappresentazioni teatrali, non più delle pic-
cole farse allegoriche o giocose, ma della nuova com-
media e tragedia, che era risalita a Plauto e a Te-
renzio. La stessa edilizia della città si trasformava ed
ampliava per opera del nuovo viceré, don Pietro di
Toledo : Napoli si faceva più ricca, più decorosa e più
bella. Tutto ciò dice calorosamente il Di Falco nella fi-
nale perorazione:
Se a l'esercizio delle armi attendemo, vi potrei infiniti cavalieri a
nostri giorni, teneri di età e gravi di senno, raccontare, che a futuri se-
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 3
coli larga speranza nell'arme prometteno, nel cui esercizio travaglian-
dosi al tempo debito si vedranno animosamente le imperiali vittoriosis-
sime insegne seguire, come gli avi e i padri loro fedelissimamente se-
guirono. Se delle lettere ragionamo, già gli antichi studi delle prime
Academie se apreno, se ben, come sovra fu detto, per disavventura
furo poc' anti interrotti ; gli onorati esercizi s' insegnano, gli animosi
fatti si veggono, e i peregrini ingegni di novo in Napoli fioriscono. Già
nella Academia de* Sereni si vede di nova luce il biondo Apollo
risplendere ; in quella degli Ardenti i sacri accesi incensi della
virtù fumano e nell'amicizia degl' Incogniti la conoscenza di sé
stesso proponesi. Se della musica dire alquanto volemo, oltre di quello
naturale istinto di che par che il Cielo abbi ogni napolitano spirito
dotato, ormai particolarmente quasi ciascuno a la natura l'arte giun-
gendo, e di giorno e di notte, talor con voci, talor con strumenti, talor
con entrambi, diverse armonie in diversi luoghi si sentono con dol-
cezza mirabile. Ma che diremo dell'altre arti onestissimamente eserci-
tate? Agli edifici le antiche forme si rendeno, a le acque gli usati an-
tri chiusi ingegnosamente si appalesano, la terra già sterile si coltiva,
le paludi ingorgate si spediscono, e l'aria agli abitanti sana e chiaris-
sima rendesi. E se bene alcuni, come si suole, l'error seguono, nulla
di meno più gli uomini prudenza, e le donne pudicizia e castitade ab-
bracciano, i fanciulli dottrina imparano, i giovani modestia e senno di-
mostrano, e i vecchi onorati essempi porgono. I spettacoli ritornano,
le scene si ripresentano, e le gare di musica si apparecchiano ; e perciò
non è meraviglia se in Napoli furo ed infino ad oggi correno le nazioni
lontane. Perchè dalla Alemania, dalla Francia e dalla Spagna vengono
gran signori, tutti dal grido della sempre onorata Napoli a meravigliarsi
di lei e a goder con lei ; e stupiscono de* ben solcati campi, de' culti
monti, de' fioriti lidi, e delle fruttifere valli, degli adorni giardini, delle
chiare, fresche e dolci acque, che da verie fontane in diverse guise da
napolitane mani in candidi marmi (mercè del gran Toledo) ingegnosa-
mente intagliate stillano, con mormorio dolcissimo ; si meravigliano delle
industriose arti della riguardevole ed esercitatissima plebbe, della ono-
rata cittadinanza, della gentil nobiltà e della valorosa cavalleria; si ral-
legrano de' principi, de* duchi, dei conti, de* marchesi suoi, de' quali,
mercè della liberalità della Maestà Vostra, la nostra Napoli è così abon-
devole : siccome da Parthenio degli sovradetti Incogniti un giorno, nanti
4 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
al dotto e saggio vescovo di Lesina, Museo degli Incogniti, e tra gli
amici suoi, fu con lungo discorso raggionato. Prolunghi dunque l'eterno
Iddio per Giesù Cristo Signor nostro gli anni e la sanità de l'anima e
del corpo a la Maestà Vostra, a gloria sua e beneficio della Christiana
Republica, onde vegga i figli de' suoi felicissimi nipoti insino alla quarta
generazione, avendo sempre a core la mia fedelissima patria , invece
della quale in queste umili carte e in questo basso inchiostro a quella
sempre m' inchino. Laus Deo.
I Parthenio n degli Incogniti era, come ben s'intende,
lui stesso, che apparteneva a quell'Accademia, e n Mu-
seo n, il vescovo di Lesina, Baldassarre Maldacea (1).
II Di Falco dice nella prefazione che si era ramma-
ricato vedendo che Napoli non avesse trovato ancora
chi facesse per lei ciò che molti antichi fecero per le
loro città, e dei moderni il Sabellico per Venezia, il
Biondo per Roma, il Merula per Milano, e altri per al-
tre ; e a Partenope, " dolce e bella sirena mia n, rivolge
la parola nella prima pagina del libro, e a Napoli, n cara
mia madre ", nell'ultima, con poetici modi, dolente solo
n di non aver cantato " di lei n con tal grave stile e con
tale leggiadria di parole n da rendere il suo Sebeto
1 equale ad Arno e a Sorga n.
Napoli era sopranominata, allora, n Napoli gentile n,
e questo epiteto il Di Falco illustra e convalida ; ma
anche n Napoli fedele n, e questo secondo egli prova il
bisogno non solo d'illustrare ma di difendere. Perchè c'era
stato un n bugiardo scrittore e maligno n, Pandolfo Col-
lenuccio, il quale, nella sua Storia di Napoli, aveva osato
dire che " li regnicoli sono di tanta inconstanzia che
(1) Cfr. MINIERI RICCIO, Accad. di Napoli, in Arch. stor. nap.t
V, 528-9.
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 5
tanto non si ribellano quanto non hanno a chi ribellar-
si ". E veramente cocevano ancora al ricordo le ribel-
lioni, consuete per tanti secoli, dei baroni, e continue e
gravissime sotto gli ultimi aragonesi. Il Di Falco non nega
il fatto, ma lo commenta e lo spiega:
Quanto a quel che si dice delli Baroni che si ribellaro dal Re Fer-
rando vecchio, la Maestà vostra deve sapere che la maggior parte delli
Baroni di questo regno sono discesi o da Normanni e da Franzesi an-
gioini, o da Tedeschi di Svevia; li quali per loro naturale nobil san-
gue non poteano tolerare aver signor lontano dalla nazion loro, e di tali
ribellioni in ogni paese e sotto ogni principe sogliono accadere. El re
di Franza fu abandonato dai suoi franzesi, dal quale già si ribellò il Du-
ca di Borbona ; ed ora, in questo tempo, alcuni principi della vostra
Germania non solamente si sono ribellati dalla Maestà vostra, ma an-
cora hanno avuto ardimento di ccmparire innanzi al volto del felicissi-
mo e potentissimo esercito della Maestà vostra con armate schiere, ben-
ché dal valor dell'invitto Imperio sia stato loro posto ragionevole freno.
Similmente, per quel che si intende, un cavalliero spagnuolo, della com-
pagnia Gerosolomitana di San Giovanni Battista, tradì il Gran Maestro
e diede Rodo al Gran Turco ; e di simili errori si potriano scrivere
molti riscontri ; di maniera che in diverse provincie si commetteno, in
diversi tempi e per diverse cagioni, or giuste or ingiuste, simili errori.
Tutti siamo macchiati d'una tintura.
E perciò giova meglio contrapporre al male, che è
comune a tutti i tempi e popoli, il bene : le prove di
fedeltà degli stessi baroni napoletani a re Ferrante nella
guerra con Giovanni d'Angiò; le più insigni che furono
date al re Cattolico e all' imperatore Carlo dal duca di
Termoli Andrea di Capua, da Prospero e Fabrizio Co-
lonna, dai marchesi della Pescara e del Vasto, dal prin-
cipe di Salerno, dal protonotario Caracciolo , dal conte
di Sarno e dal suo figliuolo Vincenzo Tuttavilla , da
6 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
Fabrizio Maramaldo, dal duca di Castro villari. Vero è
che anche un vecchio motto, d'accordo col giudizio del
Collenuccio, diceva che la insegna di Napoli è " uno
animai che, tenendo a dosso la barda vecchia, riguarda
la nuova n !
Tale insegna — esclama il Di Falco — io non vidi giammai, essendo la
insegna della città un campo d' oro, che è il color del Sole, il quale
anticamente adoravano li Napolitani, e mezzo rosso, che è il color della
Luna, qual dimostra la matina per li vapori che riceve dalla terra, per
esser un pianeta che è più vicino ad essa terra degli altri pianeti, mede-
simamente adorata dagli stessi Napolitani. Deh, s'io potessi far qui men-
zione della incostanzia d'Italiani e le torombelle della Italia, direi che
tale animale con simil barda sarebbe più convenevole al rimanente del-
l'Italia ch'a noi Napolitani I
Lo stemma, infatti, di Napoli era quale lo descrive il
Di Falco ; e il cavallo, variamente atteggiato , si trova
invece negli stemmi dei due più antichi e maggiori " se-
dili nobili " della città, quelli di Nido e di Capuana,
che in certa guisa rappresentarono talvolta la città stessa.
Come che sia, in questa affannosa difesa della n fedeltà n
politica di Napoli freme il ricordo del passato e trepida
la sollecitudine dell'avvenire.
Ancora più conforme ai tempi è l'altra e più agevole
difesa della n fedeltà n religiosa di Napoli, che il Di
Falco non dubita di mettere a confronto con le assai di-
verse condizioni in cui si trovava per questa parte il po-
polo dominatore, gli spagnuoli.
Per la mistura dei barbari Mori e altre genti settentrionali feroci,
essi Spagnuoli sono stati infettati e macchiati quanto alla fede di Cri-
sto, e acquistarono anche il nome Mauro cioè Moresco, detto « Mar-
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 7
rano », quasi « Maurano » (1). E questo loro non è vergogna, perciò
che la forza l'ha causato ; voglio io dire che per la lunga dimora di
infedeli Mori non al tutto la setta moresca infedele si ha potuta toglier
via. Per la qual cosa ragionevolmente nella Spagna s'inquidono gli Ere-
tici, come nell'Alemania coloro che non vogliono osservare li veri e
santi precetti della Ecclesia romana... E questo tenemo noi per cosa
certa, per la vicinanza di Roma e del Papa, dalli quali ogni dì siamo
romanamente ammaestrati, massimamente che Napoli non mai fu signo-
reggiata da Mori o da altri uomini infedeli, per li quali ne causasse al-
cun sospetto de infedeltà, non essendo noi vicini alli Mori, come la
Spagna.
E qui il pensiero ricorre subito alla ferma risolutezza
dei napoletani contro i tentativi che più volte si erano
ripetuti in ogni tempo e non parevano del tutto abban-
donati, d'introdurre nella loro città, luminosa per la sua t ^d^
irreprensibilmente cattolica, 1* inquisizione spagnuola (<? ).
Pure, in Napoli lo spirko religioso si moveva allora con
libertà, che poi venne soffocata ; e nelle accademie, nei
monasteri e nella società elegante, e presso lo stesso po-
polino, si notava un fervore di sentimenti e di pensieri che
rispondevano al gran moto, mistico della Riforma. E forse
lo stesso Di Falco, senza avvedersene, partecipava a quel
peccaminoso fervore.
Chi era per esempio, quel signor Leonardo Curz, Ale-
manno, al quale egli dedica l'opera sua e che chiama n caro
figliuolo n, e dice che aveva un fratello , Sigismondo,
nella corte imperiale? Che cosa era venuto a fare, o
(1) Non sarà inopportuno avvertire chela derivazione di « marrano »
è altra : quella parola valeva « maiale » e si dava agli infedeli.
(2) Si veda quel che è detto in proposito nel mio libro : La Spagna
nella vita Mattana durante la Rinascenza, Bari, Laterza, 1917, pp.
210-213.
8 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
che cosa faceva, a Napoli? Il Di Falco lo conobbe " per
un'opera devota " , con la quale il Curz n confortava aìla
pazienza cristiana , leggendola di continuo n , e perciò
volle essere del numero dei suoi amici, e suo n compa-
gno per lo medesimo affetto di Cristo, la cui umana bontà,
stampata nei nostri afflitti cuori, fa che nel mezzo di loro
seda un eterno onore e un certo spiritual profitto delle
divine promesse del cielo ". Il Curz egli ammirava come
n pregiato della grazia cristiana, cosa da dovero meravi-
gliosa, giovane d'anni e vecchio nei santi pensieri di Cri-
sto... ". Par quasi di udire gli accenti coi quali allora
favellavano, in Napoli, gli amici di Juan de Valdés.
L' operetta del Di Falco si apre con le lodi del sito
di Napoli, e poi, cominciando da Posillipo, vien descri-
vendo le strade e chiese della città ; tratta anche delle
antichità di Pozzuoli e dei bagni, e termina, infine, con
le lodi degli abitatori.
Vi abbondano digressioni sulle costumanze, e una in
particolar modo piacerà leggere, nella quale l'autore de-
scrive minutamente le fastose mense e i lauti conviti dei
signori napoletani. Questa digressione si trova a propo-
sito della n strada degli Orefici n :
In questa strada si lavora l'oro e l'argento con ogni artificiosa ma-
niera di lavoro. Conciosiacosachè non molti anni addietro li Principi e
Baroni del Regno costumavano mangiare ne* vasi d'argento e bevere
in oro. Laonde, entrando tu nelle sale de' bei palazzi, harai a mera-
viglia, riguardando gli alti riposti adorni di vari vasi scolpiti da di-
verse imagini e di nove congetture, quali riposti luoghi i latini chiamano
abacos; questi la notte risplendono per li pendenti candelieri di rame
ciprio e della Alemania, lucenti di molte fiamme. Poi vedrai un'altra ri-
posta lavala, piena d'altretanti vasi di ricco cristallo con diversi smalti
e bei lavori, collocati ivi a diverse bevande vari preziosi vini. E nel
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 9
mezzo una comoda mensa torneata di politi e galanti servitori, che ivi
con loro piatti d'argento aspettano le minute delicate carni trinciate da
un destro e atteggiato trinciante, il qual da greci è detto chìronomon.
E di più riguarderai una lunga mensa coperta di due bianchissimi man-
dili, o dirai mesali, di sottilissima tela d'Olanda, crespi a spesse pieghe,
ripieni di tanti gelsomini odoriferi e bianchi, che veramente paiono ivi
vezzosamente piovere, con altre frondi de cedri di celo d'oro, che em-
pieno d'odore gli invitati. Questa sontuosa signoril mensa è divisa di
convenienti e nettissimi servietti col suo coltellino ad ogni uno il suo;
e tra due sta un bel becchiero, pieno del vino detto « vernaccia », dagli
antichi « vinacia », in cui si bagnano le vane nevole, dette da lombardi
« cialdoni ». E quivi sogliono essere gli antepasti, come sono quei pezzi
inzuccarati, quali noi chiamiamo « pignolate », detti latinamente da
Hermolao Barbaro « pugillares ex nucleis pineis et saccaro », scrivendo
del suntuosissimo convito che fé' il signor Giovan Jacovo di Triulzi
quando tolse per moglie la illustrissima signora Donna Beatrice di Da-
valos di Aquino, zia del gran Marchese di Pescara. Evvi ancora quel
cibo di zuccaro, qual chiamano « pasta reale », e mustaccioli », da la-
tini mustacea ; tal ora gli spicoli degli aranci dolci, posti in un qua-
dretto d'argento, avvolti nel succaro. E spesso per antepasto pononsi
il melato cibo de' cedri e de' limoni, qual cibo Hermolao nomina lymo-
niacum pultarium, da noi la « cedronata », paruto alli nuovi Apicii in
comminciar da dolci cibi e salsi, come sono li presutti salviati cotti col
vino e con la salvia, e le rosse sopressate. Finiti questi primi cibi af-
fatto, vengono gli altri antepasti, li quali li latini chiamano ientacula,
quali sono i fecatelli arrosti e avvolti nelle frondi del lauro, spasi delle
miche del pan bianco, ora le tenere animelle del capretto, ora quel-
l'ossa allesse che noi chiamiamo « gammoncelli » della vitella ; e, man-
gitisi gli antepasti, udirai la voce dell'accorto maggiordomo, che ha sem-
pre l'occhio agl'invitati, con un severo ciglio fare cenno ai paggi, li quali
obediscono quasi a tintinno di galera al maggiordomo, detto da sacri
dottori « architriclino ». Questi ordinatamente portano con lor candide
e nette mani, chi il biancomangiare, grecamente detto leucophagon, chi
le carni allesse con varie menestre e vivande, quali i latini chiamano
ferculo con vari sapori detti latinamente condimento. E innante che si
porta la vivanda arrosta (cosa lodevole e signorile) si tcgliono via li
primi servietti e si mettono li secondi. Quivi vedrai cibi tosti arrosti
10 I.-IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
con mirausi, peperati e civeve, a diverse fogge cotti ; e, mentre si man-
gia con la cortegiana modestia, udrai alquanti festevoli detti de saggi e
honorati cavalieri, e per avventura d'uomini dotti, li quali debbono es-
sere di molto pregiati e avuti in tanto prezzo in quanta viltà si di-
spregiano li fastidiosi e ignoranti buffoni. Finita la cena sontuosa e
varia, sentirai un soave profumo , che fumando riesce dalli panni di
lino avvolti a modo d'una torre e a molte pieghe, con suoi palichi po-
sti di piega in piega per purgare li denti, per gustare alla fine tanti co-
riandri sparsi nella tavola coverta del primo mesale, levatone il secon-
do, distribuiti alquanti pezzi della turta marzopane, che Hermolao chia-
ma placentam ex nucleis amigdalinis confectam, e altre cose di zuccaro,
che una voce chiamano tragemata, e la retinente cotognata, chiamata
da Hermolao streitea cotonea ex saccaro. Quinci guarderai tanti ricchi
panni di razza (1); quindi tante ricchezze de vari vasi d'argento, e in
ogni parte cose belle e di meraviglia. Ora oggi, in cambio degli orefi-
ci, sono li cretari, li quali empiono li reposti de vasi de terra, molto
disconvenevoli alli grandi personaggi. Li quali in questa avara etade
sono assaliti da angusti e avari desiri, che gli astringono quasi a un
vivere privato popolare.
Erano quelli (come si sente in tutta la descrizione e
più chiaramente in queste ultime parole) n tempi senza
invidia n, nei quali i popolani tenevano a vanto patrio il
lusso che spiegavano i signori nella loro città, e anzi li
censuravano e rimproveravano, quando sembrava loro che
inclinassero a un " vivere privato e popolare " !
IL
Popolano era certamente il Di Falco, e, sebbene di
lui manchino notizie biografiche, non è difficile dai suoi
libri ricavare che la sua professione principale dovette es-
(1) Arazzi.
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 1 1
sere quella del n maestro di scuola n (1). Vocabolari e
grammatiche, rimari e prosodie sono tutte le altre sue ope-
re, tranne un libretto nel quale trattò un tema di moda
in quegli anni, la dottrina dell' amore (2).
Il Vocabolario della lingua volgare, che egli aveva com-
posto e al quale rinvia nel suo Ternario del 1 535 come
a opera che avrebbe messo presto a stampa, rimase pro-
babilmente inedito, e, certo, non se ne ha altra notizia.
Ma il Rimario (3) è il primo lavoro di qualche ampiezza
che comparve in questo genere, come l'autore stesso af-
ferma: n Non si è fatto ancor rimario degno da pubbli-
carsi e del quale comunemente abbiano voluto servirsi gli
scrittori n.
L* autore si fonda per esso su dieci autori (laddove i
tentativi precedenti erano ristretti al Petrarca, o al Pe-
trarca e a Dante): e i dieci autori sono catalogati in que-
st'ordine: Petrarca, Boccaccio, Dante, Ariosto, Pulci, San-
(1) Alcune notiziole sulle sue amicizie letterarie e sulla stima che
godeva in Napoli, raccoglie ora il PÉRCOPO, in Napoli nobiliss., nuova
serie, II, p. 4 n.
(2) Questo trattato Dell' amore, in volgare, dedicato a Francesco
Carafa conte di Pacentro, e stampato in Napoli, presso Giovanni Sulz-
bach Alemanno nel 1538, in 4°, è notato nel CHIOCCARELLI , De
illustribus scriptoribus neapolitanis, ed. Meola (Napoli, 1 780), pp. 98-9 ;
ma 1' ho cercato finora invano nelle biblioteche. Il MlNIERI RICCIO,
Biografie degli accademici Jllf omini detti poi pontaniani, p. 110, ri-
corda anche una lettera del Falco, preposta alle rime di GlOVAN DO-
MENICO Lega (Napoli, 1535),
(3) Rimario del Falco: infine: stampato in &£apoli per Martinio Canze
da Brescia e ad tnstantia de li honorohili uomini Antonio Iooine et Fran-
cesco Vitolo Librari Napoletani compagni MDXXXV adì 8 del mese
di Qiuglio.
12 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
nazaro, Bembo, Landino, Machiavelli e l'autore del Cor-
tegiano.
Può sembrare strano a un lettore moderno, ma è af-
fatto naturale rispetto alle idee allora correnti, che a Dante
si assegni solo il terzo posto, e per dippiù che si espon-
gano a lungo le contrastanti opinioni sul pregio di lui co-
me testo di lingua, alcuni negandogli autorità ed altri ri-
conoscendogliela: ai quali ultimi si unisce il Di Falco,
che perciò n non ha osato togliere dal numero dei buoni
autori del parlar toscano sì gran poeta n. Nondimeno, poi-
ché furono divulgati i fogli della sua opera, gli fu mosso
rimprovero di aver incluso il rozzo Dante tra le sue au-
torità; sicché egli, tra per amor proprio che lo spingeva a
difendere il partito al quale si era appigliato, e tra per
isdegno contro la qualità dei censori, fa di costoro, cioè
della doppia classe di costoro, che erano i n pedanti n
(ossia i suoi colleghi nella professione dell'insegnare) e la
gente di mondo, feroci ritratti satirici. E chiama i primi
n huominucci che quando, con una lunga chiave a lato,
per aventura vestiti di cotone, ragionano con le madri dei
lor discepoli, fingendo esser fedeli amanti, sonettando de
la fronte, de la luna, de* capei d'oro, de* denti eburnei,
l'avorio, le perle, madonna segnora che siete bianca co-
me un cigno, e altre parole simili, pensano trapassare con
lor pedantesca fetidità tutti altri divini ingegni n; e qualifica
i secondi come n alcuni oziosi chiamati cavalieri n , e gli par
n mirabil cosa di un gentil' hominuzzo, usato spaziarsi per
le strade, con piedi fuor de la staffa e con le mani spen-
solate sugli umeri de' staffieri, con lo scopino a dietro e
'1 specchio nel petto, abbaiando per la via con li denti
disgragnati, sgombavando da le finestre di donne, persuaso
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 1 3
da lor vani pensieri " , che " presuma dar giudizio di Dante
e d'altri poeti n. Nella foga della difesa, esce perfino a
parlare di Omero, per sentire il quale bisogna farsi n ome-
rico " e a paragonare Dante con Platone, che è il Dio della
filosofia e sta n nei ripostigli aurei de' divinissimi spiriti ",
laddove Aristotele n per sua disavventura a tutte l'ore è
ne* refettorii e cucine de' frati n. E altresì annunzia di
aver composto una speciale apologia di 'Dante.
Per un altro verso è curioso un disegno, e una spe-
ranza, che balena al Di Falco circa la allora e poi con-
troversa unità delle lingua italiana, che egli si acconciava,
tra la varietà delle lingue o dialetti d'Italia, a riporre prov-
visoriamente nella Toscana e nei buoni scrittori, ma che
in modo definitivo gli pareva che potesse essere effettuata,
come pel latino da Roma, per l'italiano da Venezia. Ve-
nezia era l' orgoglio di tutti gli italiani nella prima età del
cinquecento ; ed essa sola (dice il Di Falco) potrà forse
" con la consulta de' dotti n riformare l'idioma italiano e
farne " una lingua comune a tutti n: seppure (soggiunge,
passando di utopia in utopia) l'imperatore Carlo V, ri-
ducendo tutto il mondo aria fede cristiana, non darà a
tutto il mondo una sola lingua: la lingua universale o la
lingua internazionale unica (che non si chiamava ancora
il volapiik o 1* esperanto).
Il dialetto, per intanto, insidiava da ogni parte il Di
Falco, che traduce i vocaboli del suo rimario dal toscano
nel napoletano, e sovente egli stesso crede di scrivere in
italiano e scrive in dialetto. E questo vezzo, che screditò
presso i letterati il suo libro come rozzo e volgare, ne
forma ora per noi Y attrattiva principale : come attraenti
sono altresì le osservazioni storiche e morali che egli in-
14 I. -IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
tercala qua e là. Alla parola metafora, per esempio, pro-
testa contro l'aggettivo n divino ", applicato a " maledici n,
col dire il n divino Aretino n , e si meraviglia che i mode-
stissimi Veneziani permettessero che questa n prepostera
metafora si stampasse n.
Il Rimario non ha dedica, perchè (dice l'autore) è de-
dicato ai lettori stessi; ma, in cambio della dedica, nel-
i introduzione sono celebrati alcuni signori che il Di Falco
aveva cari, Fabrizio Gesualdo signore di Consa, Camillo
Gesualdo arcivescovo di Consa, Antonio Doria, Scipione
Capece, Giovambattista Carafa priore di Napoli, il fio-
rentino Antonio di Gagliano; nel corso del libro, tra gli
altri, Bernardino Martirano (1); e, nel commiato, si com-
pie addirittura un viaggio di ossequio, prima a Gaeta o
a Fondi per inchinarsi a Giulia Gonzaga, indi a Siena
a salutarvi quei gentiluomini, e a Venezia, a far atto di
sottomissione al Bembo, poi a Roma, e finalmente colà dove
si trovava la donna dell' amoroso e cortigianesco culto
dell' autore, che era la più famosa bellezza campana di
quel tempo, la gentildonna aversana Lucrezia Scaglione,
vedova di un Carafa.
(1) «...L'eccellente signor mio il segnor Bernardino Martirano, se-
cretano dignissimo in questo regno de l'Imperator Carlo quinto di Au-
stria nostro segnore, che sì come egli è generoso cavaliere di antica
prosapia e di bellissimo e giocondissimo aspetto, sì ancora sommo let-
terato di belle e recondite lettre, e di savia e molta lezione: una sua
opera dottissima e florida in prosa orazione scritta, ne la quale lepi-
damente e con uno stil dolce e grave narra gli amori d'Ismene e Isme-
nia ». L'Ismene del Martirano era, dunque, un romanzo in prosa, e non,
come crede il POMETTI (/ Martirano, Roma, 1897, pp. 61, 68), un
« poemetto ».
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 1 5
Ed ovunque sarai interrogato — dice egli al suo libro — rispondi
eh' io sono Benedetto da I* insegna del Falcone, ucello rapacissimo e
di tenace artiglio, che da colà de 1* assedio di Napoli infino che ad
Amor piacerà sta preso et artigliato dagli amorosetti artigli d'un amo-
roso ucellin, che vola per le venuste, giovanili, vaghe e belle gote del
dolcissimo e divino viso de la eccellente Segnora la Segnora LUCREZIA
SCAGLIONE, ricca di bellezza e di virtù, la qual, venuti in Napoli di-
versi pittori, da diversi paesi, con diversi pensieri per ritrarla, né la
man d'essi quantunque forza né pennel quantunque accorto, né color
quantunque fino effigiarla volser mai...
Ma il Di Falco ci ritrae la bella donna nelle sue molte
sventure domestiche e nella fortezza d'animo, onde tutte
le dominava :
...è nata per fronteggiar la fortuna sua perpetua nemica, la qual, in-
consulta e incostante, or animosissimi suoi fratelli ha spenti, parte morti
negli onorati steccati, parte in servigio sacro dei pontefici, e parte tra-
fitti da lei diversamente; ora una sua cara, bella e real figlia, contessa
di Piacentro, moglie de 1* eccellentissimo segnore il segnore Raimondo
Ursino conte del detto Piacentro, in teneri anni spense...
Se col Rimario aveva provveduto ai bisogni dei ver-
seggiane in volgare, con le Syllabae poeticae, pubblicate
nel 1539(1), provvedeva a coloro che verseggiavano in
latino; e dedicava questa prosodia a un giovane, Giovan
Tomisio o Giovan Tommaso di Capua, probabilmente suo
discepolo. Il quale " giovinetto patrizio " (patricius ado-
(1) Ne reco il titolo preciso, perchè è dato arbitrariamente dai bi-
bliografi : Syllabae podice (sic) ad rem poeticam necessarie (sic) commo-
diori atque faciliori ordine quam pridem ordinate (sic) a BENEDICTO
FALCO Neapolitano ad illustrem doctumqueiuvenem Ioannem Thomisium
cognomenfco de Capua. In fine: Excusum opus est honesti Marci Antonii
Passeri Neap. iussu in officina Matthaei bionensis Die 18 Octobris
Anno domini MDXXXIX.
16 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
lescens) due anni dopo poneva la prefazione e la racco-
mandazione a un altro libro del Di Falco, De origine he-
braicarum, graecarum ac latinarum literarum, deque nu-
meris omnibus (1). Evidentemente l'autore era in quel
tempo presso i De Capua, perchè all' arcivescovo Pie-
tr* Antonio dello stesso casato, vigile rettore delle cose
sacre e studioso della legge divina e umana, ma non di-
sdegnoso delle belle lettere, è dedicato V opuscolo, nel
quale ricorda le dispute intorno a quei tre alfabeti, fatte
alla presenza di lui. Il Di Falco ripigliava sul proposito
speculazioni che erano già in Platone, ma (diceva il suo
raccomandatore) colà tutte ravvolte nelle ambagi e nei
labirinti socraticarum argutationum, ironiarum et isago-
garum, e presso di lui, invece, che aveva spremuto il
succo delle opere platoniche e d'infiniti altri volumi, tutte
spiegate e limpide, rese comprensibili anche a giovanetti
e fanciulli. Anche queste noterelle sulle singole lettere e
sui misteri dei numeri sono piene di ravvicinamenti e di
osservazioni curiose. Dirà del B: n Hoc elemento loco
u utebantur antiqui, ut Benacus nunc, olim Uenacus, mi-
rabili olim mirauilu sic quoque comparabili comparauili,
uibo uiuo, bixit uixit... ut apud nos neapolitanos il uino>
lo bino ob magnam affinitatem b cum u n. Dirà dell' Y:
n Hoc elementum graecum est, et graecis nominibus tantum
additur, hac litera in nominibus dumtaxat graecis utimur.
At ambigenti cur nostri pueri discentes, legendo ipsam, fio
(1) BENEDICTI DE FALCO Neapolitani De origine Hebraicarum grae-
carum ac latinarum literarum deque numeris omnibus. Ad Illu. et Reveren-
dissimum Petrum Antonium de Capua Archiepiscopum Hydruntinum...
Neapoli apud Ioannem Sultzbachium Germanum Marci Romani iussu.
Anno Domini MDXXXXI.
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 1 7
nominent, dicendo /, u, x, fio, z; dicimus quod quum latini
diphtoneum v cum iota ad imum ipsius scripto in y verte-
rint, sic compositum ipsa litera x tensa videtur, a graeco
vocabulo cpoto, idest extendo et produco n. Dirà dell'L.:
n Cui literae L hominem laqueo vitam finientem plautinus
ille servus adsimilavit. Quippe quae in Etruscis cantile-
nis iterari ac repeti solet Petrarca : Laura che '1 verde
lauro e l'aureo crine n. E così via.
Alla fine, in una nota, l'autore domanda scusa per aver
adoperato nella stampa le lettere latine a indicare i suoni
ebraici, per aver dato il greco senza spiriti e accenti, e
per aver omesse le utili postille marginali, per le quali i
compositori tipografi di allora s* impazientivano, impres-
sores moleste ferunt: proprio come i tipografi odierni, del
dopo guerra !
Anche 1* ultimo libro che sia noto del Di Falco, sui
barbarismi latini, stampato nel 1548 (1), è composto con lo
stesso metodo, perchè il latino vi è di frequerte tradotto
a questo modo: n Myrapolium, la potecha del parfumie-
ro n; Ruga, la grinza, la rechieppa n; n T^ictus, lo musso n.
Naturalmente, l'ispirazione è ciceroniana, e grande vi ap-
pare 1' aborrimento per i vocaboli del latino medievale,
e particolarmente per quelli barbara ac foeda, pertinenti
alla dialettica ossia alla scolastica.
Il libro è stampato a Sarno, dove da tre anni il Di
Falco dimorava, chiamatovi da quel Vincenzo Tuttavilla,
(1) 11 titolo esatto è: ZftCulla vocabula barbara a latinae linguae vero
ac germano usu remota atque alia studiosis iuvenibus pernecessaria aà
institutiones grammaticales pertinentia. Per BENEDICTUM DE FALCO
Neapolitanum dudum recognita. In fine: Sarni per Franciscum Fabrum
Picenum XV Cai Iunii MDXLVIII.
18 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
che nella Descrizione di Napoli egli aveva lodato pel va-
lore dimostrato nei combattimenti presso Algeri, in cui,
uccisogli il padre conte di Sarno alla presenza dell* im-
peratore, egli seguitò gagliardamente a pugnare, n facendo
più istima della servitù imperiale che dell'affetto verso il
morto padre ". Diventato poi conte di Sarno, volle che
ai giovani di quella terra, suoi vassalli, il Di Falco im-
partisse l' insegnamento delle cose grammaticali, latine e
volgari. Un umanista, collega del Di Falco nella profes-
sione dell* insegnare, il Sidicino, pose in fronte al libro
un epigramma encomiastico; e un medico di Sarno, i rin-
graziamenti per aver lasciato stampare 1* opera insigne,
non a Napoli, come si doveva, ma a Sarno. Ma assai
fresca e vivace è la pagina nella quale il Di Falco stesso
spiega al lettor cut autor Samum venierit; e perciò mi
piace darle in parte tradotta:
Candido lettore, tu già vedi che io cessai di esser cittadino e lasciai
i fastidi della città e mi ridussi a Sarno. Dove primamente mirai il
monte piantato degli alberi di Minerva, sul quale è il castello per na-
tura fortissimo, e 1* altro baluardo che si chiama la Torre dell' Orsa.
Poi, il suburbio steso in lungo sotto il monte, donde sgorgano copiose,
dolci e gelide acque; ma più feconde quelle che fluiscono con rapidi
rivoli dalle radici della rupe, sulla quale è fondato il palagio del si-
gnore, che si vede da ogni punto. Per di qua le acque formano il fiu-
me che si chiama Sarno, che non sorge (come gli altri fiumi) da un
sol lato o dal grembo del monte; perchè da una parte del suburbio
verso r occidente, nel luogo chiamato le Gole (fauces), dov' è 1* altra
forte sicurissima difesa della terra, scaturiscono vivi fonti, e dall'altra
parte, verso l'oriente, erompono altri fonti, e gli uni e gli altri subito
confluiscono dov* è la selva che ha il nome di Longula. Questi condotti
d* acqua e derivazioni di fonti servono da utilissime irrigazioni nei
campi e di essi il fiume si accresce, non al modo di altre correnti che
si riempiono di acque estranee; ed ora per tortuosa via bagna i colti
I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI 19
campi, e passa pel ponte dove è Scafato, e si getta a mezzogiorno nel
mare. Ed è pieno in ogni tempo di gamberi, e nell* estate di anguille.
Qui amplissimi campi feraci del più sottile lino; colà, un lago abbon-
dante di ogni sorte di uccelli, dove l'illustre Conte (come lo chiamano)
spesso va a caccia, e si chiama quel luogo « Tar tarilo », dove l'acqua
per l'estrema gelidità impietra , e « tartaro » chiamano quel genere di
pietra. E di qui si ha alla vista il monte Vesuvio, a cui è prossima
Napoli; di là, i colli di Sorrento, e perciò da ogni parte si vede la più
bella faccia di tutte le cose. L* amenissimo territorio si chiude con
aprici e fertili monti, coronati di molto arbusto, che genera un soave
vino, chiamato volgarmente « verniglio » che non si stima meno del-
l' antico falerno. Cosa ancora più propizia, il clima è clemente e sa-
luberrimo.
Il Di Falco trovò, in sì dilettevole soggiorno, ogni bene;
rimedio alla podagra di cui soffriva, buona aria, buona
gente, cordiali accoglienze, e grandi querceti, che davano
a lui vecchio il modo di scaldarsi a buon mercato nel
verno, cosa che in Napoli, per la sua povertà, non po-
teva; e nell* estate le fresche acque del Sarno, e, soprat-
tutto, in ogni tempo il soave vino. n Chi vorrà schernirmi
(egli conclude) se lasciai Napoli e mi trasferii a Sarno
pel vino, quando è noto che Mezenzio, re di Etruria,
lasciò il suo regno e apportò aiuto ai Rutuli contro i La-
tini solo condotto dalla mercede del vino, come attesta
Plinio ? Chi vorrà schernirmi quando a Sarno ho trovato
un così magnanimo conte per Mecenate ? n
Ma più beato, forse, egli doveva sentirsi nel tranquillo
e confortevole asilo in quegli anni in cui tanta parte della
lietezza e prosperità di Napoli, descritta da lui qualche
anno innanzi, s'intorbidava e spariva; e l'ultimo dei grandi
baroni, il principe di Salerno Ferrante Sanseverino, del
quale egli aveva celebrato la fedeltà a Spagna e all'Im-
pero, soggiaceva in impari lotta ed era condannato a
20 I. - IL PRIMO DESCRITTORE DI NAPOLI
morte e costretto alla fuga e agli esilii; e le accademie
dei Sereni e degli Ardenti, e anche la sua, quella de-
gli Incogniti, erano disciolte per sospetti di idee politiche
non meno che di novità religiose; e il n gran Toledo n
lavorava a fiaccare ogni spirito d'indipendenza nel baro-
naggio napoletano, e a stendere sulla morente libera cul-
tura italiana il sudario dell'incultura spagnuola, e comin-
ciavano i tempi grigi, i tempi dell'alleanza tra la reazione
cattolica e l'assolutismo degli Asburgo , i tempi della
immota pace d' Italia.
II.
L'AMOROSA STORIA DI MADAMA
LUCREZIA
IN UN' INEDITA CRONACA QUATTROCENTESCA
Scriveva questa cronaca, intorno al 1 478, Gaspare Bro-
glio, figlio del celebre condottiere Tartaglia , e la scri-
veva a Rimini, dove si era fermato presso Sigismondo
Pandolfo Malatesta (1). Lo scrittore aveva sangue na-
poletano nelle vene, perchè suo padre era figlio naturale
di Raimondo del Balzo Orsini, principe di Taranto.
A un certo punto della sua scrittura piacque al cronista
segnare in carta il racconto, che era corso per I' Italia
venti anni innanzi, degli amori del gran re Alfonso d'A-
ragona con una donzella sua vassalla : famosi amori tut-
t'insieme appassionati e casti, e che s'intrecciavano con
la politica di quei tempi (2). Il racconto raccoglie i
tratti che la fama aveva divulgati e la tradizione fissati,
e li accompagna con aneddoti altresì diventati tradizionali;
e perciò ha V aria di una leggenda che si narri alla
nuova generazione, ed è condotto in forma novellistica o
(1) La Cronaca del Broglio è manoscritta nella Biblioteca Gambalun-
ga di Rimini, n. 77 ; e debbo l'indicazione e trascrizione delle pagine,
che trattano della d' Alagno, all'amico Corrado Ricci.
(2) Si veda il saggio su Lucrezia d' Alagno nel mio volume : Storie
e leggende napoletane (Bari, Laterza, 1919).
22 II. - L'AMOROSA STORIA DI MADAMA LUCREZIA
romanzesca. Piacerà leggerne qualche brano nell' ori
ginale.
Come accadde a re Alfonso d'incontrarsi con Lucrezia
d* Alagno e sentirsi accendere d'amore per lei ?
Regnando in ripeso e tranquillo stato la Sacra Maestà di Re Al-
fonso d'Aragona, andando a suo diporto per la sua vaga città di Na-
poli, accadde, come cosa disposta dalle influenzie superne, che una no-
bile damisella, sospinta da volubile volontà, presentito lo strepito delli
cavalli, con alquante sue compagne trascorse alle finestre per vedere.
Dove la Maestà del Re alzando gli occhi, quelli in un medesimo tempo
si contemplarono nella luce della damisella. Lo splendore della quale
parve alla Maestà sua che li raggi delli suoi lustranti penetrassero per
insino al core, quasi tutto intenebrato di melodia , non interessando
però el sguardo d'essa, [che] ognora più grato gli era. E così, infiam-
mato e trafìtto dal colpo di Cupido, se ne ritornò allo real palagio, e,
chiamato un suo caro confidente, di subito mandò e intervenne [colui]
di chi era figliola questa nobile damisella.
Il padre della fanciulla, conosciuto F affetto e la bra-
ma del re, subito la concesse in balia del suo sovrano:
gratamente illa concedette, e, recevuta che l'avea in sua podestate, fu
cologata in un real palagio, con tutte quelle solennità appartenente a qua-
lunque altra e degna regina, dalla corona in fuora. Seria cosa inestima-
bile a narrarvi le magnificenzie e li preparamenti de arazzi commessi ad
oro per le sue camere, le credenzie adornate tutte e piene d'argento
con vasi d'oro, cancellieri e sottocancellieri, scalchi e sottoscalchi, mae-
stri di stalla con degni palafreni, avianti struzieri con più vari uccelli ra-
paci, trombetti, pifari, e più altri maestri di strumenti, cantatori gentili,
per sua compagnia di molte damiselle e di nobilissime gentildonne in
quantità, d'ogni qualitade ; e, quando isciva ad alcun diporto o al santo
officio, cavalieri e nobili erano diputati ad accompagnarla, e sempre con
el nobile barone. Li suoi vestimenti erano risplendenti con gemme, perle
ed oro di gran valuta : solo la corona li tolleva el nome di regina, ma
ogni altro apparato v'era copioso, le rivisitazioni fatte a lei, simiglianti
II. - L'AMOROSA STORIA DI MADAMA LUCREZIA 23
no a regina, ma a ogni imperadrice. Lengua umana non lo porria espre-
mere li onori operati a questa nobile creatura ; e dipoi fo appellata MA-
DAMA LUCREZIA.
Par di udire una fiaba con le improvvise trasformazioni
e meraviglie prodotte dal capriccio di una fata o di un
mago. Ma alla realtà storica ci richiama quel che segue,
confermandoci che la somma attrattiva della donzella na-
poletana era segnatamente nella sua insinuante parola,
nel suo tatto e garbo.
Potreste dire : — Era costei sì bella ? — Rispondo : — Mai no, ma
d'una gentile e altiera maniera e vaga, degna d'aspetto; con suave loquela,
come melodia, erano le sue parole, che infiammava il core del superno Re.
Ne mancano a questo punto le riflessioni morali sul
tema di Amore, che non risparmia neppure i re, immersi
nei loro gravi pensieri. Quale meraviglia che re Alfonso
s'innamorasse come un giovinetto della sua piacente vas-
salla, se, non volendo risalire fino a re Salomone, in tempi
prossimi il serenissimo e glorioso imperatore Sigismondo
s'invaghì in Siena di una bella ragazza, a nome Caterina?
El dicto Imperadore aveva delli anni appresso di novanta, tutto bian-
co comò armellino, e, così vecchio, sopra li suoi capelli, portava una
ghirlandetta degna, e ogni dì, due o tre volte, andava a visitare la sua
vaga damisella, per forma che la fortuna lo condusse a morte ; per ditta
cagione fu attossicato.
Neppure lui, il nostro cronista, contrasta alla generale
credenza che gli amori di re Alfonso per Madama Lu-
crezia fossero casti ; e anzi le apporta un argomento a
sostegno, espresso con ingenuità non meno deliziosa di
questo recato del decrepito imperatore Sigismondo, tutto
bianco come un ermellino, che si poneva sul capo 1* a-
24 II. - L'AMOROSA STORIA DI MADAMA LUCREZIA
morosa ghirlanderà. Che nessun male fosse in quella re-
lazione di re Alfonso, — egli dice — si vede dal fatto
stesso del non mai placato ardore del re :
Che così fosse la veritade, de ciò pigliarete exemplo d'un sì piccolo
uccellino come è el rosignolo, che, mentre che sta in amore, sempre
canta e vive lieto ; conseguito el suo appetito, tace. Per semilitudine di-
co, che se re Alfonso avesse satisfatto el dissoluto appetito, non avaria
seguito così caldamente, continuando l'amore.
Re Alfonso, infatti , cantò sempre come usignuolo in
amore , ossia galanteggiò, facendo, quasi perpetuo aspi-
rante, la più devota e sospirosa corte all'affascinante Lu-
crezia (1). Questo tutti vedevano, e ftutti seppero poi
che egli tentò, o lasciò tentare da lei, per unirsi con lei,
la via regolare del matrimonio, permettendo che Lucrezia
(1) Colgo l'occasione per pubblicare alcuni versi di un'epistola di
Francesco Fileifo, diretta a Matteo Malferit, nella quale si accenna
agli amori del re con Lucrezia. L'epistola è nel Cod. Bibl. Naz. Napoli,
IV. F. 19, e comincia « Scire velim, Matthaee, quibus nunc militat armis
Inclitus Alfonsus... »; e ne debbo la notizia al prof. M. Campodonico:
Die age quam facilem sese Lucretia prestet,
diva pucllarum, Regi» ad obsequium.
Nam sunt qui referant nondum pia vota precesque
regale animum flectere virgineum.
Ast alii contra fulvas penetrasse sagittas
pectus et ad roseum virginis isse femur ;
et quod vulnus erat fellis prius instar amari,
nunc ipso factum nectare dulce magis...
A proposito delle varie voci che correvano per l'Italia sulla natura
di quella relazione amorosa, si veda anche la settima delle Facezie e
motti del secolo XV (in Scelta di curios. letter., disp. 1 88), ricordata dal
DI FRANCIA, in Giorn. stor. leti, ital., LXXIV, 118.
II. - L'AMOROSA STORIA DI MADAMA LUCREZIA 25
si recasse da papa Callisto a sollecitare 1* annullamento
del precedente e sterile matrimonio con la regina Maria.
Il cronista ricorda la pomposa cavalcata della donzella
napoletana verso Rimini, e par che avesse origliato ascol-
tando il dialogo, rimasto agli altri misterioso, tra la bella
napoletana e il vecchio papa.
Fo ricevuta dal papa gratamente, e, fattala sedere alli suoi piedi, narrò
alla sua Santità alcune altre parole appartenenti tra la Maestà del Re e
il papa, le quali parole furono assai grate a Sua Santitade, d' alcune
cose che la Maestà sua li assentiva. E, fatti lieti alquanto insieme, ma-
dama Lucrezia comprese essere comodo tempo di poterse allargare di
riferire la sua volontà ; non però che non fosse con timido principio,
perchè comprendeva che il dire suo era inonesto. Non ostante, assicurata,
levata in piedi, inginocchiandosi alli piedi di sua Santitade, el papa la
fece risedere, dicendo : — Lucrezia, dite pure el parere vostro, — cre-
dendosi che lei volesse qualche assoluzione. La quale, remessa che fo,
disse : — Santo Padre, el momento che vi farò, parrà alla Santità vostra
alquanto grave ; chieggo perdono ; ma considerate la ferma e sincera
fede che io ho messa nella Sacra Maestà del mio signore Re m'induce
e astrenge di volerlo vedere con qualche figliolo legittimo, il quale,
dipoi la sua morte, avesse a reditare li suoi reami e a inalzare la pro-
genie di Sua Maestade ; dove, avendo la sua Regina sterele e non con-
dicente a figlioli, potendo a questo la Santità vostra provedere, seria
salutifera cosa alla sua corona. — El Santo Padre non have più pre-
sto compreso el dire di Madama Lucrezia, alquanto inalterato disse;—
Ne maravigliamo che la Maestà del Re v'abbia concesso e commesso
che n'aviate a fare tale richiesta. E si da noi procede come noi ere-
demo, sete cascata in uno grande errore ; della quale parte ne meri-
tareste grave pena, e farete bene di sì fatto peccato commesso conse-
guirne aspra penitenzia, e non comprendemo quale ardire, ma più tosto
follia, v'abbia fatto trascorrere in tanto errore, volendeci cemmovere
che noi leviamo dall'onere suo sì alta e degna Regina a petizione di
una bagascia. Ora levatevene dinanzi da noi e tornatevene, che da noi
non potete avere altro. — Deselusa Madama Lucrezia nella sua volontade,
pigliò lisentia, alla quale non K fu fatta altra risposta, con grave affanno.
26 II. - L'AMOROSA STORIA DI MADAMA LUCREZIA
Tornata a Napoli, addolorata e vergognosa, Lucrezia
vi fu accolta e confortata dal re, che non tralasciò alcuna
cura e premura per consolarla e risollevarla, assicurandola
che egli l'amava non meno di prima, perchè quel fallito
tentativo era stato mosso dalla sollecitudine per il bene
della real casa, dal desiderio di dare a lui figliuoli e
legittimi successori al trono. E qui s* inserisce un aned-
doto, che prima era noto solo dalle pagine di un tardo
scrittore del seicento, del Capaccio, e che giova restituire
dal latino di costui al semplice volgare quattrocentesco :
In fra l'altre parti, li mandò a donare uno bacile d'oro, pieno d'al-
fonsini (1) ; il quale presentato che li fo, la prefata Madama gratamente
li ricevette ; di poi tutti li rimise, e solo uno alfonsino tolse, li quali
tutti erano di zecca novi, dicendo all' apparatore : — Riportarete in
drieto il ditto presente e direte al mio caro Signore, noi che non n'avemo
de necessitade di tanti Alfonsi, perchè ne semo date solo a uno Alfon-
so, ringraziando la Sua Maestade, e che a quello avemo deliberato con-
seguire e servire. — Tale grata risposta molto entrò nel core della Mae-
stà sua ; e fece fare circa a cinquanta pallette tutte d'oro smaltate da
cerbottana, e poiché el palagio de Madama Lucrezia aveva un nobile
e magno giardino, nel quale più volte Sua Maestade aveva suo diporto,
a quello andato, essendo Madama Lucrezia a una finestra della sua ca-
mera, ragionando insieme, dipoi la Maestà li trageva colla cerbottana
le ditte pallotte d'oro.
Il narratore chiude il racconto di questi singolari amo-
ri, nei quali Alfonso non cercava soddisfazione di bassi
appetiti ma solo n allegrezza di core n e gloria di n co-
stanzia n , proponendo ai suoi lettori il quesito : quale fosse
stato più costante nel serbare la purità se il magnanimo
Scipione, o il duca Giovanni d' Angiò (al quale da un
(1) Monete con l'effigie di re Alfonso.
II. - L'AM OROSA STORIA DI MADAMA LUCREZIA 27
patrizio genovese, caduto in miseria , vennero offerte a
delizia due sue belle figliuole, ed egli le rispettò e man-
tenne onorevolmente come figlie), o il re Alfonso ; e per
sua parte è disposto a dar la palma a quest'ultimo, n si
vero fo che non cascasse nella dessoluta volontade n. Ma
non chiude con ciò quello che egli dice di madama Lu-
crezia, e discorre ancora delle posteriori vicende di lei
e della partecipazione alla guerra dei baroni ribelli contro
re Ferrante, e dell'esilio dal Regno, e dei pensieri reli-
giosi nei quali trascorse gli ultimi suoi anni. Proprio in
quei giorni, Madama Lucrezia moriva in Roma, dove
s'era, in ultimo, ritirata ; ed egli le forma il necrologio,
riassumendo gli splendori di fortuna che circonfusero la
" damisella vergine della Sacra Maestà di re Alfonso ",
e terminando :
Or trascorso più tempo in questa fragilità umana, compreso da Quel
che tutto governa, piacqueli ridurre questa nobile creatura alla regione
dove li pose il cuore, in modo che tutti li lascivi gesti di questa nostra
vanigloria temporale, e suoi gesti volubili e amatrice delli beni munda-
ni, tutti da lei furono, cussi onori e piaceri e delizie e portamento al-
tieri, riducendosi serva della dolce umiltà e benefattrice delli poveri.
E, per meglio osservare, se ne andò a Roma, dove si toglie ogni grave
soma ; e lì, con santa devozione, ha finiti li suoi dì cattolicamente, con
opere degne e laudevoli : e però l'ho messa al debito onore con farne
memoria.
III.
LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO
Un tempo, all' entrare nella chiesetta dei santi Giuseppe
e Cristoforo, che è di fronte a Santa Maria la Nova (e
sorse in cambio di una cappella di questa chiesa dedi-
cata a san Cristoforo che Consalvo di Cordova, il Gran
Capitano, convertì in sua cappella gentilizia), si vedeva
sulla facciata un affresco col santo gigantesco chino sotto
il peso del radioso Bambino, e si calpestava sulla soglia
una lapide tombale, fregiata da una ghirlanda e da em-
blemi di libri, con la scritta :
HIC. IACET. ALOISIUS.
ANTONIUS. SIDICINUS.
GRAMMATICUS. ET. ORA
TOR. QUI. I. ET. LX. ANNOS.
MORTEM. OBIIT.
PRIDIE. CAL. MARTII. M. D. LVII.
E tanto questa lapide fu calpestata dai visitatori, che
già nel settecento era mezzo deleta ; e, quasi del tutto de-
leta, serbando appena una tenue traccia degli ornati e
qualche lettera, è ora che, tolta dalla soglia, nel recente
III. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO 29
rifacimento della chiesetta, si trova infissa nella parete si-
nistra dell'unica navata (1).
Non so a quanti sia ancora noto questo nome, per ol-
tre due secoli popolarissimo nelle scuole del Napoletano,
e anche di altre parti d* Italia, affidato com' era a una
grammatica latina , molte volte ristampata , che si soleva
designare per l'appunto come n il libro del Sidicino n, o,
brevemente, n il Sidicino ".
Oggi, in nessuna delle biblioteche della nostra Napoli
mi è riuscito trovare copia ne di questo libro famoso, ne
dell' altro, le Eleganze, dello stesso autore, entrambi i
quali, ai tempi dello Spera, omnibus fere manibus tere-
bantur (2) : n eleganza n o n frase n latina , che si po-
trebbe questa volta prendere alla lettera, intendendo che
i ragazzi napoletani effettivamente li n consumarono n,
come suole accadere dei testi scolastici e dei libri po-
polari.
Ma, per fortuna, ne ho poi trovato copie nelle biblio-
teche di Roma ; e, poiché innanzi ad alcune edizioni
della grammatica si legge una vita che del Sidicino scrisse
il suo nipote Cesare Benenato, sono in grado di fornire
sicure notizie sul personaggio, che qui c'interessa.
(1) Sopra vi è stato murato un bel frammento di tomba (forse pro-
veniente da Santa Maria la Nova) di un Bartolomeo de Bisento, miles
medicinalis sciencie professor, morto l'ultimo di settembre del 1351.
Nuova prova che i nobili napoletani (milites) solevano nel trecento
esercitare la medicina, senza perciò derogare. Cfr. su questo frammento
di tomba A. BROCCOLI, Dì un sarcofago nella chiesa dei SS. Giuseppe
e Cristofaro, Napoli, 1898 (estr. dagli Atti della Commissione conserva'
trice dei monumenti di ^crra di Lavoro).
(2) P. A. SPERAE, De nobilitate professorum Qrammaticae et Huma-
nitatis utriusque linguae (Neapoìi, 1641), p. 461.
30 111. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO
" Sidicinus n era, com' è facile pensare , soprannome
umanistico, tratto dal luogo natale dell'autore, Teano Si-
dicino ; e il soprannome , nell' edizione delle opere , si
completa in n Aloysius Antonius Sompanus Sidicinus n :
Luigi Antonio Sompano. Anche n Sompano n, del resto
è forma latinizzata del genuino cognome n di Zompa n (1).
A Teano egli nacque nel 1496 (2), da civili genitori,
che gli dettero a maestro un Giovanni Vexeo o Vesce
che fosse, sotto la cui guida compiè rapidi progressi. Ma
lo stesso suo nipote e biografo ignora per quali ragioni
lo Zompa uscisse dal paese natale e per più anni vagasse
per quasi tutta Italia, fintantoché, intorno al 1 520, si fer-
mò in Napoli. Dove un prete Taddeo Picone, che aveva
fiorente scuola di grammatica (3), volendo partirsene, gli
affidò la sua scolaresca, ed egli diresse , e con assidue
cure portò a grande riputazione , quella scuola, dalla
quale, come da un cavallo di Troia, vennero fuori, per
oltre un trentennio, caterve di giovani non solo adorni di
umane lettere, ma versati nell'oratoria e nella poetica (4).
(1) Nei Fuochi o censimenti di Teano del 1561 (Archivio di Stato
di Napoli) ho trovato il cognome « di Zompa ».
(2) Il nipote dice, infatti, nell'accennata biografìa, che morì nel 1557
di sessantun anno. L'iscrizione sepolcrale, riferita dal CHIOCCARELLI,
De illustribus scriptoribus neapolitanii (ed. Meola, Neapoli, 1780), p. 18,
reca « VI et L. annoi » ; ma, in conformità della notizia data dal nipote,
io ho corretto di sopra « I et LX annoi », se pur non era « XI et L ».
(3) Sul Picone, cfr. SPERA, op. cit„ p. 350, che ricorda un'opera di
lui intitolata De itinere chrhtiano.
(4) Se si vuole una viva immagine di una scuola napoletana di quel
tempo, si legga il testamento di un altro celebre grammatico napoletano
di allora, lo Scoppa, pubblicato dal BARONE, in Arch. itor. p. le proc.
napoi, XVIII, 92.
ili. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO 3 1
Anche il futuro cardinale di Santa Severina, il Santori,
fu tra i suoi uditori (1). Era il Sidicino un ciceroniano, e
ciceronianamente scriveva e favellava ; e considerava come
più dotti uomini tra i moderni il Pontano e il Sannazaro,
e faceva molto conto anche di Pietro Gravina e di Fran-
cesco Brancaleone, dell' accademia degli Incogniti, detto
Museo. Egli stesso appartenne all'accademia degli Ar-
denti (2), e per alcun tempo ne fu principe. Studioso in-
faticabile , rubava le ore al sonno ; divoratore di libri,
non c'era novità letteraria che giungesse a Napoli da Ba-
silea, Parigi, Lione o Venezia, che egli subito non acqui-
stasse. Parchissimo nel cibo, astemio, masticante biscotto
piuttosto che pan fresco, bevente agresto per frenare l'ap-
petito ed espellere il flegma castissimo, passò la maggior
parte della sua vita senza fastidi di moglie, sine uxoris
molestia, finche, vinto dalle insistenze degli amici, sposò
una donna ben vecchia e senza dote. La podagra, cagio-
natagli dalla vita sedentaria e che si mutò poi in idropi-
sia, lo condusse a morte a sessantun anno nel 1557, e fu
(1) «... Andai in Napoli e sentii misser Lois Antonio Zompa detto
volgarmente il Sedicine famoso gramatico ; al quale, essendo passato a
miglior vita, io posi un epitaffio, che cominciava così:
Elysium urbs Sidicina ferax produxit alumnum
Parthenopeque suo suttulit alma sinu ».
Così nella Vita del card. Giulio Antonio Santori, detto il cardinal di
Santa Severino, composta e scritta da lui medesimo, tratta dal ms. corsinia-
no ecc., da G. Cugnoni (Roma, 1 898), p. 6. Una notizia delllo Zompa
è nel TAFURI, Istoria degli scrittori del 'Regno di Napoli (Napoli, 1770),
IH, parte VI, PP. 340-48.
(2) Su questa accademia, MlNIERI RICCIO, accademie di Napoli, in
Arch. stor. p. le proo. napol, IV, 1 72-74.
32 III. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO
sepolto nella chiesetta di San Cristoforo, sotto il marmo
del quale egli stesso aveva preparato l'iscrizione (1).
Compose parecchie opere, che rimasero inedite e si
sono perdute : dialoghi grammaticali, comenti su Virgilio,
osservazioni su Orazio, scoli sul T)e partii Virginis, for-
mulari della lingua latina, un vocabolario, una Dialettica,
una Rettorica, una raccolta di epigrammi dei poeti anti-
chi e moderni, molte lettere, molti versi. Dei quali ulti-
mi, che il suo biografo loda arguti e soavi, non conosco
se non sei distici encomiastici, non adatti a dar la misura
del suo valore, che egli scrisse per l'opera sui barbarismi
(Multa vocabula, ecc.) di Benedetto di Falco, stampata
a Sarno nel 1 548 (2). Ma mise a stampa egli stesso VE-
(1) Nella quale si chiama inoltre orator, certo perchè somministrava an-
che lezioni di rettorica o di oratoria, Su quest'uso dei grammatici, cfr.
SPERA, op. cit., p. 252, che soggiunge di aver udito « memoria pa-
trum, quosdam e Grammaticis statini e ludo tr'ansisse in forum, atque in
numerum praestantissimorum paironum receptos ».
(2) Sono questi :
ALOISII ANTONII SIDICINI
DE GRAMMATICA D. BENEDICTI FALCONIS
Monstrorum ut quondam domitor Tirynthius heros
Humano generi commoda multa dedit ;
Grammaticae et Hnguae sic tot portenta latinae
Diiacerans Falco nos iuvat arte sua.
Grammaticos inter vere Tirynthius alter, ^
Qui Latium decorat, barbariemque necat ;
Sed patris auxilio potuit perferre labores,
Amphytroniades post sua fata deus.
Tu quoque, Falco, tui praesenti numine Divi,
Qui tibi dexter adest, praesidet atque iuvat,
Sarnensisque soli genio suffultus opimo
Ad nos barbariae parta trophaea refers.
III. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO 33
legantiarum compendium e le Totius fere grammaticae
Epitomae, dapprima col nome di un prete Sergio Sar-
mento di Sala, uomo probo e letterato (dice sempre il
suo biografo), al quale l'aveva ceduta per danaro (1), e
poi col nome di entrambi (2). Tali edizioni, per altro, non
sono serbate in nessuna biblioteca, ch'io sappia, ne de-
scritte dai bibliografi. Di entrambe le opere si conoscono
invece le ristampe con accrescimenti, che ne fece il ni-
pote, discepolo e biografo, Cesare Benenato : della Gram-
matica, per quel che sembra, a Napoli nel 1 564, e delle
Eleganze altresì a Napoli, nel 1566 (3).
(1) Il Sarmento mori per una ferita alla testa, inf ertagli da alcuni
di Sala in un litigio, nel 1547.
(2) Perciò Manfurio, nel Candelaio (1582) del BRUNO, parla del
« mio preceptore Aloisio Antonio Sompano Sidecino Sarmento Sala-
no, successor di Gio. Scoppa ex voluntate heredis » ( 1 , 5) : cioè, uni-
fica in un personaggio ideale i due nomi di autori coi quali furono
stampati i libri del Sidicino. Quanto all'ex voluntate heredis, l'allusione
non può significare se non che il Sidicino successe in Napoli nel pri-
mato della scuola allo Scoppa, e forse che l'erede di costui gli affidò
la scuola istituita dallo Scoppa per testamento (cfr. 1' ediz. dello Spam-
panato del Candelaio, pp. 41 -2 ri).
(3) Con queste date sono segnate le dediche del Benenato. Il TA-
FURI, 1. e, cita della Grammatica un' edizione curata dal Benenato,
con la vita del Sidicino, di Venezia, Babà, 1 55 1 : data certamente
errata, perchè nel 1 55 1 il Sidicino era ancora in vita ; e delle Ele-
ganze, una di Venezia, 1573; e conosce inoltre delle Epitomae, ri-
stampe di Venezia, della Porta, 1 58 1 , e di Napoli, eredi del Cavallo,
1683, e delle Eleganze, di Venezia, eredi del Sessa, 1598. Io mi valgo
di queste edizioni: AL. ANTONII SOMPANl SIDICINI et presb. SERGII
SARMENTII SALANI totius fere Grammaticae Epitomae, ex optimis
quibusq. Latinae linguae autoribus descriptae nova quadam, ac mirabili
docendi ratione in lucem prodeunt Caesaris Benenati industria multo quam
34 III. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO
Sull'uno e sull'altro libro ormai e* è ben poco da dire,
salvochè lodarne i pregi didascalici, che del resto 1* uso
secolare nelle scuole comprova. Pure, se essi non son
valsi a tramandare direttamente fino a noi il nome del loro
autore, hanno fatto sì che in modo indiretto e inconsape-
vole quel nome sopravvivesse nel quotidiano eloquio della
plebe napoletana. E qui debbo chiedere venia se sono
costretto ad accennare immagini di cose dalle quali la
buona educazione rifugge, ma non rifugge l'erudizione o
filologia, che, come la lingua latina, brave V honnèteté.
Ancora il volgo napoletano designa col vocabolo n u
sfdece n quella parte del corpo con la quale 1* uomo si
siede; e il D'Ambra, nel suo Vocabolario, asserisce che
n il traslato è fatto da che il numero sedici del giuoco del
lotto è assegnato al sedere ".
Senonchè, nel più antico dialetto non si diceva già " lo
sfdece n, ma per 1* appunto n lo sedicino n, com* è atte-
stato, per non dir altro, da questi due versi del libro sesto
ante correctìores et locupletar es, Praeter Sidicini vitam, ac Dialogum de
Periodis earumque partibus addidimus huic novae editioni de Equis eo-
rumque partibus atque nominibus una cum latini sermonis formulis ac di-
cendi modis inter se significatione cognatis opusculum, Caesare Benenato
authore, Venetiis, apud Dominicum Farreum, 1 587 ; — Elegantiarum
Compendium a Caesare Benenato multa accessione nuper auctum et re-
cognitum Aloisio Antonio sompano sidicino et Presbytero Ser-
gio SARMENTIO SALANO Autboribut. Addita est praeterea forensium
Oerborum et loquendi generum interpretatio ab eodem Caesare Benenato
concinnata, Venetiis, 1585, apud haeredes Melchioris Sessae. Conosco
inoltre delle Epitomae le edizz. di Venetiis, apud Guerilios, 1652, e
di Venezia, Cenzatti, 1667. Di una riduzione fattane da un Vincenzo
Antonio, grammatico napoletano (Napoli, Beltrano, 1646), fa cenno
il TAFURI, 1. e. Sul Benenato, cfr. SPERA, op. cit., p. 395.
IH. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO 35
(ott. 43) dell' Iliade napoletana di Nicola Capasso :
E ghieia, comme lo iennero 1* azzenna,
nzi a la figlia a fruscia lo sedecino.
E che n sedicino n stesse in qualche rapporto col nome
del nostro grammatico si può sospettare dalla contradit-
toria e confusa noterella, che accompagna questa parola
nel Vocabolario napoletano degli Accademici Filopatridi(\)t
e che è dovuta forse all' abate Galiani : " E giuoco di
parola nascente dalla voce sedere, e pare che voglia de-
nominare la parte su cui si siede. Siccome l'antica città
di Teano della Campania si distinse dal Teano Appula
col chiamarsi Sidicino, e vi era un grammatico Donato
che dalla sua palria si chiamò Sedicino, vengono quindi
vari scherzi su questa equivoca parola".
Il grammatico Donato, cioè (credo) Elio Donato che
Dante collocò in Paradiso, — n quel Donato che alla pri-
ma arte degnò por la mano "> — non ha che vedere ne
con Teano ne con la presente questione ; ma ben vi ha
che vedere il nostro Sidicino, Luigi Antonio di Zompa
o Sompano, e per quali strani legami d' idee accennò uno
scrittore settecentesco, Tommaso Fasano, in certe sue
curiose lettere, piene di notizie su cose e costumanze del
tempo e di varia erudizione (2).
Apriamo la vecchia Grammatica del Sidicino e leggia-
mo nella sintassi, al capitolo De neutrorum verborum sin-
(1) Napoli, 1784, voi. II, P. 112.
(2) Lettere del dottor Semplice Rustici al signor Dottore Rufo degli
Urbani (Napoli, 1782), pp. 192-3. Sull'attribuzione di queste lettere
ll'avvocato Tommaso Fasano, cfr. Napoli nobilissima, VII, 151.
36 IH. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO
taxi: n Quartus ordo neutrorum (construitur) cum accusativo
a tergo: li lavoratori arano la terra: agricolae arant ter-
ram... n. n Quintus ordo neutrorum cum nominativo patiente
a fronte et septimo casu (1) a tergo: io mi allegro della
tua sanità: gaudeo tua incolumitate... n. n Sextus ordo neu-
trorum cum nominativo patiente a fronte et ablativo agente
a tergo more passivorum : li scolari sono battuti dal mae-
stro: discipuli vapulant a magistro... n. Similmente, al capi-
tolo De deponentium sintaxi : ' Primus ordo deponentium
(construitur) cum septimo casu a tergo: io mi servo dei
tuoi libri: ego utor lihris tuis... n. " Tertius ordo deponen-
tium cum accusativo patiente a tergo: tutti noi seguiamo
la natura: omnes nos sequimur naturam... n.
C era ben più di quanto occorresse perchè i napole-
tani, dei quali è stato detto che non e* è caso che si
lascino mai sfuggire un bisticcio o equivoco salace, tra-
sportassero il nome dell'autore di queste regole, così inge-
nuamente formulate, a significare quello che abbiamo visto
significare, e, pur troppo, senz' alcun bisogno di pensare
all' atto del sedere.
Perciò anche è da escludere V interpetrazione del
D'Ambra, che il vocabolo presentemente ancora in uso
derivi dal libro del lotto o Smorfia. Confesso d'ignorare
come sorse la geniale opera della Smorfia, e i criteri lo-
gici o le motivazioni psicologiche con cui gli oggetti fu-
rono in essa distribuiti secondo i novanta numeri ; ma mi
pare fuor di dubbio che il compilatore di quel libro, tro-
vando nel parlar napoletano il nome sedicino, ne fu mosso
(1) «Settimo caso» si chiamava dagli antichi grammatici l'ablativo
senza preposizione.
III. - LA TOMBA DEL GRAMMATICO SIDICINO 37
a pensare al numero 16, donde poi, mediatrice la Smorfia,
1' abbreviazione di quel nome nella forma odierna.
Ed ecco dove e come Luigi Antonio di Zompa di
Teano, denominato latinamente Aloysius Antonius Som-
panus Sidicinus, ancora sopravvive. Chi glielo avesse detto
al decoroso ciceroniano, al severo maestro di scuola, al-
l' heluo librorum, all'asceta a rebus venereis prorsus abhor-
rens, docile disposatore di una vecchiarda senza dote, così,
per far piacere agli amici ; chi glielo avesse detto di dover
finire a questo modo nel ricordo dei posteri ! Era così
bello, semplice, dignitoso il suo epitaffio, e i piedi della
gente lo hanno cancellato. Era così venerato il suo nome
umanistico di maestro, e i napoletani lo distorsero a equivoci
indegni. Ah, i napoletani ! Di che cosa non ridono ?
Per placare 1* ombra del buon Sidicino, ricorderò che
anche Carlo Filangieri, prode duce di prodi soldati na-
poletani nel 1815 contro gli Austriaci nell'assalto del
ponte di Sant' Ambrogio sul Panaro (dove rimase per
morto con sette od otto ferite), era chiamato dai suoi con-
cittadini — che non sanno mai resistere, come si è detto,
alla seduzione del grasso bisticcio, — V n eroe del Pa-
naro ■ (1).
(1) « Panaro » vale in dialetto napoletano lo stesso che « sidicino». —
11 prof. E. BARTOLI, Nota etimologica, in La nuova coltura di Napoli,
I (1921), pp. 372-5, mette in dubbio l'origine per bisticcio della pa-
rola sidicino nel senso anzidetto. Ma il Fasano sembra esattamente
informato in proposito. Quanto al fatto che anche nell'alta Italia sedici
abbia quel senso, la mediazione della Smorfia, come ho detto, basta
a spiegarlo.
IV.
L'ACCADEMIA DEI SERENI
Le accademie dei Sereni, degli Ardenti, degli Inco-
gniti, create in Napoli nel 1 546 , furono una luminosa
ma breve apparizione, non spentasi già ma brutalmente
soffocata, dopo poco più di un anno, dal viceré Toledo.
Rimasero, per altro, a lungo nel cuore dei letterati na-
poletani, che non cessarono di farvi accenni, pieni di rim-
pianto, nei decenni seguenti; e nel 1 585 uno degli ormai
vecchi superstiti di esse, il marchese di San Lucido Fer-
rante Carafa, — che era stato nel 1 546 presidente degli
Ardenti, — tentò di farle risorgere, fuse in una, ch'egli ri-
battezzò cattolicamente e spagnolescamente come dei " Se-
reni Ardenti di Cristo e di Maria, dell'Austria e dei
Gironi " , cioè del Giron duca di Ossuna, allora viceré ( 1 ).
Che era un ricordo di quelle antiche accademie, e in-
sieme uno scongiuro contro i sospetti che avevano in-
dotto il governo spagnuolo a discioglierle ed abolirle.
La più particolare notizia che resti di quelle Accade-
mie è fornita dal Castaldo, il quale racconta come nel
1545 a Napoli si desse principio da una comitiva di
(1) CROCE, Saggi sulla letteratura italiana del Seicento (Bari, 191 1),
pp. 147-8.
IV. - L* ACCADEMIA DEI SERENI 39
gentiluomini alle recite di commedie , iniziandole con
quella degli Ingannati, e come da tale trattenimento ar-
tistico si passasse alla fondazione di accademie, dopo che
si era sciolta da pochi anni V Accademia Pontaniana (1).
Promotore della rappresentazione degli Ingannati, e
attore insieme, era stato Giovan Francesco Muscettola,
gentiluomo letterato (2); e compagni di lui, Giulio Cesare
Brancaccio, Luigi Dentice, Antonio Mariconda, Fabrizio
Villano, Scipione delle Palle, l'abate Giovan Leonardo
Salernitano, e il fiorentino Matteo da Ricoveri. Ora, lo
stesso Muscettola persuase all'istituzione di un'accademia,
simile a quelle che erano già in Siena e in altre parti
d'Italia; e sorse così l'accademia dei Sereni (o dei " Si-
reni i che fossero, giacche insegna di essa era la Sirena),
nel seggio di Nido, ma non ristretta ai nobili di quel
seggio o ai soli nobili, sibbene aperta anche ai " citta-
dini di lettere e di costumi nobili n . Principe ne fu eletto
Placido de Sangro, al dir del Castaldo, che ricorda pa-
recchi nomi di altri accademici , e soggiunge che egli
stesso, n benché indegnamente n, ne fu " creato cancel-
liere, ed anco, per favore di quei signori, ammesso per
accademico " (3). Altri nomi di accademici raccolse poi»
da varie fonti, il Minieri Riccio (4).
(1) Nel 1543, pel bando dato al suo presidente Scipione Capece,.
sospetto di eresia.
(2) Notizie di lui nel TAFURI, Scrittori del Regno di Napoli, III,
parte II, 380-1, che da una lettera del Ruscelli reca notizia di due
storie, alle quali il Muscettola attendeva, della guerra di Siena e di
quella contro i Carafeschi.
(3) Cenno storico delle Accademie fiorite in Napoli, in Arch. stor*
nap., V, 590-92.
(4) Minieri Riccio, oP. cit., IV, 172-4.
40 IV. - L' ACCADEMIA DEI SERENI
Di quest'accademia dei Sereni, che fu dunque la prima
delle tre, seguita da quella degli Ardenti , istituita nel
seggio di Capuana (1), e poi dall'altra degli Incogniti,
mi è accaduto di trovare l'inedito statuto di fondazione,
con la data del 14 marzo 1546 e il luogo, il seggio
di Nido (S. Angelo di Nido), in un manoscritto della
Biblioteca Nazionale di Parigi (2), e piacerà che io lo
pubblichi qui testualmente. Non vi appare il nome della
Accademia, e s'intitola semplicemente :
CAPITULI D'OBSERVARSI DALLI ACCADEMICI
DI NAPOLI
n Perchè tucte le cose che, non avendo governo, vanno
in rovina et se desiando, per questo è de necessità che
questa nostra Accademia habia un Principe, dui consi-
siglieri et un tesoriere, creati ad voci, al quale Principe
tucti habiano da obedire, et alli quali si doni ampia po-
testà di creare il lectore et di far ogn' altra cosa che
converrà di fare. Et acciochè ogn* uno habia da parte-
cipare degli honori, detto Prencepe et consiglieri s'habiano
a mutar ogni quattro mesi, et che 1' età di essi officiali
debia esser oltre di XXV.
(1) Il CASTALDO, 1. e, chiama degli « Incogniti » l'accademia del
seggio di Capuana; ma deve trattarsi di una piccola svista.
(2) Lo notai percorrendo il catalogo del MOREL FATIO, Dépar-
tement des manuscrits espagnoh et des mss. portugais (Paris, 1862),
p. 91, n. 208, con la segnatura Esp. 449, e il titolo: «Miscellanea
Italiana e Spagnuola ». Debbo la trascrizione dei Capitali, che sono
a ff. 22-23 di questo ms„ al d.r Luigi Sorrento, al quale esprimo il
mio grato animo.
IV. - L* ACCADEMIA DEI SERENI 41
" Et il custode de li scripti si muti ogn' anno, acciochè
le ricchezze della nostra Accademia non passino excepto
che per una mano per un anno al meno. Et più eh* el
dicto thesorero non possa dar fori nessuna cosa ne in
prosa ne in rima, volgare o latina, senza licentia del
Prencepe et conseglieri, alla pena d'esser cacciato in tucto
dalla Accademia, ne possi mostrare compositione alcuna
senza espresso ordine de dicto Principe e consiglieri.
" Che s' habiano da constituire due lettori latini et un
volgare, li quali habino da leger Philosophia o Matema-
tica et poesia, et dui dì della settimana, cioè il mercodì
et la domenica, et la volgare li giorni festivi che correranno.
1 Che nessuno possi arguir allo lectore senza licentia del
Prencepe, sotto pena d' esser privato dal consistono delli
Accademici.
n Et perchè ben si sa quanto sia lodevole il silentio,
perciò volemo che s' habia a tacer mentre si lege, né si
possa durante detto tempo ragionar con compagno che
accosto li stia, sotto pena d' essere privato di nostra com-
pagnia per un mese o ad arbitrio del Prencipe. Che
nossuno possa riferire le cose che noi consultiamo , alla
pena d' esser privato per sempre.
n Che ognuno che vorrà esser delia nostra congregatio-
ne, o per sé o per altro in suo nome, venga ad proporlo;
et, proposto essendo, esca egli personalmente fuori del luogo,
finché secondo l'ordine si proveda.
n Che non se possi agregar nessuno se prima non si ha
notitia della sua vita et de soi costumi ; et ad questo
effecto, non essendo persona nota, se deputino dal nostro
Principe dui che dimandino et s'informino di lui, et poi
venghino a referire.
42 IV. - L* ACCADEMIA DEI SERENI
1 Et acciochè colui che vorrà intrare nell'Accademia
non s' habi da lodare ne da lamentare de nessuno, se diano
le voci con lupini o con ballotte.
n Che s* habiano da creare dei censori, li quali accura-
tamente vedano li scritti latini et volgari , et se mutino
ogni quattro mesi con lo Prencepe et consiglieri.
n Che non sia nessuno che facci questioni o parole che
non siano da dir dentro dell* Accademia , sotto la pena
della privatione perpetua.
" Et per evitar il mormorar d'alcuno, non sia nesuno
che disputi della Scriptura sacra, alla pena da commet-
tersi all'arbitrio del nostro Prencepe.
n Che s* habi da crear un secretano, il quale habi da
trascriver le compositioni et poemi, et notar tucto quello
che occorrerà et exercitarsi ne l'altre cose che parerando
al li nostri officiali; al qual se done in parte della fatiga
qualche convenevole provisione. Et più, che s'ordine un
Nuncio, eh' habbi da assister appresso del Prencepe et
consiglieri per tucto il servitio eh' occorrerà et per intimar
gli Accademici et conservar il loco della congregatione,
et che non sia obbligato ne impedito in altro et che debia
obedire allo detto Prencepe et consiglieri in tucto quello
che li verrà imposto, al quale se constituisca debita pro-
visione.
1 Ch'avendo da vacar officiale, delli officiali magiori, o
per assenza o per infirmiti, possi il detto Principe sur-
rogar vicario durante detto tempo d'assentia, finche du-
rerà detto impedimento, con licentia del signor Principe
et consiglieri.
n Et poi che facilmente potria disfarsi ogni cosa non
ricevendo forma alla executione, della quale, oltra prin-
IV. - L' ACCADEMIA DEI SERENI 43
cipalmente della concordia et obedientia, vi bisogna an-
chora qualche nervo di denari, con li quali s* habia da
provedere al necessario et convenevole, che tra noi se
constituisca una taxa da farsi per ciascheduno secondo le
forze et arbitrio voluntario, del quale dinaro se proveda
al bisogno del loco, alle provisioni et occorrentie nostre.
n Et più, che de dicti denari se facci un exactore dili-
gente et fidele, il quale habi da far borsa et notamento
dello exacto et speso, et dar conto la dicto Principe te
consiglieri mese per mese, et che non debba pagar niente
senza mandato in scripto del s. Prencepe et consuli.
n Et perchè sarrebbe fatigoso il riscoter di camera, saria
bene, quando si potesse, che si consignasse un censo o
ver una intrata, o quando ciò non potesse riuscire , che
ciascheduno paghi mese per mese, et , occorrendo delle
necessità, essendo richiesto, debba pagar la sua rata tucta
insiemi.
n Et perchè la moltitudine genera confusione, volemo
eh* al tempo della nostra congregatione, lectione et ra-
gionamento, non habi d'entrar nel loco persona alcuna,
excietto persona degna et qualificata , et detto nuntio
habi da chiuder et guardar la porta de fuori con ogni
diligentia.
n Alfine, perchè noi havimo voluto fondar quest'Acca-
demia a nostro comodo, exaltatione della virtù et orna-
mento della Patria, acciochè questa bona opera la vadi
innanci sempre con maggior accrescimento, Noi fondatori
giuriamo d'osservar tucte le cose predecte , promettendo
tutta l'obedientia debita al detto Prencepe et consiglieri, et
così farranno coloro che vorranno agregarsi per 1' adve-
nire alla nostra Accademia; la quale sia creata in un
44 IV. - L* ACCADEMIA DEI SERENI
ponto così felice che trapassi di gran lunga tutte 1* altre
d'Italia. Datum Neapoli apud sanctum Angelum die xiiij
Martii 1546.
Il s.or Gioan Baptista Gazzella Prencepe.
Il s.or Bernardino Rota, consule.
Il s.cr Gioan Francesco Brancaleone, consule.
Il s.or Giulio Cesare Brancazo.
Il s.or Luigi Dentece, custode.
Il s.M Ferrante Carraia.
Il s.or Giov. Baptista Pignatello.
Il s.or Antonio Vicenzo de Bucchis.
Il s.or Antonio Maricon [da].
Il s.or Fabritio Villano.
Il s.or Ioan Leonardo Salernitano.
Il s.or Gio. Paulo Flavio, censore.
11 s.or Paulo Soardino.
Il s.or Andrea Romano.
Il s.or Vicenzo Severino.
Il s.or Gio. Antonio, suo figlio.
Il s.or Marchese della Terza.
Il s.of Pompeo delli Monti.
Il s.or Loisi Vopisco.
Il s.or* Paulo Tolosa.
Il s.or Gio. Baptista Concha.
Il s.or Giov. Francesco Musettola.
Il s.or Antonio Caracciolo.
Il s.or Fabritio Caracciolo.
Il s.or Antonio Bruni.
Il s.or don Joan Domenico del Giovane.
Il s.or Gio. Thomaso di Capua.
IV. - L* ACCADEMIA DEI SERENI 45
Il s.or Tyberio Buccha, censore.
M. Lattando Cacciatore, segretario.
M. Macteo di Ricoveri, nuncio. "
Le speranze, come si vede dal finale augurio , erano
grandiose: e n buona n doveva dirsi, in ogni caso V "opera"
disegnata ed iniziata, che, a quel che sembra, non con-
sisteva soltanto in recite di composizioni dei soci , ma
anche in corsi di lezioni, latine e volgari, sulla filosofia
e la matematica, e sulla poesia.
Tra i nomi dei firmatari si ritrovano quasi tutti coloro
che avevano preso parte Tanno innanzi alla recita degli
Ingannati: il Muscettola, il Brancaccio, il Dentice, il Vil-
lano, l'abate Salernitano e il fiorentino Matteo di Rico-
veri. Ma il " principe " o presidente non è quello che
il Castaldo ricorda, ne cancelliere è Io stesso Castaldo,
che dovette far parte dell'accademia in un secondo mo-
mento, come posteriormente aggregati dovettero essere
alcuni degli altri, da lui mentovati. Non mi è noto per
opere letterarie il " principe " , il Gazella: ma , dei due
" consoli ", celebre è il Rota e non ignoto il Branca-
leone, che era medico e filosofo , e scrisse in latino un
dialogo più volte ristampato: Qaam salubria balnea sint
ad sanitatem tuendam (Roma, 1535), e in italiano un *D/-
scorso dell'immortalità dell'anima (Napoli 1542), e che
sembra fosse poi a sua volta principe di queir accade-
mia (1). Percorrendo la serie degli altri, s'incontrano
non poche conoscenze familiari agli studiosi della lette-
ci) D'AFFLITTO, Scrittori napol, II, 265-6: cfr. CHIOCCARELLI,
*De illustribus scriptoribus neapolitanh, pp. 330-1.
46 IV. - L' ACCADEMIA DEI SERENI
ratura napoletana, come il Mariconda, autore della 'Phi-
lenia e delle Favole dell' Aganippe (1); il Dentice, au-
tore dei due dialoghi De musica (Roma, 1 553) (2); Giam-
battista d'Azzia, marchese della Terza, che ha parecchie
rime nelle raccolte del tempo, e di cui un sonetto in
lode di Maria d'Avalos fu commentato dal Ruscelli (3);
Giulio Cesare Brancaccio, che militò per circa un mezzo
secolo e compose // fljrancatio della vera disciplina et
arte militare (Venezia, 1 582) (4); Giovan Paolo Flavio,
del quale sono a stampa orazioni latine per la pace tra
i re cristiani, per la morte di Carlo V e per la morte
di papa Paolo IV (5); Ferrante Carafa , marchese di
San Lucido, autore de\Y Austria, poema per la vittoria di
Lepanto, e di altre rime ed orazioni (6); Gian Francesco
Muscettola, che era stato già dell'Accademia Pontaniana,
(1) CROCE, Teatri di Napoli, nuova ediz. (Bari, 1916), pp. 22-4.
(2) CHIOCCARELLI, op. cit., p. 18.
(3) D'AFFLITTO, op. cit., I, 485-6 ; TAFURI, Scr. nap., voi. Ili,
parte I, pp. 452-3 ; cfr. parte VI, pp. 257-8.
(4) D'AFFLITTO, op. cit., II, 259-62. Una lettera del Brancaccio,
da Napoli, 4 agosto 1 548, è nelle Lettere facete et piacevoli di dioersi
huomini grandi et chiari et begli ingegni, raccolte da Francesco Turchi
(Venezia, Salicato, 1601), pp. 52-5. Credo che fosse tutt'uno con quel
Giulio Cesare Brancaccio, « gentilhomme napolitain, habile joueur de
luth », che, nel 1554, messo su da intrighi francesi, cercò di diventare
favorito della regina Maria Tudor e mandare in fumo con tal mezzo
il disegnato matrimonio di lei con Filippo II. Imprigionato, e offertagli
la libertà a patto che lasciasse l'Inghilterra, rifiutò, tanto « il se croyait
sur de vaincre » ! Si veda H. FORNERON, Histoire de Philippe II
(Paris, 1881), I, 40-41.
(5) CHIOCCARELLI, op. cit., p. 344.
(6) TOPPI, Bibl. nap., p. 83.
IV. - L ACCADEMIA DEI SERENI 47
come si vede da un carme di Alfonso de Gennaro del
1533 (1); e via discorrendo.
Uno degli articoli dello statuto sarà stato particolar-
mente notato dai lettori : quello in cui, " per evitare il
mormorar d'alcuno ", si prescrive: che " non sia nessuno
che disputi della Scriptura sacra, alla pena da commet-
tersi all'arbitrio del nostro Prencepe ". Era il pericolo
che quell'accademia si sentiva già d* intorno, il sospetto
d'eresia, contro il quale, con quell' articolò , procurava
premunirsi. Ma non le valse, perchè proprio quel sospetto
religioso, congiunto col politico , doveva farne ordinare,
l'anno seguente, la chiusura.
(1) MINIERI RICCIO, Biografie degli Accad. alfonsi™ detti ponto*
niani, pp. 139-40.
V.
I SEGGI DI NAPOLI
Una cosa, di cui non mi so dar pace, è che in Napoli
siano spariti tutti gli edifizì dei n Sedili " o n Seggi n
della città.
Si pensi un po' ! Per secoli e secoli , dal medioevo
fino ali* anno 1 800, i seggi avevano rappresentato V or-
ganamento della cittadinanza napoletana, la distinzione
della nobiltà e del popolo, I' amministrazione municipale.
1 Cavaliere di seggio n era la denominazione usuale del
patriziato, che risonava accompagnata da ammirazione e re-
verenza; e aneddoti e novelle e commedie ne riman-
davano a lor modo f eco, quando si facevano a ritrarre
scherzosamente i napoletani e le loro vanterie. Di una
leggiadra gentildonna si madrigaleggiava, talvolta, che era
un n fiore ■ del suo n seggio n ; e n à la fior de Nido "
è indirizzata una celebre canzone di Garcilaso de la Vega.
Gli stemmi dei sedili — lo sfrenato cavallo di bronzo in
campo d' oro di Nido, quello frenato in campo azzurro
di Capuana, i tre verdi monti in campo d* argento di
Montagna, la porta d' oro in campo azzurro di Portanova,
I* Orione o, come si diceva popolarmente, il Pesce Ni-
colò di Porto — stavano innanzi agli occhi di tutti, fa-
V. - I SEGGI DI NAPOLI 49
miliari geroglifici; e il primo, il cavallo sfrenato, fu
sovente tolto in iscambio con lo stemma stesso della città
di Napoli. Ai seggi si vedevano recarsi i gentiluomini
per le adunanze e votazioni, e quotidianamente per tratte-
nimento; i loro deputati, sei per ciascuno dei quattro seggi
e cinque per quello di Nido, in complesso ventinove,
erano chiamati n i Cinque e i Sei n, e si diceva altresì
dei singoli deputati : il " signor Sei " , il n signor Cinque n .
Dai sedili uscivano gli Eletti, uno per ciascuno e due
per quello di Montagna (che aveva fuso in se il sedile
di Forcella), ai quali si unì, dopo il 1495, quello del
Popolo, eletto con doppio grado dalle ventinove ottine,
nelle quali il popolo si ripartiva ; e i sette eletti forma-
vano il tribunale di San Lorenzo ossia il municipio. Dai
sedili uscivano le speciali n deputazioni n, come a dire
gli assessorati, tra cui si contava quella contro il Sant'Of-
fizio, per invigilare che sotto nessuna forma in Napoli
s'introducesse l'Inquisizione spagnuola. Nelle feste e
processioni, particolarmente di San Gennaro e del Cor-
pus Domini, e in altre cerimonie, figuravano i rap-
presentanti dei Seggi ; e gli edifizì delle loro adunanze
si adornavano di drappi e splendevano di luminarie, e,
nel settecento, si soleva anche darvi piccole rappresenta-
zioni musicali, o " cantate n.
Che cosa erano materialmente i Seggi ? Erano por-
tici quadrilateri con cancelli di ferro, e a uno dei lati
una sala chiusa per le riunioni, discussioni e delibera-
zioni. Senza parlare dei resti che si notavano, fino ad
alcuni decenni or sono, in via Mezzocannone e altrove,
dei più antichi (perchè i sedili, o logge, o tocchi, o
teatri furono dapprima moltissimi con V ufficio di sem-
4
50 V. - l SEGGI DI NAPOLI
plici luoghi di riunione nelle varie strade, e poi, formati
0 rassodati gli aggruppamenti sociali e politici e costituiti
i sedili propriamente detti, quelli che non servirono a tal
uopo rimasero come luoghi pubblici da gridarvi i bandi
finche caddero affatto in desuetudine) ; e senza parlare della
1 piazza n del Popolo, che si radunava nel convento di
Sant'Agostino; — i cinque seggi nobili si trovavano collo-
cati nel seguente modo. Il seggio di Nido, dal secolo de-
cimoquinto in poi, sorgeva presso la chiesa di Sant' Angelo
a Nido, tra il vico Donna Romita e quello del Salvatore,
ora detto dell'Università, di fronte al palazzo Sangro; nella
cupola di esso, Francesco de Maria aveva dipinto la
Fama, il Corenzio, sulle pareti, 1* entrata di Carlo V in
Napoli, e Luigi Siciliano aveva aggiunto gli ornati. Il
seggio di Capuana era in Via Tribunali, sulla piazza
che ancor oggi si chiama con quel nome, con 1' entrata
secondaria nel " Vico del Sedil Capuano n : 1* aveva
ornato di dipinti, sui primi del cinquecento, Andrea da
Salerno. Il seggio di Montagna era anche nella strada
Capuana, tra via San Paolo e la chiesetta di San-
t'Angelo a segno, e fu abbellito di dipinture nel 1684.
Il seggio di Porto, che prima si trovava nel luogo che
reca ancora questo nome, nella prima metà del settecento
era stato trasferito presso la chiesa dell* Ospedaletto, co-
struito il nuovo edificio dal Canevari, con cupola ricoperta
di rame, e il soffitto dipinto da Francesco de Mura. Il
seggio di Portanova, infine, si trovava presso la chiesa
di Santa Maria di Portanova, posto colà sin dal tempo
angioino, ricostruito sul cadere del secolo decimosesto, e di
nuovo nel decimottavo su disegno dell' architetto Giuseppe
Lucchesi e con pitture a fresco di Nicola Malinconico.
V. -I SEGGI DI NAPOLI 51
Dopo i casi del '99, nella restaurazione borbonica,
furono aboliti, com' è noto, con editto del 25 aprile 1 800,
i sedili e tutto l' antico ordinamento municipale. Gli edi-
:fizi, assegnati in un primo momento come rendita al Tri-
bunale supremo di nobiltà e dipoi incamerati al Demanio,
vennero ben tosto demoliti o trasformati per costruirvi case
d'abitazione. Nel 1801, un cronista, nel dar notizia di co-
desti mutamenti, non sa celare la tristezza che gli cade
sull' animo. n E così (scrive) in poco tempo restò abolita
la memoria di tante famiglie nobili di Napoli, godenti
nelle rispettive piazze dei loro sedili, nei quali ognuna
teneva dipinta la sua impresa n. Specialmente il sedile
<li Nido, " che era formato di una fabbrica di quadroni
di piperno con archi molto ben composti ", e il cui abbat-
timento richiese più settimane o qualche mese, gli strap-
pava un sospiro di rimpianto (1). Rimase in piedi solo
il sedile di Porto, nel quale si disegnava di collocare la
statua equestre del re trionfatore, del reduce Ferdinando IV,
ma poi fu destinato alla Borsa, che vi ebbe sede per più
anni. E si potè vederlo durante quasi tutta la metà del
passato secolo, elegante, aperto da tre lati, con arcate e
con innanzi una gradinata (2); finche, nel 1845, venne
messo in vendita e sparve anch'esso, soppiantato da nuove
fabbriche.
E chi ora faccia un giretto per la città a riconoscere
i luoghi degli antichi sedili, trova al posto di questo di
Porto T albergo che fu collocato nelle nuove fabbriche,
(1) Memorie storiche di V. FLORIO, in Arch. stor. p. le proo. napo-
letane, XXXI, 265-6.
(2) Una veduta ne fu pubblicata nella Napoli nobilissima, V, 69,
52 V. - I SEGGI DI NAPOLI
Y Hotel de Genève, di cui fu già proprietario e direttore
il letterato Marc Monnier ; al posto del seggio di Nido*
una casa di quattro piani, con entrata nel vico Donna
Romita, n. 20, con quattro botteghe, una di statue sacre*
una di pompe funebri, una terza di pasticceria e la quarta
di farmacia ; al posto del sedile di Montagna, nel prin-
cipio di via dei Tribunali, una casa a un piano occupata
nel basso quasi tutta da una grande taverna di friggitore, che
manda alle nari di chi s' approssima tutt' altro che incenso;
al posto del sedile di Capuana, verso la fine della stessa
strada, di tra gli archi riempiti, una trattoria economica
con spaccio di vino del Vesuvio; e, infine, al posto del
sedile di Portanova, una casa nuova, alla quale è stata
infissa una lapide commemorante F antico edificio ab-
battuto.
Ricordo che, nel 1 893, un ingegnere, che eseguiva in
quel punto i lavori del Risanamento, scrisse, tutto stu-
pito, alla direzione della Napoli nobilissima , che egli, nel
procedere alla demolizione delle case tra il vico Chio-
daroli, quello di S. Maria dei Meschini e la piazza di
Portanova, aveva messo allo scoperto " un robusto monu-
mento, la cui parte principale era un quadrato di sedici
metri di lato, con quattro grandi piloni angolari, sui quali
s' impostavano altrettanti archi di pieno centro, e addos-
sata nella parete posteriore una cona " (1). Che cosa era
esso mai ? E noi gli rispondemmo di star saldo, eh* egli
senza saperlo aveva dissotterrato nient* altro che lo scheletro
del sedile di Portanova, colà sepolto novantanni innanzi t
All'editto abolitivo di re Ferdinando IV die diretta
(1) Napoli nobilissima, II, 77-8.
V. - I SEGGI DI NAPOLI 53
occasione 1* atteggiamento dei sedili nel gennaio *99,
quando, fuggita la corte in Sicilia e avvicinatisi i francesi
alle porte di Napoli, quelle assemblee, invece di coadiuvare
il vicario lasciato dal re, discussero dell'opportunità di
prendere le redini degli affari politici e militari, costi-
tuendo, come si era usato in simili frangenti nei secoli
passati, una deputazione del Buon Governo , e taluni dei
loro componenti ciarlarono persino di una n Repubblica
aristocratica n da porre al luogo della monarchia fug-
giasca. La necrologia, che il regio editto faceva dell' t an-
tica, e ricca di tanti vanti, istituzione dei sedili, era ve-
ramente poco pietosa. " È noto (vi si diceva) che da
lungo tempo i savi e probi cavalieri poco o quasi affatto
intervenivano nelle riunioni dei sedili, perchè dandosi i
voti a testa e non a famiglia, tutti gli sconsigliati giovani,
che la corruzione dei tempi aveva resi peggiori ed aveva
fatti degenerare, formando la gran maggioranza nelle ri-
soluzioni, le scelte sovente non cadevano che sopra sog-
getti poco degni ed erano perciò divenute motivo di
scandalo per i buoni in riguardo alle cabale che si or-
dinavano e che infelicemente trionfavano, dirette a procurar
gì* impieghi a chi ne faceva solo un oggetto di lucro o
di abuso. L' aggregazione ugualmente ai sedili, punto
così delicato per una illustre ed antica nobiltà, era di-
venuto il più delle volte un vergognoso traffico a segno
che abbiamo dovuto noi stessi negli ultimi tempi, consci
dei depositi pecuniari che si erano fatti, impedire siffatte
scandalose aggregazioni.... n.
Nei tempi remoti, quando sorsero quelle istituzioni
politiche, quando nel corso del secolo decimoterzo le
piazze o sedili che erano nella regione di Nido si rac-
54 V. - I SEGGI DI NAPOLI
colsero in unico sedile, e un po' più tardi accadde il
medesimo di quelle di Capuana, esse adempivano a uf-
fici di amministrazione pubblica, di tutela dei pubblici
costumi, e finanche di difesa militare, perchè appunto
quelle unioni di famiglie , che già avevano diretta la
resistenza ali* assedio posto a Napoli dall* imperatore
Enrico VI, resistevano più tardi anche ali* imperatore
Corrado. Patti d'indole religiosa, cioè di particolari modi
di culto, e altri d* indole suntuaria, erano stretti tra i loro
componenti. Così, allorché, nel corso di quel secolo, una
nuova gente di popolo, arricchita dal mercatare, si die a
sfoggi di vesti, di celebrazioni festive, di pompe fune-
rali — una gente che si direbbe simile agli " arricchiti
di guerra n dei giorni nostri — i nobili dei sedili delibe-
rarono di distinguersi mercè la parsimonia e la modestia,
lasciando al popolo di sprecare i guadagni fatti e sper-
dere le proprie forze. E fino agli ultimi tempi della loro
esistenza i due più antichi sedili osservavano una pecu-
liare e vetusta usanza circa i contratti matrimoniali, per
la quale le doti delle donne che morivano senza figli, o
i cui figli morissero prima dell* età pupillare o intestati ,
dovevano tornare alle famiglie da cui quelle donne erano
uscite (1); e gli stessi nobili di Nido e Capuana gode-
vano il diritto di portarsi dall* uno ali* altro sedile e prender
parte alle deliberazioni, pur non potendo ottenere uffici
nel sedile a cui non appartenevano (2). Nel corso del se-
colo decimoquarto, anche il popolo grasso e le famiglie
(1) C*è in proposito un libro di ANTONIO LETIZIA, Degli usi de*
proceri e magnati di Capuana e Nido, comentario (Napoli, Perger, 1 786)»
(2) GALANTI, Breve descrizione della città di Napoli (Napoli, 1 792)
p. 181.
V. - I SEGGI DI NAPOLI 55
rimaste fuori Nido e Capuana si raccolsero in seggi, nei
tre altri di Montagna, Porto e Portanova; e i cinque
seggi, formarono una giunta del Buon Governo, che ef-
fettivamente garantì e governò la città nei momenti più
pericolosi delle lotte di pretendenti e di fazioni, al tempo
della regina Giovanna I.
Penetrò poco dopo, in quelle società di gentiluomini,
la cultura umanistica, che ebbe molti rappresentanti tra
i patrizi napoletani. E, circa la metà del quattrocento, un
diplomatico ferrarese descrive le n cinque sedie ", che
sono n lozie (logge) lavorate e ornate, dove se reduce
tutti i zentilhomini delle ditte contrade e parte de la dieta
citade... tut'el zorno, la matina de può la messa per
fino a ora de manzare, da può disnare per fino a ora
de cena, e non se reduce ad altre piace (piazze), ne
lochi , e su diete sedie non ci anderia altra che i detti
zentilhomini, che seria spinti e deschaziati de fuora n. Ai
sedili nobili si aggiunse, come si è detto, durante il
breve regno di Carlo Vili, il sedile del Popolo ; e tutti
essi insieme furono visti propugnare i diritti della città
contro i tentativi d' introdurre V inquisizione.
Nel 1510, quando per la prima volta si levarono a
questo fine proteste e tumulti, sfilò un giorno per Na-
poli una processione o dimostrazione che si dica, in cui
andavano commisti i principi, marchesi, duchi e conti
con gli artigiani napoletani, e ciascuno del popolo aveva
al suo fianco un nobile. Vero è che, per forza di cose ma
anche per astuzia e malizia di viceré spagnuoli, popolo
e nobili entrarono poi in sospetto tra loro e si guardarono
ostilmente ; ma anche tra questi contrasti i capi del po-
polo napoletano, conformandosi al sentire popolaresco, pò-
56 V. - I SEGGI DI NAPOLI
sero sempre differenza tra i primi due sedili, che, com-
posti di vecchi nobili, erano considerati benevoli al popolo,
e gli altri tre, di più recente nobiltà : differenza di origine
e di grado e di qualità, che teoricamente o giuridica-
mente veniva negata, ma esisteva nel fatto o nell' opinione.
Nelle lotte che precessero, prepararono e accompagnarono
la rivoluzione detta di Masaniello, Giulio Genoino, che
ne fu la mente direttrice, coltivava il concetto o 1* utopia
del pareggiamento dei due primi sedili nobili e del sedile
del Popolo, che si sarebbero dovuto dividere tra loro in
parti eguali il governo della città (1). Utopia affatto ana-
cronistica, di carattere medievale, perchè la realtà effet-
tuale era che i sedili invecchiavano, e invecchiava la no-
biltà e il suo correlativo, il buon popolo ; e fuori dei
sedili così dei nobili come del popolo si moveva la nuova
vita sociale, gli avvocati, i letterati, i pubblicisti, tutti
quelli che poi, nel secolo decimottavo, promossero le ri-
forme e fecero la rivoluzione dell'anno '99.
Che cosa potevano essere agli occhi di costoro i se-
dili, che usurpavano Y amministrazione della città, e anzi
addirittura la rappresentanza del Regno, in nome di una
tradizione illanguidita, di classi sociali logore, e con gli
abiti del servilismo e della vuota esteriorità formatisi du-
rante il viceregno spagnuolo e non certo radicalmente
mutati durante il nuovo regno borbonico ? Dirò che a
me (cercando anche questa volta Y origine psicologica dei
numeri della Smorfia) viene talvolta in mente Y idea buffa
(1) Si vedano gli studi dello SCHIPA, nell'Archivio storico per le
prov. nap., che hanno rinnovato da cima a fondo la storia delle classi
sociali a Napoli, e in particolare quella della rivoluzione del 1647.
V.-I SEGGI DI NAPOLI 57
che gli n gli eccellentissimi signori Sei n dessero o con-
tribuissero a dare al n 6 " il significato che ha assunto in
quel gran libro, e, mercè esso, nell'uso quotidiano dei
napoletani ! Comunque, le condizioni a cui i seggi si ve-
dono ridotti alla fine del settecento, non discordano dal
ritratto che ne faceva V editto regio del 1 800.
E bisogna concludere che re Ferdinando IV, punendo
le velleità di autonomismo e di aristocratismo politico di
quei vecchi corpi, eseguiva nel tempo stesso la vendetta
della nuova borghesia; e, sebbene per allora mirasse sol-
tanto a favorire la plebe e col favore della plebe a rin-
vigorire il governo assoluto, spazzava n medioevo e car-
noval n e si comportava, senz' averne coscienza, rivoluzio-
nariamente.
Ma avrebbe potuto lasciare in piede almeno qualcuno
degli edifici dei sedili, per soddisfazione di noi altri, ama-
tori del passato ! Amatori , cioè , non della persistenza
pratica di un passato degno di morire, ma dei monumenti,
che serbano nel ricordo la continuità della storia.
VI.
SULLE TRADUZIONI E IMITAZIONI ITALIANE
DELL' "ELOGIO" E DEI "COLLOQUI"
DI ERASMO
Il Moriae encomiwn o Stultitiae laus, non appena ve-
nuto in luce (1511), fu molto letto in Italia, dove se
ne fecero ristampe a Venezia da Aldo nel 1515 e
a Firenze dai Giunti nel 151 8. Ne meno pronta e lieta
accoglienza ebbero i Colloquia familiaria (1524); e della
divulgazione di queste due opere sono prova anche le
tracce che se ne notano presso parecchi scrittori italiani
di quel tempo.
Se può esser dubbia la relazione che Io Zumbini
scorse tra la Stultitiae laus e i canti 31 e 34 del Fu-
rioso (1), non è dubbia invece l'efficacia che essa esercitò
sul Folengo (2). Di uno dei colloqui, la Puerpera, il Fla-
mini credè di ravvisare Y influsso nella Balia del Tan-
sillo (3) : il che anche può essere o non essere ; ma ciò
(1) Studi di leti. ital. (Firenze, Le Monnier, 1884), pp. 338-47.
(2) Oltre lo ZUMBINI, op. cit., p. 442, si vedano RUSSO, La Zani»
tentila e l'Orlandino di eC. F. (Bari, 1896), p. 66, sui rapporti con la
Stult. Laus, e A. LUZIO, Studi folenghiani (Firenze, 1899), pp. 149-54;
sui rapporti della citata opera col Baldus e col Caos.
(3) TANSILLO, L'egloga ed i poemetti, ed. Flamini (Napoli, 1893),
introd., p. C, e nota al poemetto.
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 59
consiglia a indagare le imitazioni e reminiscenze di
quei colloqui nei parecchi scrittori cinquecenteschi di
dialoghi satirici e morali. Non son riuscito a vedere i
1 dieci dialoghi su diversi argomenti, altri filosofici, altri
morali, altri di diverse materie n, che pubblicò il Leoni-
ceno, Nicola Leonico Timeo (1456-1531) (1), uno dei
quali, secondo gli avversari Scaligeri, Erasmo avreb-
bero plagiato, laddove, secondo altri, l'italiano avrebbe
imitato dall* olandese. Il nome di Erasmo torna più volte
nei Dialoghi piacevoli di Niccolò Franco (1539), nel se-
condo dei quali si protesta stima e amore per Luciano e
per Erasmo ; e nell'ottavo si legge : " Che dubbio fai di
non dover traficare ¥ opere del grande Erasmo ? Forse
perchè in Roma ha vietato il Collegio che si vendano ?
Credi che intervenga questo perchè elle non siano buone,,
o perchè ci sia scrupolo di eresia ? Sai perchè I" hanno
dato bando, poi che vuoi che tei dica? Perchè il tede-
sco miracoloso l'ha concia in cordovana tutta quella brigata»
E perciò hanno pigliato in urto quel valentuomo, e non vo-
gliono che in Roma compaia Erasmo, talché, dove trionfano,
non si cantino le lor magagne. Ma non resta per questo
ch'egli non si stampi e ristampi, non si venda e rivenda, e non
si legga e rilegga per ogni luogo... Che manca al buon Era-
smo, che egli non sia eloquente, catolico e mirabile nel suo
dire ? B (3). Negli Elogi degli uomini più famosi in lettere
(1) TIRABOSCHI, Storia della letter. ital., VII, 1. II, cap. 2.
(2) E. AMIEL, Un libre penseur du XVI siede: Erasme (Paris, Le-
merre, 1889), p. 310.
(3) Questi brani sono soppressi nelle edizioni espurgate che poi si
fecero dei Dialoghi del Franco ; per es., in quella di Venezia, Farri»
1609, « espurgata per Girolamo Giannini da Capugnano bolognese ».
60 VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO
di Paolo Giovio (1), si dice di Erasmo che n fece stam-
pare primieramente un'operetta intitolata La Pazzia , la
quale fu quella che sparse la fama del nome suo per ogni
parte. Essa è fatta ad imitazione di una delle pungenti
satire di Luciano. E trafigge gli uomini di tutte le pro-
fessioni con acutissimi stimoli, mostrando apertamente che
le operazioni di tutte le sette non sono altro che espresse
pazzie : cosa del resto molto gioconda, e che, per le arguzie
gentili di cui essa e tutta piena, dà piacere insino alle
persone di gravità ed impiegate in altri negozi. Ma in-
degna al tutto di un uomo di chiesa ; perciò che pare
si faccia beffe in essa anche delle cose di Dio n . Come al
Franco, le operette satiriche di Erasmo erano fami-
liari a Giordano Bruno (2) ; e alla Stultitiae laus con-
viene altresì riattaccare la Piazza universale di tutte le
professioni e alcun altro dei curiosi volumi di Tommaso
Garzoni da Bagnacavallo (1549-1589).
Non poteva mancare, e non mancò, in quel tempo, una
traduzione della Stultitiae lausf sebbene gli eruditi no-
stri non ne abbiano notizia e io stesso 1* abbia cercata
invano per quasi tutte le biblioteche d' Italia. S' intitola :
La moria... notamente (ossia non " di nuovo n, ma, co-
m'è certo da intendere, n ora per la prima volta n) in vol-
gare tradotta (in Venezia, 1539, in 8°); ed ebbe per lo
meno due ristampe: Funa anche di Venezia, per Giovanni
(1) Cito della trad. ital. : Le iscrittioni poste sotto le vere imagini degli
uomini più famosi in lettere di Mons. PAOLO GlOVIO, vescovo di No-
cera, tradotte di latino in volgare da Hippolito Orio Ferrarese, in
Ancona, appresso Giovanni de' Rossi (1550), pp. 200-202.
(2) Si vedano in proposito le Postille storiche e letterarie alle opere di
Q. S,, pubbl. dallo SPAMPANATO nella Critica, IX (1911).
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 6»
della Chiesa Pavese, 1544, e l'altra, ivi, Zenaro, 1545 (1).
L'opuscolo erasmiano fu altresì imitato nel libriccino
intitolato La Pazzia, o Lodi della Pazzia, più volte ri-
stampato anonimo tra il 1 540 e il 1 560. Il Brunet lo at-
tribuisce ad Ascanio Persio, ma questi nacque nel 1 554; la
Biographie universelle, a Ortensio Landò, ma lo confonde
col " paradosso n Meglio esser matto che savio, quinto
nel volumetto dei Paradossi del Landò (Venezia, 1554).
Per di più, lo stesso Landò accenna, nel principio del
suo paradosso, all'esistenza di quell'altro n Elogio della
pazzia " , indipendente dal suo, dicendo che negli anni pas-
sati, a sua saputa, " da due nobilissimi uomini con larga vena
di facondia " era stata n lodata la Pazzia ": ossia, come
sembra, da Erasmo e dall'autore, chiunque egli fosse, della
Pazzia italiana. Il quale, infine, il Melzi (2) afferma essere
stato n indubitatamente n Vianesio Albergato, nobile bolo-
gnese, e protonotario apostolico; e sebbene il Fantuzzi, che
a lungo discorre dall' Albergati (3), non sappia nulla di
questa attribuzione, l'autorità del Melzi, il quale avrà
avuto le sue buone ragioni per così affermare, serba il suo
peso. A ogni modo, la Pazzia italiana è mediocrissima
rifrittura del libro di Erasmo in languida e scolorita prosa,
toltane per prudenza tutta la parte satirica sugli uomini
di chiesa e aggiuntavi qualche pagina sui grammatici, i
pedanti, le questioni sulla lingua. L'autore dice che nes-
(1) Bibliotheca erasmiana, che si vien pubblicando da F. van der
Haghen (Gand, 1897-1908, voli, sette): ved. il volume della Biblio-
graphie des ceuvres d'Erasme che concerne il J&Coriae encomiarti (Gand,
1908), p. 336.
(2) Diz. di anon. e pseudon., II, 323.
(3) Notizie di scritt. bologn., I, 136-9.
62 VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO
suno (?) aveva sin allora lodato la Pazzia, che pure ne
è degna, e perciò toglie sopra di se questo carico ; e,
fatto un breve esordio, discorre della pazzia e del suo im-
perio sulle varie età della vita umana, sugli uomini e sugli
dei, sulle varie condizioni e stati sociali, sul matrimonio, sulle
donne, sugli animali, sui poeti, cacciatori, astronomi, gio-
catori, litiganti, marinai, negromanti, streghe, grammatici e
pedanti.
Anche i Colloqui ottennero una completa traduzione
per opera di Pietro Lauro di Modena, stampata due
volte : la prima nel 1 545 in Venezia " appresso Vincen-
zo Vaugris al segno d' Erasmo " (1), e la seconda, che
si dice riveduta e corretta, nel 1 549, presso lo stesso e-
ditore, il quale, in quel mezzo, aveva italianizzato il suo
cognome francese di Vaugris in Valgrisi. Del traduttore
Lauro parla il Castelvetro in certe note manoscritte rife-
rite dal Tiraboschi (2), affermando, tra l'altro, che n so-
steneva miseramente la vita col tener scuola privata ed
insegnando le prime lettere ai fanciulli in Venezia, e,
quantunque fosse fuor di misura ignorante, ardì di vol-
garizzare Columella e simili autori latini n. Certo è che
il Lauro, massime tra il 1 540 e il 1 570, pubblicò in Ve-
nezia moltissimi lavori di traduzione dal greco, dal latino
e dallo spagnuolo : da Giuseppe Ebreo, Plutarco, Colu-
mella, Beroso Caldeo (ossia Annio da Viterbo), via via
ad Alberto Magno, a Raimondo Lullo, a L. B. Alberti,
al Vives, alla cronaca di Catione , a Polidoro Virgilio,
a Erasmo, al Guevara, a Luis de Granada; tradusse ari-
ti) Supplément au Manuel de Brunet, I, 459.
(2) Biblioteca modenese, III, 76.
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 63
che romanzi cavallereschi dallo spagnuolo, dei quali // Ca-
Valter del Sole (Venezia, Zoppino, 1 584), che il Quadrio
sospetta fattura dello stesso Lauro, benché sia dato per
traduzione. Pubblicò inoltre un Praeludium ad copiam di-
cerìa e due libri di Lettere (1552 e 1560) (1).
La seconda edizione della traduzione del Lauro, che
è quella che io ho potuto vedere (2), ha questo titolo :
/ ragionamenti , overo \ Colloqui | familiari | di DESI -
DERIO ERASMO | ROTERODAMO : | Di latino in voi-
gare già tradotti, ma hora in \ tanti luoghi racconci, non
solo intorno la \ lingua, ma etiandio intorno i sensi, che |
pili tosto ritradotti, che racconci \ si possono dire | In Vi-
negia.n | ella bottega d' Erasmo | di Vincenzo Valgrisi |
M.D.XLIX ; — e forma un volume di 547 pagine, pre-
cedute da 32 innumerate che contengono il frontispizio,
la dedica e l'epistola di Erasmo sull'utilità dei Colloquia,
e seguite infine da 5 pagine innumerate contenenti
1 Tavola dei Colloqui ". II traduttore, " Pietro Lauro Mo-
donese ", si nomina nella dedica; la quale (e la cosa è
degna di nota) è indirizzata " alla illustrissima et virtuo-
sissima Principessa Madamma Renee di Francia, Du-
chessa di Ferrara ". n La più parte di essi colloqui (vi
si dice tra l'altro) discorrono sopra cose appartenenti alla
nostra Christiana religione : onde gli animi inchinati alla
vera pietà possono trarne costrutto non mediocre. Tutti
poi sono pieni di notabilissimi ammaestramenti et utilissi-
(1) Bibl. mod., Ili, 76-81.
(2) Nel voi. della cit. Bibl. Erasmiana, che dà la bibliografia dei
Colloquia (Gand, 1907), si descrivono (pp. 281-7) entrambe le edizio-
ni, affermandosi che la seconda non diferisca dalla prima se non per
qualche lieve spostamento nell'ordine dei dialoghi.
64 VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO
mi avvertimenti, donde quasi tutta la vita dell'uomo si
può formare et erudire in una perfetta moralità et politia:
et donde ogni sesso, ogni conditione di persone può, se-
condo il grado suo, imparar il modo et la regola di go-
vernarsi prudentemente in tutte le sue attioni: e ciò con
assai piacere et diletto d'animo, per V historie, favole et
altre gioconde piacevolezze, che vi sono sparse per
dentro ".
Altre opere morali ed ascetiche di Erasmo furono
tradotte in italiano (1); ma nella seconda metà di quel se-
colo e per tutto il seicento, anzi anche per una parte del
settecento, nell* Italia post-tridentina, egli cadde e fu te-
nuto in sospetto di eretico o di semieretico (2). Che cosa
si pensasse di lui dicono in compendio due sonetti-ritratti,
che si leggono il primo nella Galleria del cavalier Marino,
messo fra i ritratti dei n negromanti ed eretici n, ed il
secondo nei Ritratti poetici, storici e critici di vari moderni
(1) Mi sono note le seguenti: Enchiridion trad. da Emilio d'Emili (Bre-
scia, 1 53 1 , e Venezia 1 539) ; Institutione del principe christiano, trad. da
Coccio di Fano (Ven., 1 539) ; La dichiarazione de' dieci comandamenti
(Venezia, 1540); Della institutione de' fanciulli, trad. di S. Pendio (Ve-
nezia, 1545 e 1547); Apoftemmi scelti, trad. da Fausto da Longiano
(Ven., 1546 e 1548); Proverbi, trad. di L. Carani (Ven., 1550); La
ordinatione del matrimonio de' Christiana trad. da P. Rocca (Ven., 1550);
// paragone delle vergini e de' martiri, trad. da L. Domenichi (Firenze,
I 554) ; Sermoni della grandissima misericordia di 'Dio (Firenze, 1 554).
(2) Anche nella prima metà del secolo Erasmo aveva levato op-
posizioni in Italia, pel suo anticiceronianismo, per un detto satirico
sulla poca bellicosità italiana, e altresì pei suoi atteggiamenti verso la
religione e la chiesa (Alberto Pio di Carpi, e altri). Queste pole-
miche sono ben note : per il ciceronianismo basta qui rimandare al
SABBADINI, Storia del ciceronianismo (Torino, Loescher, 1 886), pp. 59-74,
e per la polemica col Pio al TlRABOSCHI, op. cit., VII, 1. II, e. I.
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 65
uomini di lettere di Appio Anneo de Faba Cromaziano,
ossia del padre Appiano Buonafede, la cui quinta edizione
accresciuta è del 1 789. Dice il Marino :
Dottore, o seduttor deggio appellarti?
di Giuda e d'Anticristo empio conviensi
il nome a te, che, 'n alterando i sensi,
sai del Vangelo adulterar le carte ?
Maestro rio d'abominabil arte,
falso profeta, entro i cui spirti accensi
sol di zelo infernal tutto contiensi
quanto dal vero s'allontana e parte ;
tu mostrar il sentier ch'ai Ciel conduce,
guida fallace ? e tu per via secura
scorgere i ciechi assai più cieco duce?
Che vai candido inchiostro e fede impura ?
ombra nel core e nell' ingegno luce ?
scienza chiara e coscienza oscura? (1).
Poco diversamente, alla distanza di un secolo e mezzo,
il Buonafede :
Diviso io vedo in parti opposte il mondo,
qualor d' Erasmo il simulacro io chero.
Quinci sostiene il letterato impero,
e quindi urtato cade giù nel fondo.
Or sobrio e puro, ed or briaco e immondo
il vedo : or schernitare ed or severo :
or nimico, or compagno di Lutero ;
or tutto piume, or tutto nerbo e pondo.
Or degno è dell'alloro, ed or del fuoco :
or distrugge la Fede, or la difende ;
talor sa tutto, e talor nulla o poco.
(1) G. B. MARINO, Poesie varie, a cura di B. Croce (Bari, Later-
za, 1913), p. 257.
5
66 VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO
Quindi, involta in oppositi colori,
T immagin di costui dubbiosa pende
tra gran virtuti e vizi assai maggiori (1).
Nelle note, il ritrattista spiega che " il Bellarmino col-
loca Erasmo nel numero dei semicristiani ; il Possevino
vorrebbe che si cancellasse il nome di lui da tutti gli
scritti dei cattolici ; il Grineo disse che Erasmo avea re-
cato più danno ai papi coi suoi motteggiamenti e coi suoi
tanti aculei che Lutero col suo sdegno e coi suoi tra-
sporti " (2).
Ciò non impediva che la Stultitiae laus e i Colloquia
avessero molti e affezionati lettori , dei quali fu appunto
il Marino, che tra gì' idilli della sua Sampogna includeva
una Disputa amorosa, ossia il colloquio Proci et puellae,
messo in versi : plagio non rimasto inavvertito a taluno dei
critici contemporanei (3).
Passato il tempo in cui la parola di Erasmo aveva diretta
efficacia religiosa e morale, e formatisi anche nel mondo
cattolico giudizi più equi intorno a lui (4), a quelle sue
(1) Cito dalla « quinta edizione napoletana », Napoli, 1787, presso
i fratelli Terres, I, 230.
(2) Ed. cit., p. 235.
(3) Si veda B. CROCE, Saggi sulla letteratura italiana del seicento
(Bari, Laterza, 1910), p. 432. Il rifacimento mariniano è riprodotto in
appendice alla mia edizione dell'Elogio alla pazzia e Dialoghi di Era-
smo da Rotterdam, traduzioni italiane di vari scrittori, ecc. (Bari, La-
terza, 1914).
(4) Per es. , TlRABOSCHI, op. cit., VII, 1. II, e. 1 : « Io credo, a
dir vero, che Erasmo fosse sinceramente cattolico , ma che la troppa
sua libertà di scrivere e di pensare, congiunta al suo non troppo sa-
pere in teologia, il facesse cader più volte in errori, de' quali al •
certo vi ha gran numero nelle sue opere; errori però men gravi allora,
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 67
opere satiriche si tornò per pura vaghezza letteraria, e al-
lora, nel secolo decimottavo, dimenticate affatto le vecchie
traduzioni cinquecentesche, si cominciò a ritradurre la
Stultitiae laus. Già nel 1741 Angelo Maria Ricci, pro-
fessore di lettere greche nello Studio fiorentino, stampava
un rabberciamento de Le lodi della pazzia composte da
Erasmo, abbreviate, espurgate di empietà e di cose poco
oneste e accresciute di altre : lavoro che servì con altre
composizioni del Ricci per le accademie carnevalesche
dei collegi Laurenziano ed Eugeniano, dove il Ricci in-
segnava ; e la recita delle Lodi della Pazzia era seguita
da sonetti sul medesimo argomento.
Una compiuta traduzione delle Laus venne fuori nel
1 76 1 in un volume bilingue, contenente anche la tradu-
zione francese : Encomio della pazzia, composto in forma
di declamazione e tradotto in italiano (in Basilea, a spese
della Saviezza, 1761). Ma, condotta sulla francese che è
liberissima e arbitraria e scritta in italiano assai scorretto,
questa traduzione fu unanimamente rifiutata dai letterati. Ne
seguì, pochi anni dopo, altra di penna assai più colta,
ma che era di nuovo una riduzione, lasciate fuori molte
pagine, specie quelle relative agli uomini di chiesa , e
e in certa maniera degni di scusa, perchè e grandi eran veramente gli
abusi ed era difficile il discernere i giusti confini, e molte cose non
eran state ancor dalla Chiesa ultimamente decise, come poi si fece nel
Concilio di Trento ».
(1) A. M. RICCI, La guerra dei ranocchi e dei topi tradotta in rime
anacreontiche, con altri ameni volgarizzamenti e un ' appendice di altre
piacevoli poesie (Firenze, Albizzini, 1741), dove a pp. 147-95 sono
le Lodi della pazzia. Queste e le piacevoli poesie furono ristampate
in Firenze, Carli, 1807.
68 VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO
compendiate o anche variate altre. Intendo della Cicalata
della Follia in propria lode o sia V Elogio della follia
d'Erasmo di Rotterdam: reso in toscano dall'abate R. P.
(Colonia, 1 787), dove le iniziali celano il nome di Raf-
faele Pastore. La traduzione è preceduta da varie me-
morie sulla vita di Erasmo, tratte dalla storia dei moderni
filosofi del Saverieu, e da un " piano e assunto dell' Elo-
gio della pazzia ", in cui sono giudizi da notare. Tra
l'altro : » E ben da por mente che il secolo di Erasmo
non era già quello delle lettere, del buon senso, dell'e-
same, del criterio : cose allor tutte nella totale loro ec-
clissi. Dovette egli dunque far da se dietro le sole tracce
degli Antichi ; sulle quali, e col mezzo delle più scelte
riflessioni verso se stesso e altrui, pensò e scrisse così
bene da far rinascere al mondo il sole della saggia filo-
sofia n. n I costumi, in parte cangiati da quei del tempo
di Erasmo, fanno che non si possa gustar tutto quello che
ei nel suo Elogio dice della grammatica, della caccia,
d'alcune scienze, d' alcuni ceti, come dei pedanti, ecc.
Ma, in generale, il costume e l' indole dell* uomo, eh' e
sempre e ovunque presso a poco lo stesso, non vi può
essere dipinto più al naturale ne con più vivi colori n.
n L'assunto del libro è : — Ogni uomo, chi più chi me-
no, ha del pazzo. Questa dose di pazzia, ch'è in ognuno,
lo rende contento e, alla sua maniera, felice. — Infatti,
se l'uomo riflettesse, se esaminasse il suo stato, i suoi di-
fetti, il peso dei suoi doveri, gì' incomodi, gì' inconve-
nienti a* quali è in mezzo, affogherebbe egli in un mar
d'agitazioni e d'affanni. Ma e a rovescio: perchè l'uomo
ignora sé stesso e quanto è attorno a se, ne ha la mi-
nima riflessione a quel che più gli dovrebbe importare;
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 69
o per effetto di quella incorreggibile filosofia o sia amor
proprio, all'uomo sì essenziale, s' accarezza, s'adula, s'ap-
plaudisce , ove più dovrebbe compiangersi , riprendersi,
vergognarsi di se stesso ".
Le manchevolezze di queste traduzioni, e la rarità dello
stesso testo latino, mossero nel 1804 un ammiratore del
libro di Erasmo ad eseguirne una seconda traduzione
italiana, che è : V Elogio della pazzia composto in forma
di declamazione da ERASMO DI ROTTERDAM, nuova-
mente recato in italiano dal testo latino, ed arricchito delle
annotazioni di Listrio, e di varie altre del traduttore C. C.
con la falsa data di n Amsterdam, 1805 ". Chi fosse que-
sto C. C. mi è stato impossibile finora ritrovare, nonostante
che non mi sia fidato delle mie indagini e abbia fatto
ricorso all'opera di amici esperti nella materia. In un vec-
chio catalogo della Biblioteca Nazionale di Napoli è se-
gnata per questa traduzione, accanto alla data topica di
" Amsterdam ", quella di B Napoli " ; donde si potrebbe
congetturare (posto che la notizia di quel catalogo venga
da esatta informazione e non sia cervellottica) che Fau-
tore fosse un italiano del Mezzogiorno.
Comunque, questa traduzione è rimasta fondamento di
tutte le posteriori edizioni italiane, a cominciare da quella
di Milano, Ferrano, 1819, che dice di averla n ripulita e
corretta " sul testo latino. Ristampa materiale di questa
del Ferrano è l'altra con la data di " Brusselle, tipografia
della Società belgica, 1842 n, formante il volume X di
una Scelta di autori classici italiani e stranieri, in versi ed
in prosa ; e forse anche le altre due, che non ho viste,
di Milano, 1850, e di Livorno, G. B. Rossi, 1863, la
quale ultima ha per titolo: Una gabbia di matti è il mondo
70 VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO
tutto, ovvero elogio della pazzia. Su tutte è da notare
quella che nel 1863 Eugenio Camerini curò per la Bi-
blioteca rara del Daelli (voi. XVII), nella quale professò
di riprodurre 1' n antica versione italiana n ("antica ", è
troppo dire) sulla stampa del Ferrario, sfrondandone le
note e togliendone qualche scandalo linguistico , e ag-
giunse, per la prima volta in un'edizione italiana, i dise-
gni dello Holbein, ricavandoli da alcuna delle edizioni di
Basilea. L* ultima ristampa ne è contenuta nel n. 246
della Biblioteca universale del Sonzogno (Milano, 1897),
e riproduce quella del Ferrario, salvo che nella dedica-
toria al Moro, per la quale (chi sa perchè) fa ricorso alla
traduzione dell'abate Pastore.
I Colloquia familiaria avevano, intanto, sullo scorcio
del settecento, un estimatore e imitatore nel roveretano
dementino Vannetti, che compose una serie di dialoghi
sul fare di Luciano e di Erasmo (1). Il dialogo XIII,
La moglie (Uxor mempsigamos) (2), dedicato con lettera
da Rovereto del giugno 1 794 a Matilde de* Telani no-
vella sposa, fu (dice il Vannetti) n nel latino idioma già
scritto da quel Luciano dell* Olanda, Erasmo, e da me,
non verbo a verbo, ma largamente (come di più latine
commedie veggiamo aver fatto diversi fiorentini ingegni)
nel nostrale ridotto, e ad un'ora in parecchi luoghi mo-
dificato, quelle cose togliendo via che coli* italiana deli-
(1) Raccolti in Opere ital e latine del cav. CLEMENTINO VAN-
NETTI, roveretano, voi. I (Venezia, Alvisopoli, 1826).
(2) Voi. cit., pp. 161.97. Una ristampa per nozze Berselli-Zanna-
rini ne fu fatta a Bologna, tipi Mareggiani, 1888.
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 71
catezza mi son parute men conface voli, e annestandovi
pel contrario di quelle che ho giudicate al nostro modo
di pensare e a' moderni usi per avventura più adatte ".
Anche il dialogo IX, // vero risparmio (1), è imitazione
da Erasmo (Diluculum) (2). A una diligente, elegante
e compiuta traduzione dei Colloquia attendeva, una tren-
tina d'anni fa, Ettore Toci, che pubblicò come saggio del
suo lavoro, nel 1878, Gli alberghi (nella Rassegna setti'
manale, voi. II, n. 6), nel 187 9 L'amante e la fanciulla
(Livorno, tip. Vigo, per nozze Toci-Corazzi), nel 1881
L'epitalamio di Pietro Gilles (Livorno, Vannini, per nozze
Abrial- Chiappe), nel 1882 // naufragio (Livorno, Meuc-
ci : estr. dagli Annali del R. Istituto tecnico e nautico
di Livorno), e nel 1 883 L'abate e la donna istruita. Circa
lo stesso tempo, anch' io, non conoscendo quella del
Toci, impresi una traduzione dei Colloquia e cinque di
essi pubblicai in un opuscoletto di Dialoghi di Erasmo
da Rotterdam (Trani, Vecchi, 1886).
Nella stessa Livorno, dove il Toci lavorava alla sua
traduzione, venne fuori nel 1 885 uno studio di Francesco
Polese su Erasmo maestro (3), fondato soprattutto sui
(1) Voi. cit., PP. 111-19.
(2) Si ha anche un Volgarizzamento libero e castigato del Colloquio
del celebre Desiderio Erasmo da Roterdam intitolato Mulier (sic) MefityioaK
(sic) Cale a dire Donna sdegnata dal matrimonio, dato in luce nelle ben au-
gurate nozze Duodo- Balbi Valier, Venezia, 1808, dalla stamperia Curti.
Un Ottavio Angaran che lo dedica alla sposa, dichiara di averlo avuto
da un letterato amico e averne soppresso « qualche disgressione non
affatto decente e solo accessoria ».
(3) Livorno, Giusti, 1885.
72 VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO
Colloquia. Questo studio, che è forse il solo lavoro ita-
liano intorno a Erasmo e che è condotto con molto cri-
terio e buon gusto, contiene anche (p. 156) un ottimo
giudizio sul carattere e valore artistico dei Colloquia :
n In Erasmo (scrive il Polese, opponendosi al Sainte-Beuve
che aveva parlato di un n lucianismo accademico ") il dia-
logo non ha niente di accademico: non ha il soggetto
predefinito, in cui un principale interlocutore fa da mae-
stro o da disserente davanti a interlocutori, ai quali pre-
scrive le conclusioni e lo scioglimento delle difficoltà. Il
dialogo cinquecentista, dissertazione con domande e ri-
spose svolgentesi o sotto gl'intercolunni o al rezzo di pla-
toniche querce con languidezze cavalleresche e larghe pause
di periodo, diventa plebeo in Erasmo, nobilmente plebeo;
sono amici e nemici che s'incontrano per la via. Nessuno si
prefigge la dimostrazione di una tesi, in qualche modo c'è
o si presente, ma gl'interlocutori vi parlano veramente, tutti
vogliono che la propria opinione trionfi, e vi si ostinano
con serietà, con lepidezza, con l'amarezza irosa di chi
crede di ragionare e di pensare meglio degli altri. E la
disputa reale e sentita, piena di avventure, dove gli uo-
mini discutono e si lasciano colla persuasione di soste-
nere la verità senza aver convinto nessuno. AH* ultimo,
non sai da chi stia il torto o da chi la ragione : la di-
mostrazione, che inavvertitamente si allarga e si annoda
nella trama del dialogo, tutt'a un tratto ti si disfà tra
mano e gli attori si allontanano e pare che non abbiano
bene spiegato il pensier loro e abbiano scherzato e non
credano neppur essi a quello intorno a cui si accalorano.
Lo scrittore sfugge a se stesso e al lettore, si sveste della
VI. - TRADUZIONI E IMITAZIONI DI ERASMO 73
sua personalità; l'insegnamento pedagogico o morale si
occulta del linguaggio signoreggiante. Altro che luciani-
smo accademico ! " (1).
(1) La traduzione dello sconosciuto C. C. della Stultitiae laus è anche
riprodotta nella mia edizione di ERASMO DA ROTTERDAM, Elogio
della pazzia e dialoghi, traduzioni italiane di vari ecc. (Bari, Laterza,
1914). « Quantunque (è detto nella prefazione) questo celebre opu-
scolo di Erasmo si possa certamente ritradurre con vantaggio, neppur
io ho creduto di dover rifiutare quella vecchia edizione... e ho provve-
duto soltanto a rivederla ancora una volta sul testo latino, correggendo
qualche errore di senso, sostituendo qualche parola, e, soprattutto, to-
gliendo qua e là, quando riusciva possibile, alcune proposizioni e pe-
riodi che non hanno ombra di corrispondenza col testo, e sono la ma-
nifestazione acuta del difetto generale e ineliminabile di essa, la verbo-
sità ». Pei Colloquia, vi si riproducono le versioni del Lauro, del Toci
e mie, e le imitazioni del Marino e del Vannetti. Posteriormente si è
avuto (in edizione assai lussuosa ma, a dir vero, di cattivo gusto) :
MARCO BESSO, L'encomium morias di Erasmo da Rotterdam, con l'ico-
nografia dell'opera e dell'uomo (Roma, Bibl. Besso ed., 1918), che con-
tiene, tra molte cose affastellate, la ristampa del testo latino dell'opu-
scolo erasmiano e una nuova versione italiana, dovuta al padre Luigi
Pietrobono. — A proposito dell'operetta satirica di Erasmo è da vedere
anche il saggio di NATALE CACCIA, Note su la fortuna di Luciano
nel Rinascimento. La versione e i dialoghi satirici di Erasmo da Rot-
terdam e di Ulrico Hutten (Milano, Signorelli, 1914).
VII.
POSTILLE MANOSCRITTE DI ORAZIO ARIO-
STO AI n ROMANZI ■ DEL PIGNA
Il Barotti, nella sua vita dell'Ariosto, cita due volte
un esemplare dei Romanzi del Pigna, da lui posseduto,
con note manoscritte di Orazio Ariosto, e ne trae alcune
notizie (1). Questo esemplare, che si poteva credere smar-
rito, torna ora a riveder la luce, e io Y ho nelle mani
per gentile prestito di un amico (2).
E della prima edizione dell* opera : / romanzi di m.
Giovan Battista Pigna,., de quali della poesia et della vita
dell' Ariosto con nuovo modo si tratta (In Vinegia, nella
bottega d'Erasmo, presso Vincenzo Valgrisi, 1555): e
reca il bollo della Bibliotheca Joan. And. Barotti Fer.
Certamente esso fu donato dall'autore a Giulio Ario-
sto, figliuolo di Gabriele e perciò nipote ex fratre di
messer Ludovico (3). Giulio era ancora vivo nel 1 554, e
(1) Vedi la vita dell'Ariosto, composta dal Barotti, nella ristampa
che è di fronte al Furioso, ed. di Milano, Classici Italiani, 1812, pp.
XXX-XXXI n, XLVII n.
(2) Il prof. Giorgio Levi della Vida, della R. Università di Roma,
che 1' ha trovato tra i libri della sua famiglia.
(3) Su lui, FRIZZI, Memorie storiche della nobil famiglia Ariosti, in
Raccolta di opuscoli scientifici e letterari (Ferrara, 1779), p. 153.
VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO 75
morì tre anni dopo. E di suo pugno debbono essere al-
cune parole scritte sui margini; e anzitutto a pag. 6 del-
l' introduzione, in cui si narrano le circostanze del plagio
che il Pigna sofferse dal Giraldi, e si mentovano tra i te-
stimoni " M. Virgilio e M. Giulio Ariosti \ i quali ■ san-
no che tre anni erano ch'io l'avea composto n: al che una
postilla manoscritta assente : n E la verità n. Della stessa
mano, oltre qualche correzione di errori di stampa, è
la rettificazione a p. 120 dell'anno di morte di messer
Ludovico, segnato dai Pigna come il 1534 e corretto
nel 1533, e quella dell'ora della morte, segnata dal Pigna
nelle n hore ventiquattro n e corretta nelle n ventuna n.
Da Giulio l'esemplare dovè passare al figliuolo Orazio
(1551-1595), amico di Torquato Tasso, noto come autore
di una Difesa del Furioso (1585) e degli argomenti ai
canti della Gerusalemme e di altri lavori (1): il quale lo
postillò assai più riccamente, ma di postille del tutto let-
terarie. L'unica di carattere biografico è a pag. 71, già
trascritta dal Barotti, là dove il Pigna affermava che,
dopo la morte della Lippa, n gli Ariosti sempre crebbero
in honori et in in ricchezze grandissime n. " Questo è
falso (protesta la nota marginale), et io Horatio di tal fa-
miglia e nepote di messer Lodovico lo so benissimo e
so che la famiglia nostra quale che ne sia la cagione è
stata piuttosto povera che mezzanamente dotata de* beni
di fortuna " . A pag. 9 è un' obiezione, ma puramente
(1) Su Orazio, oltre il FRIZZI, op. cit., pp. 162-3, il BAROTTI,
Memorie isteriche di letterati ferraresi (Ferrara, 1792), pp. 414-17. Er-
roneamente il MAZZUCHELLI, Scrittori d'Italia, pp. 1084-5, lo fa fi-
gliuolo di Gabriele Ariosto.
76 VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO
di logica formale, alla dimostrazione che il Pigna con-
duce contro il Giraldi: che il plagio di quest'ultimo si
mostri anche nella composizione ineguale, mista di cose
buone e di cattive: " Per molti di questi segni che a chi
vi considera si veggono in quest'opra, si potria dire
(s' io non m'inganno) che ella non è del Pigna, et in
ispecie parlo del primo libro, cha nel vero nel 2.° dice
di buone cose, et nel 3° di ottime " .
S'impara qualcosa dalle postille letterarie di Orazio
Ariosto ? Esse e' introducono subilo nel mezzo dei di-
battiti della Poetica del Cinquecento, che operava coi
concetti inadeguati della imitazione e della verisimiglianza
e dei generi letterari, e si avvolgeva perciò in contraddi-
zioni, e poneva fragili distinzioni, e delle une e delle altre
si avvedeva senza saper liberarsene, perchè, per liberar-
sene, sarebbe dovuta uscire da quella cerchia, levarcisi
sopra, come accadde solo assai più tardi.
Ne darò alcuni esempi. Il Pigna offre una lunga disqui-
sizione sull'etimologia della parola " romanzi " : etimologiz-
zare arbitrario, correlativo all'ancora deficiente senso sto-
rico e al concetto arbitrario che si aveva del linguaggio.
L'Ariosto annota a p. 1 4 : n Diligente investigatore della
etimologia, e trascuratissimo nel parlar della dimnitione
tanto necessaria : e pur non ne fa parola " . Ne verbum
quidem: ma appunto nei tentativi di definire, di logica-
mente definire, la teoria dei generi scopriva la sua de-
bolezza.
Più avanti (p. 15) alla distinzione introdotta dal Pigna
dei tre modi dell' imitare, di una stessa cosa con di-
verso genere (come con colori e con linee e colori), di
cose diverse con uno stesso genere (come in verso solo
VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO 77
le cose belle o solo le cose brutte), e infine di una stessa
cosa con lo stesso genere ma con diverso modo (come
gli eroi in epica o in tragedia), — lo scontento dell'anno-
tatore rinasce : " A che serve questa stravagante e con-
fusa distinzione della imitazione, se non si vede neanco
nel progresso dell'opera ? n.
Il Pigna sosteneva, con altri del suo tempo, la supe-
riorità dell'artista che elabori materie storiche e tradizio-
nali rispetto a quello che inventa di suo favole e perso-
naggi, perchè, a far ciò, n non vi è tanto obligo n e vi
è n minor industria n. L'Ariosto avverte bensì che questa
dottrina non regge ; ma non può giungere sino alla radice
dell'errore, che è nel porre il proprio dell'arte in altro
che non sia la personalità stessa dell'artista, il suo senti-
mento e perciò la sua fantasia. " Se non vi è tant'obligo,
vi è più più artificio, et quasi crederei che colui fosse
chiamato indegnamente Poeta che da altri tolse la favola,
da Aristotile chiamata anima della Poesia, et nella quale
è posto il fondamento dell* imitare ; anzi che, se torrà da
altri la materia, si dirà più tosto che egli la narri, ch'egli
la imiti n. Nelle cose finte e nuove, asseriva il Pigna,
non si ottiene il piacere che nelle altre, nelle quali si
gode del riscontro tra il fatto e V imitazione : n Anzi (ri-
batte il postillatore) il piacere sarà maggiore quanto più
nova sarà la favola, purché nel resto essa sia degna di
lode n. Non è cosa ragionevole, rincalzava il Pigna, che
di un grandissimo fatto di un grandissimo personaggio non
si abbia contezza, quando invece ciò è ragionevole per
piccoli fatti e piccoli personaggi, come nella commedia.
E il postillatore suggerisce : n Facciasi avvenire in paesi
dai nostri remoti ". E, concludendo il Pigna che, poiché
78 VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO
neanche il poema romanzesco imita cose false, cade l'o-
biezione, l'Ariosto (p. 21) lo accusa d' inconcludenza :
n Non fu posta per obiezione, anzi per differenza tra
F Epico e *1 Romanzo, la quale se non porta, e se non
ne portano d'altre che siano specifiche, come l'Epico e '1
Romanzo non saranno una stessa specie di Poesia ? n . La
difficoltà è sempre quella : posto l'arbitrio dei generi let-
terari, distinguere e definire logicamente.
Di tali negazioni, che non sono ricostruzioni, viene lo
Ariosto cospargendo i margini dei primo libro del trat-
tato del Pigna; come (per dare ancora qualche esempio)
a p. 24, — dove il Pigna dice che le tragedie di lieto
fine piacciono alla gente di vii condizione, laddove quelle
di fine tristo sono le vere e degne, perchè ci presentano
gravi avvenimenti di fortuna che si volgono a impensato
male, e più ha del meraviglioso una estrema sciagura che
opprima i grandissimi re che non una prosperità che li
innalzi, — risponde con un reciso no : " No. Bella ra-
gione per preporre le tragedie di tristo fine a quelle di
fin lieto n ; — o a p. 32, dove, distinguendo i soggetti, il
Pigna introduce, oltre il n composto, ", quello " pertur-
bato n, che presenta commutazione di stato di bene in
male o di felicità in miseria, e l'Ariosto osserva: n Questo
genere perturbato non conobbe Aristotele, e se dee in-
tendersi come egli medesimo lo dichiara a e. 82, non
sarà agevole il distinguerlo dal composto n. Anche nel se-
condo libro, p. 97, l'Ariosto non è soddisfatto delle teo-
rie del Pigna : n Tutto il precedente trattato de' nomi è
alquanto avviluppato, e, se non che se ne rimette al trat-
tato dei Sigone, sarebbe molto da biasimare che non ne
dia più chiari esempi ".
VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO 79
Il secondo e terzo libro trattano direttamente di messer
Ludovico e del Furioso; e perciò le postille si riferiscono
a singoli luoghi. A p. 81 il Pigna qualificava come agni-
zione l'episodio di Rinaldo e Guidone: n Parmi (dice lo
Ariosto) che questa agnitione non sia discompagnata da
una ben espressa Peripetia, quale è che, dove Rinaldo
si credea di combattere col nemico, egli trova che com-
batte col fratello n. E sempre la critica rettorica, che mira
al classificare. A p. 1 03 il Pigna, riferendosi a Ludovico
Ariosto, adopera il pronome " costui n. Orazio Ariosto
protesta per la sconvenienza linguistica: n Male sta quella
voce, di dispregio anzichenò, tra tante lodi ". Il Pigna
(p. 105) giudica come principali tra le commedie dello
Ariosto, " per essere più doppie n, la Cassarla e i Sup-
positi. n Dove riman la Lena, doppiissima nella sua sem-
plicità ? E forse se il Negromante non cozza colla Cas-
sano, non è che egli ceda ai Soppositin. Il Pigna (p. 105)
taccia il senese dai Soppositi di credere e fare cose non
molto verisimili : ' Verisimilissime sono, stando la sem-
plicità di quella città, per testimonio di Dante in più di
un luoco ". Ap. 108 avverte che n tumulto a quello della
Lena simigliante pose Terentio nel suo Eunucho ".
Anche le osservazioni su luoghi corretti dall' autore
stesso nel Furioso sono alcune affatto teoriche, altre più
propriamente particolari e critiche. A p. 130, per esem-
pio, il postillatore fa le sue riserve circa la sentenza del
Pigna che il sermone sarà molle ogni volta che si trat-
tino cose gravi e difficili essendoché, ove cresce il sog-
getto, bisogna allentare nelle voci : " Nelle cose difficili
son con lui , ma quanto alle grandi non gli credo senza
ragione ; perchè, se le parole son note e segni de* con-
80 VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO
cetti, bisognerà che tra loro siano proportionati, e così il
gran concetto vorrà sermone grande e pien di maestà
non molle n. Talvolta, applaude alle ragioni che il Pigna
adduce dei mutamenti introdotti nel Furioso dall'autore :
Al verso : " Non gli saria sempre ai desir rubella n era
stato sostituito: n Non sarà a' suoi desir sempre rubella n,
perchè (dice il Pigna) ir dinanzi a ru non lasciava cor-
rere il verso, e quando la lingua è sforzata à fare i moti
contrari Y un subito dopo l'altro, le parole vengono ad
aver duro e rincrescevole strepito . n Sottile e bella ra-
gione n (p. 135). Altrove era detto: n Me sola trar vo
di tutt' altre fora n, corretto poi : n Sola di tante io vo
trarmi fora s , e poi ancora : n Me sola di tant' altre vo
trar fuora n, perchè (dice il Pigna) i nomi che significano
moto devono nel verso aver il luogo del corso, e quei che
denotano quiete, avervi la sede della giacitura : n Sottile
et ingegnosa consideratione n (p. 145). Invece: " E co-
me dicea 1* oste e dicea il vero n , sostituito a "E per
quel che narrò quivi l'ostiero n, aveva suggerito al Pigna
questa considerazione : " Questa rima vero non è propria
della stanza, e pure si vede che questo verso può piacere
più del primo n : e l'Ariosto nota: n La ragione di questo
si desidera. Quasi, oltre la distintione delle voci data per
rispetto de versi e delle prose, sia anco necessario darne
altra secondo varie maniere di versi ; tal che altre sian
proprie delle stanze, altre de' sonetti, altre delle canzo-
ni, ecc. Ben si distingueranno le voci secondo le varie
specie de poemi, a' quali diversi stili e diversi decori si
accomodino n. Nel canto Xf : n Lasciato avea ciascuna
cosa oscura n, mutato in: n L'aria e la terra avea lasciata
oscura ", era parso al Pigna effetto dell'obbligo che ha
VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO 81
lo scrittore di romanzi, rivolgendosi a uditorio alquanto
misto, di parlar più chiaramente che non l'epico: " Non
crederei che questa fosse la cagione di questo mutamento,
ma piuttosto la riconoscerei da un poco di desiderio di
amplificar maggiormente , e questo se pur qui si dee cer-
car altra ragione che il semplice gusto di chi scrisse et
dell'orecchio de' lettori n. Il verso : n Lasciar da lungi
dietro i lor stendardi n, cangiato poi in n Dietro lascian
lontani i lor stendardi n, e in fine: n S'avean lasciato ad-
dietro i lor stendardi n , aveva fatto credere al Pigna che
così n lungi " come " lontani n vi fossero di più e infiac-
chissero il numero. n Stando la parola lontano, si facea più
noto l'ordine dei tre , a qual fine tende tutto quel verso;
però quel lontano non era senza gratia, e quanto al nu-
mero, e quanto anche al concetto: ond* io direi che que-
sta non sia la vera cagione di questo mutamento n. Dei
versi : n Ed egli e Ferraù gli aveano indotte L'armi del
suo progenitor Nembrotte ", variati in: " ... gli han messo
l'usbergo, eh' al fier Nembrotte armò già il petto e '1
tergo n, e poi restituiti nella prima forma, il Pigna dava
ragione con la ritrosia dell' Ariosto a quel latinismo (in-
dotte), alfine accettato come il men male : n No: che chi
gratiosamente introduce parole straniere merita lode ". Al
verso dall'Ariosto cangiato senza accordarlo grammatical-
mente col seguente : " Che fosse eulta in suo linguaggio
io penso Ed era nella nostra tale il senso ", verso che
il Pigna suggeriva di correggere : n Et era in questo no-
stro tal il senso n, il postillatore suggerisce invece: " E
sarebbe nel nostro n ecc. , muta meglio il Ruscelli , il
quale però non farebbe sempre meglio, anzi alle volte fa
non bene, e dice cose frivole, e se move buoni dubbi,
82 VII. - POSTILLE DI ORAZIO ARIOSTO
rimette il lettore per la solutione a sue opere che cleono
essere morte prima che nate poiché non son state mai
vedute ".
Sono minuzie queste che siamo venuti traendo dall'e-
semplare dei Romanzi, postillato dal nipote di messer
Ludovico; ma la lettura di queste postille ci ha ricon-
dotti all'ambiente critico letterario della seconda metà del
Cinquecento, e, in virtù del nome del loro autore, ci ha
come ravvicinati per qualche istante alla persona del gran
poeta del Furioso.
Vili.
LIBRI SECENTESCHI SUI MISTERI
DEI NUMERI
Fu assai letto non solo in Italia, ma in tutta Europa,
dalla fine del cinquecento a tutto il seicento, il libro del
patrizio e canonico bergamasco Pietro Bongo, sui mi-
steri dei numeri. Ne ho innanzi l'edizione, arricchita di
aggiunte, che Fautore ne die nel 1 599, due anni prima di
morire, e che forma un assai grosso volume: Numerorum
mysteria, opus maximarum rerum doctrina et copia refertum,
in quo mirus in primis , idemque perpetuus Arithmeticae
Pythagoricae cum Divinae Paginae numeris consensus,
multiplici ratione probatur (Bergomi, typis Comini Ven-
turae, eiusdem urbis Typographi, MDXCIX). Era già stato
stampato quindici anni innanzi, presso lo stesso editore,
col titolo: De mystica numerorum significatione {] 583-4),
e di nuovo due volte a Venezia nel 1 685 e a Bergamo
nello stesso anno, e altre tre edizioni si erano seguite nel
1590, 1591 e 1593; e dopo la morte dell'autore, fu an-
cora ristampato a Parigi, presso Reginaldo Chaudière,
nel 1618 (1).
(1) Si veda il MAZZUCHELLI , Scrittori d'Italia, sub nona., e più
particolarmente B. VAERINI , Scrittori di Bergamo (Bergamo , 1 788),
I, 229-30.
84 Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI
Qui si possono trovare tutte le più varie erudizioni e
le più curiose e strane corrispondenze non solo per l'u-
nità, pel binomio, per la triade, per la tetrade, pel set-
tenario, pel novenario, ma per moltissimi altri numeri, an-
che dei più grossi, fino al numero 144000 e al " mille-
nare cubo n, anzi ai " numeri maggiori B e alla " molti-
tudine n. Ma io non trascriverò ne alcune né una delle
fitte pagine latine dell'opera, e, per dare un saggio di
siffatte trattazioni, ricorrerò piuttosto a un libercolo vol-
gare, scritto da un amico del Bongo, il dottor Decio Ce-
lere, che tratta dell' Heroe (1). Nel quale, dopo che si
sono stabiliti n li quattro gradi della virtù morale, per gli
quali procedendo l'uomo studioso finalmente arriva alla
grandezza heroica, dico virtù civile, virtù purifi-
cante, virtù purgata et virtù esemplare", si
domanda (cap. 22) : " Perchè gli Pitagorici giurassero
per l'Autore del numero quaternario n, e si sostiene che
col Quattro essi non alludessero ne ai quattro gradi dell'Es-
sere, ne alle quattro proprietà delle cose, ne alle quattro
nature dell* uomo, ma appunto a quei quattro gradi della
virtù morale. E al Quattro si consacra uno speciale capi-
toletto (e. 32) col titolo : Misteri et laudi del numero
Quaternario, che dice così :
Io non mi posso contenere in questo particolare di non recitare al-
cuni delli molti et segnalati privilegi di cotesto numero, ancorché non
(1) Sommarialdescrittione dell' Heroe, nella quale filosoficamente si di-
scorre della natura, cause et effetti meravigliosi dell' Heroe, prima se-
condo il parere^di Aristotele, et poi anche secondo quello di Platone.
Novamente composta dall' Eccell. Sig. Dottore DECIO CELERE, a gusto
et indirizzo di quelli che desiderano di pervenire al sommo della virtù
et farsi chiari al mondo^(In Brescia, presso G. B. et A. Bozzola, 1 607).
Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI 85
mi sia celato, che il dottissimo Signor Bongo, già mio grande amico,
ne abbia fatto longo discorso nel suo volume di numeri. Prima adon-
que io avvertisco, che il numero quaternario è detto in sé potential-
mente contenere il denario, che è la somma di tutti gli numeri sem-
plici : attento che nel quaternario sono l'uno, il duo, il tre et il quattro,
gli quali ridotti in una somma fanno appunto dieci. Et però il Magno
Siriano lasciò scritto, che gli quattro primi principi] delle cose, secondo
la Pitagorica Scola, cioè Iddio, mente, anima et prima materia, furono
dalli seguaci di quella spesso nominati sotto il titolo della Veneranda
Decade. Di più riferisce Celio Rhodigino, che il nome di Dio appresso
tutte quasi le nationi è scritto con quattro lettere sole: il che Filone
stima esser degno di alta consideratione, et massime in quel nome, che
gli Rabbini tenevano celato dal volgo, giudicando doversi manifestare
solo alli innocenti et puri. In Cielo anco gli Astronomi riconoscono
quattro angeli principali, dalli quali pensano discendere specialmente gli
influssi. Nel medesimo modo gli Filosofi et Medici partiscono questa re-
gione sottolunare in quattro elementi, fuoco, aere, acqua et terra: nelli
quali dicono anco prevalere quattro qualità principali : calidità, humi-
dità, frigidità et secchezza : et in ciascuna di questa gli Medici notano
quattro gradi di eccesso, overo intenzione. Sono anco quattro gli tem-
peramenti simplici, che dalla mistione di queste qualità nelli corpi misti
risultano, et quattro gli composti secondo la traditione di HiprJocrate et
Galeno. Chiaro è ancora, che la università di corpi misti si riduce a
quattro ordini, cioè di misti senza anima, delle piante, delle bestie et
delli huomini. Appresso nell'anno tutti concedono essere quattro stagioni,
Primavera, Està, Autunno et Verno; et nel mese quattro Settimane, et
nel giorno quattro parti principali : così nell' huomo si notano per emi-
nente decreto quattro età, pueritia, adolescentia, virilità et vecchiezza;
et dentro al corpo humano Hippocrate pone quattro humori, sangue, pi-
tuita, bile et melancholia, delli quali asserisce, che sono come prossimi
elementi delle parti similari. Galeno ancora attesta che quattro sono gli
membri che tengono sopra gli altri il principato nel corpo, cerebro,
cuore, fegato et testicoli : et delle infermità il medesimo scrive, che di
quattro in quattro giorni si movono alla crisi et giudicio loro. Ricordano
aver letto appresso, che il dolor delle ferite si inacerbisce il quarto
giorno : il che pare di convenire anco al volere dei Sacri Libri, come
nota il Valesio : et gli Teologi comunemente scrivono che quattro sa-
86 Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI
ranno le doti di corpi gloriosi, cioè agilità, impassibilità, chiarezza et
sottigliezza. Di più in questo trattato molte volte riabbiamo detto che
quattro sono le virtù principali, prudenza, fortezza, temperanza et giu-
stitia : alle quali si confanno molto le quattro doti del corpo, ingegno,
gagliardia, sanità et bellezza, che sono capi di tutte le altre doti del
corpo, sì come anche le dette virtù abbracciano in sé tutti gli abiti
morali. Fra le Romane leggi Seneca celebra sopra modo questa : Quis
sciens damnum dederit, reddat quadruplum, qui insciens simplum. Et dice
esser stata a suoi tempi consuetudine di pregare alcuno quattro volte,
in ogni caso che da lui si volesse ottenere qualche gratia.
Similmente dall' Ecclesiastico ci viene intimato, che quattro sono le
cose specialmente necessarie alla conservazione della vita: pane, acqua,
vestimento et casa. Appresso confessa il medesimo, che quattro sono
gli estremi dell' huomo, bene, male, vita et morte ; et altresì quattro gli
mezzi, con gli quali il giustissimo Iddio ne castiga et purga, fuoco, gran-
dine, fame et morte. Di più, scrivono gli Geometri, che la figura qua-
drata sopra tutte le altre è stabile e ferma : onde alcuni da ciò hanno
argomentato che 1' Evangelista Giovanni dissegnasse anco la trionfante
Gerusalemme in forma quadra : et il Rhodigino appresso notava, che il
corpo quadrato è indicio nelle cose di gran perfettione come quello che
ha sei superficie ugualmente quadrate, ciascuna delle quali si vede con-
star di quattro linee et quattro angoli retti; talché gittata per ogni verso
in terra, cade sempre dritto et stabilmente posa. Fanno gli Aritmetici an-
cora mentione di uno numero quadrato, come di cosa singolarmente per-
fetta, et perciò Aristotele chiamò l'uomo perfetto quadrato, alludendo,
se io non m* inganno, a quella sentenza di Simonide, celebrata da Pla-
tone, che cosa difficile è il fare uno huomo buono, che abbia le mani,
piedi e mente quadrata. Ad imitatione di quali Autori parmi che Ga-
leno anco appellasse quelli habiti di corpi, che sono vigorosi et sani, con
il cognome di quadrati.
Per lassiar intanto, che gli Musici fra le prime consonanze hanno la
quarta : et che l'Apostolo numera quattro misure nelle cose spirituali,
cioè lunghezza, larghezza, profondità et altezza. Et che finalmente quattro
sono gli stati dell'humana natura, cioè stato di innocenza, stato di na-
tura, stato sotto la legge et stato di gratia; alle quali totalmente rispon-
dono le quattro età del Mondo doppo le quali egli si ha da risolvere
in cenere.
Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI 87
Questi et simili sono gli privilegi et doni del Numero Quaternario,
dalli quali altre volte forse mosso 1* acuto Pitagora disse quello essere
non causa, come pensa Galeno, ma simbolo d'unione, di compimento,
di felicità, et eccesso mirabile.
Come si vede la trattazione prende in queste pagine
del Celere, come già in quelle del Bongo, un andamento
secentesco, di curiosità e ingegnosità accademiche; e altre
trattazioni dello stesso genere si ebbero in quel secolo,
delle quali ricordo una manoscritta, che ebbi tra mano
molti anni fa, di un napoletano Luca Auriemma sul Tre,
in cui erano raccolte tutte le più varie triadi di cose, e
anche una lunga serie di proverbi trimembri (1).
Ma sotto l'accademico capriccio della cicalata pur per-
sistevano le tradizioni pitagoriche e quelle medievali, che
nei numeri stimavano simboleggiati i misteri della divi-
nità. Il Bongo insiste sull* accordo per questa parte della
dottrina pitagorica con la cristiana ; e rivendica perciò
alla scienza da lui coltivata un metodo diverso da quello
del ragionamento. " Cum enim ", dice nella introduzione,
1 duplex sit probandi modus, unus videlicet ratione, alter
auctoritate constans, atque in reliquis disciplinis primum
locum teneat ratio, postremum auctoritas ; in hoc non tam
r a t i o n i s et garruli s y 1 1 o g i s m i vis, quam a u e t o-
r i t a t i s sibi locum vindicat. Triumphant in natura et
humanis inventionibus atque figmentis, si fas est, Syllo-
gismorum artificia, sed in Pythagorica disciplina, quae Di-
vina scrutatur Mysteria, locum sibi minimum sperent aut
tenuem n.
(1) Un saggio se ne può vedere nelle note alla Posilecheata del Sar-
nelli, ed. Imbriani (Nàpoli, Morano, 1885), pp. 112-130, dove si leg-
gono vari testi sulle « virtù del Tre ».
88 Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI
Nel suo Polistore il Morhof, discorrendo la storia della
scuola pitagorica e in particolare di Giamblico, dopo aver
citato la dissertazione in cui Giovanni Meursio riunì tutto
ciò che dai filosofi greci si traeva circa la dottrina pitago-
rica dei numeri, mentova il libro dell'italiano Bongo, meno
ordinato, accurato e diligente (egli dice) del lavoro del
Meursio, ma più pieno e copioso, nel quale per altro
l'autore " multa addit non ex pythagoricis fontibus hausta,
sed e Cabalistarum et Enthusiastarum scriptis, qui in hoc
argumento valde sunt operosi n (1). Anche un altro autore
italiano egli cita, Teodoro Osio di Milano, il quale pub-
blicò un libro su L'Jlrmonia del nudo parlare, overo la
Musica ragione della voce continua, nella quale a forza
di aritmetica e di musiche speculazioni si pongono alla
prima le regole sino al presente stabilite dagli osservatori
del numero della prosa e del verso, e lasciò inedito un
altro libro di Meditationes Rhytmicae in duas partes di-
stinctae, quarum una theoreticam, altera practicam facul-
tatis sciendi per numeros, sive restitutam Pythagoreorum
doctrinam pollicetur (2).
Pure il Morhof non ispregiava quelle indagini e ma-
nifestava I' avviso, comune ai dotti del suo tempo, che
esse contenessero del serio e del buono. n Nelle scienze
matematiche (traduco dal suo latino) che cosa ci è che non
(1) D. G. MORHOFII, Polystor, literarim, philosophicus et practicus
(cito dalla ed. 4a, Lubecae, 1747), II, 14-15. Il Morhof nacque nel
1639 e morì nel 1691.
(2) Op. cit., I, 394-5 : cfr. G. GHILINI, Teatro d' huomini letterati
(Milano, s. a., ma 1640, pp. 408-10). — Anche del Bongo il VAERINI,
1. e, ricorda un'altra operetta rarissima : De musica quaternarii Numeri
significatione (Venezia, per G. B. Ugolini, 1585).
Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI 89
sia divino ? Qui si offre prima la dottrina dei numeri, che
meritamente è da dir tutta divina. Quante e quanto ar-
cane siano le possanze dei numeri, neanche oggi è ab-
bastanza cognito. Il che ben vedendo Pitagora non trovò
modo più comodo di celare i segreti della sua filosofìa,
ed insieme di aprir tutto agli intelligenti, che nasconderli
nei suoi numeri, i quali a ragione dirai formali : imper-
ciocché, nominandosi numeri, non s* intendono se non le
occulte proporzioni della natura, i progressi, le operazioni,
le rivoluzioni definite da Dio stesso ; nel qual modo non
è troppo difficile adombrare con quelli tutti i misteri della
sapienza divina ed umana. Non creda alcuno temeraria-
mente che i suoni si assolvano nel settenario , i numeri
nel novenario, e che di qui, con le stesse avaxu%X(óaet$,
si riducano in centenari e millenari. Qui sono nascosti
tipi di cose astruse, in essi quasi prefigurate: nelle quali
palpitano come nelle tenebre , vedendo quasi attraverso
nebbia, gli autori che ci hanno lasciato sui misteri dei
numeri interi volumi £aTOpoóu.eva, non già cpcXoaocpoujjieva.
La radice, e quasi il padre, di tutti i numeri è la mo-
nade , da cui sorge prima la diade, che per mezzo della
triade si riduce quasi in consonanza ed unità. Da essa
procede la TexpàxXus ; — per la quale, come per cosa
sacra, non senza ragione giuravano i Pitagorici n. Certo
(continua) n molti impugnano queste cose con ragioni in-
vero non disprezzevoli ; nondimeno come in quasi tutte
le discipline vi sono alcuni 0au[xaaxà, che non tutti com-
prendono ne importa sapere , così anche in questa parte
il sommo Maestro si riservò forse alcune cose. Dio ha
alcune cose, per così dire, riservate, alle quali non sono
ammessi se non pochi quos ardens evexit ad aethera virtus.
90 Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI
Tali precipuamente sono le precognizioni del futuro, o che
questo si deduca dalla configurazione degli astri o d'altron-
de , la conoscenza del sommo arcano fisico, e le accurate
ragioni dei tempi che 1* antico Padre dei giorni e dei
tempi, con arcano consiglio, volle nascoste all'uomo: quan-
tunque sieno alcuni che, lui consenziente, abbiano ten-
tato 7capaxó<J>at in quegli arcani. Nella grande famiglia
di Dio ci aggiriamo , bimbi e fanciulli gli uni , altri di
età più matura, e se a quelli è non solo inutile ma pe-
ricoloso conoscere talune cose, questi talora sono ammessi
nella società del governo domestico, in tal modo per altro
che le occulte dispensazioni delle cose spettino ai solo
padrefamiglia. Egli delle singole scienze mise da parte per
se qualche oafàaXfAa, TéyvYjfAa, col quale talora bea i fi-
gliuoli, mentre le restanti cose concede anche xolg e£a) " (1 ).
Ma, con lo svolgersi del pensiero moderno, mentre la
matematica diventava sempre più strumento delle scienze,
la filosofia sempre più si liberava da essa, e non era più
disposta a ricercare nei numeri gli arcani dell' Essere.
Nel Dizionario filosofico del kantiano Krug è dichiarato
l'avvenuto rivolgimento. n Si è voluto trovare (egli dice),
specialmente dal tempo di Pitagora e della sua scuola,
ogni sorta di segreti nei numeri e nei loro sistemi, e per-
fino nello zero , e si è cercato anche di trasformare la
Filosofìa stessa in un'Aritmetica filosofica. Ma tutto ciò è
vuoto almanaccamene ; nei numeri si ripete sempre sol •
tanto la stessa operazione del porre, contrapporre e con-
giungere ; e certo, tra le combinazioni infinitamente varie
che a questo modo sono possibili, se ne trovano anche
(1) Op. cit., I, 118-9.
Vili. -LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI 91
di quelle che conducono a risultati stupefacenti e che
quasi confinano col prodigioso. Ma chi studia e sottilizza
in siffatte cose, in ultimo non impara a conoscere altro
che rapporti numerici, che sembrano nuovi e mirabili solo
perchè non si poteva prevederli da prima e perciò non
si aspettavano n. Il Krug , dopo avere recato di ciò in
esempio i " quadrati mistici n o n magici n, concludeva:
" La filosofia ammonisce fermamente a guardarsi dagli
inutili almanaccamene sui cosiddetti misteri dei nu-
meri, come appaiono nell'opera di Goldbeck, Bedeutung
der Nuli , oder erste Fiamme der Morgenróthe der
WahrheiU dove il Numero tiene una formale allocuzione
ai suoi avversari, e conclude con le parole : I o il Nu-
mero! Con tutto il rispetto verso le matematiche, la
filosofia deve dirle per questo riguardo quel che Archi-
mede avrebbe detto al soldato romano : Noli turbare
circulos meos /, — o anche: — Tieni per te i tuoi misteri
aritmetici, perchè io non so che cosa farmene! n (1).
Finanche le regolarità, numeriche d'apparenza, che si
ponevano nei sistemi filosofici, furono prese in sospetto,
come vani giochetti o come indizi di artificio nei sistemi
stessi. E nondimeno (pur ammettendo che assai di fre-
quente i filosofi peccassero in questo verso) i rapporti su-
premi dei concetti, l'unità, la diade, la triade, la tetrade,
sono da considerare davvero come numeri sacri:
sacri, si potrebbe dire, appunto perchè non sono
rapporti numerici, ma rapporti speculativi, nei quali i
(1) W. T. KRUG, Allgemeines Handwbrterbuch der pbilosophiscben
Wissenschaften (Leipzig, 1829), IV, 513-4.
92 Vili. - LIBRI SUI MISTERI DEI NUMERI
numeri stanno con semplici simboli (1). Per questa
ragione non piccola importanza rivestono indagini filolo-
giche come quelle dell'Usener sulla Triade (2), dalle quali
si può desumere come, tra molte cose accidentali, il ritorno
di certi numeri nelle religioni e nelle teologie si leghi a
profonde esigenze delio spirito umano e a barlumi di
verità.
(1) Si vedano in proposito gli accenni della mia Logica, terza edi-
zione, pp. 184-6.
(2) H. USENER, Dreiheit, nel Rheinisches Museum del 1903 : e si
vedano intorno a questo lavoro le notizie di N. TERZAGHI, in Atene
e Roma, VII, 1904, pp. 134-8, e di E. BODRERO, in Italia moderna
di Roma, 1905.
IX.
GIOVANNI DELLA CARRIOLA
E LA SUA
■ STORIA DI MARZIA BASILE n
Chi mai ripiglierà in Italia il lavoro, che sulle stampe
popolari italiane, e sulla varia storia e poesia che esse ci
serbano, conduceva, con dotta industria, negli ultimi anni
di sua vita, Francesco Novati ? Non credo che altri col-
tivi oggi quel tema portandovi la larghezza d' intenti con
la quale egli vi s'era accinto, sebbene in Italia, e anche
all'estero, non manchino studiosi che vi recano particolari
contributi (1).
(1) Ricevo proprio ora dal Dr. Karl Christ, bibliotecario della Bi-
blioteca prussiana di Berlino, un importante scritto : Aeltere Drucke
Oob\stumlicher italienischer Dichtung in der Preussischen Staatsbibliothek
(estratto dai Fiinfzehn Jahre Kbnigl. und StaatsbibL, omaggio allo Har-
nack, 1921). Tra le stampe popolari napoletane, che vi sono indicate»
noto una nuova e più antica edizione dell'Opera di Belardinello musico,
nella quale ragiona delle cose di Napoli, dal tempo di Re Marocco fina
al dì di oggi, nuovamente ristampata (In Venetia, in Frezzaria, al se-
gno della Regina, 1590). Per numero e ordine di ottave essa non dif-
ferisce da quella di Venezia, 1616, ristampata da me neìYArch. stor.
nap„ XXXIX, 81-94 ; e le varianti sono lievi, come vedo da uno spo-
glio di essa che il Dr. Christ mi ha favorito. Anche della Farsa delli
massari il Christ ha trovato una stampa, di pari luogo e data, col titolo;
// lamento di Janni, Anluoni e Parmieri, della lor disgratie e delle lor
moglieri. Ma essa contiene solo 25 ottave e di queste solo 15 trovano
94 IX. - GIOVANNI DELLA CARRIÒLA
Il Novati, qualche mese innanzi la sua morte immatura,
pubblicò un saggio (1), nel quale ricostruì una parte del
patrimonio letterario di un rimatore popolare della fine
del Cinque e dei primi del Seicento , che era noto fin
allora solo pel ricordo che di lui si legge presso il Cor-
tese, il Basile e lo Sgruttendio : Giovanni della Carreiòla
o della Carriòla (2).
Egli ritrovò tre composizioni di questo cantastorie po-
polare : un Dialogo del Povero e del Ricco, del quale
offerse un largo sunto, un contrasto Sdegno d'amanti che
riferì per intero, e una Istoria di Marzia Basile, che si
riprometteva di ristampare, avendo ricevuto da me i do-
cumenti che illustravano il caso a cui si riferiva quel poe-
metto e ne fermavano la data, il 1603.
Ma quest'ultimo lavoro gli fu tronco dalla morte, ed io
avevo pensato di compierlo in vece del compianto amico,
se mi fosse stato possibile avere (e, nonostante che gentili
persone vi si adoperassero per me, non mi fu possibile)
copia del poemetto del quale il Novati aveva visto un'u-
nica stampa dei primi del secolo decimonono, uscita forse
rispondenza nel testo edito da me in Atti dell'Accad. Pontaniana, vo-
lume IX (1910). Della stessa stampa il Novati aveva citata un'edizione
del 1 580, ma senza avvedersi dell' identità con la Farsa delti massari ;
v. in Lares , Bollettino della Società etnografica italiana , voi. II,
1913, P. 161.
(1) Giovanni della Carretòla: un cantastorie napoletano del sec. XVI
ed i suoi contrasti, nel Libro e la stampa, a. Vili, f. 6, nov.-dic. 1914
(ma pubblicato nel secondo semestre del 1915).
(2) Che tale e non della Carretòla, come per errore tipografico della
tarda stampa, fosse il nome, provò agevolmente F. RUSSO, Un canta'
storie napoletano, Napoli, ed. Vela Latina, 1917.
IX. - GIOVANNI DELLA CARRIÒLA 95
da torchio bolognese, che faceva parte della raccolta
Bertarelli, donata alla Braidense e non ancora ordinata.
Senonchè, giorni addietro, guardando libri antichi nella
bottega del libraio sig. Giacomo Puccinelli, in Roma, a
piazza San Lorenzo in Lucina, mi venne tra mano una
miscellanea di storie popolari napoletane, tra cui è proprio
quella della Basile. L* edizione ha la data In Napoli
1820, e il frontespizio adorno di una vignetta, ritraente
un'esecuzione di giustizia, con due impiccati, una donna
che sta per essere decapitata, fratelli confortatori, soldati
e popolo. La cortesia del sig. Puccinelli mi ha con-
sentito di trarne copia e mi mette ora in grado d'infor-
mare i curiosi intorno al poemetto del quale il Novati
non potè darci 1" illustrazione.
L'edizione napoletana del 1 820 conta, come quella vista
dal Novati, cinquantuna ottave, e comincia con gli stessi
versi di quella , in forma alquanto più corretta ; ma non
termina col distico, riferito dal Novati e contenente il
nome dell'autore : " Ed io Giovanni della Carreiòla —
Fermo la penna, inchiostro e la parola ", sostituito in
questa edizione, per opera di un rimaneggiatore, da una
sentenza morale. Anche il titolo suona alquanto diverso :
Morte — di Marzia Basile — La quale fu decollata per
la crudel morte data al suo — marito per causa dell* a-
mante, — e la morte della sua serva e d'uno sbirro, che —
come complici del delitto, furono impiccati.
Nel poemetto si narra come questa giovane napoleta-
na, moglie di un Domizio e madre di una bambina, presa
d'amore per altro uomo e temendo della gelosia del marito
che le aveva rivolto minacce, procurasse, con l'aiuto dell'a-
mante, di una serva e di uno sbirro, la morte del marito.
96 IX. - GIOVANNI DELLA CARRIÒLA
Il delitto fu scoperto poco stante, per un detto imprudente
della serva complice; e i rei (tranne l'amante, che si mise
in salvo) vennero imprigionati, condannati a morte e, non
ostante che molti si movessero a favore della bella Marzia,
giustiziati fuori Porta Capuana.
I documenti della Congrega dei Bianchi della Giustizia,
da me consultati (1), individuano il fatto e correggono
qualche inesattezza del cantastorie. Nel libro degli Atti
del 1602-03 si legge:
Ai dì maggio 1603 si eseguì la giustizia di un huomo et una donna
che fumo appiccati nel borgo di S. Antonio, et d'un'altra donna, alla
quale fu tagliata la testa nell* istesso luogo.
I nomi dei tre erano questi :
Per ordine di Sua Eccellenza (il Viceré) la donna decollata (2) si
chiamava Martia Basilia di anni 20 in circa; la appiccata Desiata Conte,
di anni 45 in circa ; l'altro appiccato si nominava Giovan Angelo Spi-
nello, alias Giamelio di Casalicchio del Cilento, di anni 33 in circa.
Dalle notizie sulle famiglie dei tre (tutti e tre erano
coniugati con figliuoli) si ricava che il marito assassinato
si chiamava, non Domizio (come dice il cantastorie), ma
Muzio, e aveva cognome Guarniero, e che Marzia lasciava
due figliuole, Tolla (Vittoria) di circa otto anni, che era
allora nell* Ospedale degli Incurabili, e Beatrice, di circa
quattro, che era a Migliano, presso Lauro, a balia.
Le circostanze del delitto non sono riferite negli Atti
dei Bianchi, salvochè vi si leggono le ritrattazioni delle
(1) Si vegga il volume: Capece, scrivano: 1 602-1 603, fol. 38-9.
(2) Intendi : la donna che fu giustiziata per ordine ecc.
IX. -GIOVANNI DELLA CARRIÒLA 97
due donne circa false accuse da esse pronunziate, nei
loro interrogatori, contro innocenti :
Desiata dello Conte... ha detto alla prima disamina fatta in presenza
di Carlo Tirone, che lo cocchiere [che] deportò Muzio Guarniero oc-
ciso dentro suo cocchio, haveva occiso detto Mutio; il che non è vero,
atteso che detto cocchiere non è intervenuto a detto homicidio.
Martia Basile, decollata come di sopra, ha detto che Ferrante Cam-
marota et Capitan Canino si ritrovarono alla morte di Mutio Guarniero
suo marito , et questo lo disse per sdegno che aveva con li detti, atteso
che detto Ferrante et Capitano non eran presenti al detto omicidio: et
questa è la verità.
Vi si nota altresì che la giustizia fu ritardata di alcune
ore, n dovendo compire il signor Vicario di Napoli certa
esamina del Santo Officio che aveva cominciata la pre-
detta donna alla quale si tagliò la testa ". E probabile
che la disamina avesse per oggetto qualche stregoneria
di cui la Basile era sospettata, perchè il cantastorie dice
che ella resistette dapprima così bravamente alle torture
cui fu sottomessa che si dubitò d* incantamento, onde le
furono rasi i capelli.
Termina la nota dei Bianchi :
Uscì la giustizia di queste due donne et un uomo dalla Vicaria a
23 hore, perchè trattenuta dal signor Vicario di Napoli, che finì di esa-
minare detta Martia Basilia in materia di Santo Officio ; et andò per
Palazzo, et alla Piazza dell'Olmo (di Porto) si debilitò detta Martia in
modo che bisognò portarla in una sedia fino al Talamo, dove era in-
numerabile gente, et tanto concorso di popolo che si passò pericolo dai
fratelli (della Congregazione dei Bianchi) ; et essendo già imminente la
esecuzione della Giustizia, la predetta Martia, secondo ha riferito il Pa-
dre Agostino, a cui toccò di attendere a farla ben morire , fece una
escolpatione, dicendo che quanto aveva detto nell'esamina fatta avanti
98 IX. - GIOVANNI DELLA CARRIÒLA
il signor Vicario contro qualsivoglia persona, non era vero; et si tardò
tra l'andar per la città et l'eseguirsi questa giustizia, che li fratelli se
ne tornarono nell' Oratorio essendo già quattro hore e mezza di notte.
Dopo di che, recherò io per intero il poemetto di Gio-
vanni della Carriòla, come disegnava il Novati? La ra-
rità estrema deiropuscoletto, pure ristampato molte volte
per circa quattro secoli, mi vi consiglierebbe ; ma la tri-
vialità del caso in esso narrato e Io scarso pregio arti-
stico della forma (sebbene non del tutto priva di vivacità
ed evidenza popolaresche) me ne sconsigliano. Basterà,
mi sembra, darne la trama e trascriverne per saggio al-
cune ottave :
Se voi benigna udienza mi donate,
di Marzia Basile (1) vi vo* dire,
della sua morte, della sua beltate,
come il marito suo fece morire.
Uomini e donne, esempio ne pigliate
di tanti enormi falli e tanto ardire;
che sentirete l'aspro e rio lamento,
e di Marzia gentil morte e tormento.
Se ne stava Marzia in casa, con una figliuola e una
serva, e si arrovellava contro il marito. Perchè ?
Sedeva Marzia alla scuola d'Amore
sul fior degli anni e fior della bellezza ;
a molti amanti avea ferito il core
con gli occhi suoi e con l'aurate trezze ;
e il marito, geloso nell'onore,
le disse, bastonandola con asprezza :
— Se il tale in casa ti fai più venire,
peggio che morte ti farò soffrire I
(1) Nella stampa; gentile.
IX. -GIOVANNI DELLA CARRIÒLA 99
Essa rompe in lagrime; in questo sopraggiunge l'amante,
le domanda la cagione del pianto, e, saputala, le propone
di liberarla presto d'ogni affanno, sopprimendo il marito.
I due si concertano con la serva e con uno sbirro per
ammazzarlo la sera :
Oh se il marito potesse sentire
il consiglio crudel che lor fatt* hanno,
ch'a primo sonno gli convien morire !
Non pensa Marzia di pagarne il danno.
Chi di cortello fere ha da morire,
ed il fine pagar del suo malanno ;
non pensa di Prudenza anconetana,
e d'Apollonia ancor la morte strana.
Erano, queste due, altre famose adultere e viricide,
delle quali correvano storie popolari : come si può tener
certo per l'Apollonia, su cui non posseggo particolari no-
tizie, ma come è comprovato per " Prudenza anconeta-
na ", la quale era una Prudenza da Trani, sposata in
Ancona da un fiorentino, Matteo Cecchi, ch'essa fece av-
velenare, onde il 25 aprile 1 549 fu giustiziata a Firenze
sulla piazza di S. Apollinare. Nel compianto destato per
la triste fine di questa giovane donna si levò la voce di
un poeta , che cantò il Lacrimoso lamento che fece la
signora Prudenza Anconetana prima che fosse condotta
alla giustizia per aver avvelenato il suo marito , ristam-
pato dal 1549 fin quasi ai giorni nostri (1). Giovanni
(1) Lo riproduce in corretta edizione e lo illustra ampiamente il NO-
VATI, La raccolta di stampe popolari italiane della biblioteca di Fran-
cesco Reina, in Lares cit., Il, 1 50- 1 70. Alle dieci edizioni descritte dal
Novati posso aggiungerne un'altra, da me posseduta, « in Napoli, per
100 IX. - GIOVANNI DELLA CARRIÒLA
della Carriòla , dunque , proseguiva una prediletta tradi-
zione letteraria dei cantastorie, quella formata dai rac-
conti di genere erotico-sanguinario, con orpello moralistico,
che avevano a loro eroine donne ree per amore ed espianti
il delitto sul palco della giustizia.
Segue la scena dell'agguato e dell'assassinio :
Ecco la sera il povero marito
la moglie accoglie con tutto l'amore.
Disse : — Mi sento, ohimè, tutto smarrito,
mesto, sospetto, e tremolante il core.
Vorrei mangiare e non sento appetito,
mi sento male senza alcun dolore. —
Disse la moglie, e finge umilemente :
— Mangia, marito mio, che non è niente. —
La bella e . sontuosa ultima cena
buone ha vivande e prezioso vino.
Dopo cenato, la serva lo mena
al letto, a ritrovar l'aspro destino.
E addormentossi il meschino con pena :
ecco l'amante vien con l'aguzzino,
e l'assaltorno con ira e tempesta ;
l' iniqua moglie gli tiene la testa.
Tralasciamo il sèguito dell'atroce descrizione : il risve-
gliarsi del misero ai primi colpi, il chiedere pietà o, al-
meno, confessione, il vano lottare, il soccombere; e poi
il trasporto del corpo in carrozza, sette miglia lontano, a
un fiume, dove fu gettato. Marzia, dopo il delitto e po-
Nicola Monaco », che mi sembra secentesca o settecentesca. Al caso
della Prudenza accenna anche U. SCOTI BERTINELLI, Sullo stile delle
commedie in prosa di G.M. Cecchi (Città di Castello, Lapi, 1 906), pp. 40-1 .
IX. -GIOVANNI DELLA CARRIÒLA 101
tendo ormai godere indisturbata l'amante, rimase tuttavia
in preda a contrari sentimenti :
Dubbiosa allegrezza e non sicura,
or contentezza n' ha or pentimento,
or sta contenta e lieta, or s'appaura,
or allegrezza fa ed or lamento ;
ora le sape forte, or non si cura,
or n' ha piacere e festa, ora tormento.
Così tra due pensier di guerra e pace,
or li par bene il fatto, or li dispiace.
0
Non passò molto tempo, e in conseguenza di un litigio
di Marzia con l'amante, la serva confida a una vicina il de-
litto che era stato consumato, e quella ne informa un suo
amico, scrivano della Vicaria (come a dire, cancelliere
della corte criminale). Così i rei furono imprigionati e si
iniziò il processo, nel quale lo sbirro e la serva presto
confessarono ed ebbero condanna di morte; e Marzia, in-
vece, stava per essere salvata, " per grazia e per favore ",
protetta com' era dai molti amici e vagheggiatori che
aveva in Napoli.
Ma dello sbirro la fedel consorte
di volo se n'andò da Sua Eccellenza,
dicendo : — Mio marito va alla morte,
dovendo Marzia patir la penitenza :
ella, che fé* morire il suo consorte,
la vogliono far passar pien d* innocenza. —
E questo espose nel memoriale,
che si castiga quel eh* ha fatto male.
Comanda Sua Eccellenza che il processo
si legga e veda nel Collaterale ;
ben presto venne inteso il caso espresso,
visto e rivisto il tutto a mano a mano...
102 IX. -GIOVANNI DELLA CARRIÒLA
E probabile che il memoriale fosse recapitato al nuovo
viceré, conte di Benavente , venuto in Napoli ai primi
dell'aprile 1 603, il quale non si fece sfuggire l'occasione
di dar subito prova della sua inflessibile giustizia. Co-
munque , continuando a leggere la n storia n , dopo gli
ordini severi del viceré, Marzia fu sottoposta ai tormenti,
e, poiché li sosteneva con fermezza e punto non confes-
sava, le furono, come si è detto, rasi i capelli.
Quando i capelli d'or vidde tagliati,
resta sospetta, attonita e confusa;
con pianti e con sospir gli ha radunati,
e dentro un canestrello poi gli pose ;
e così caramente gli ha serbati,
come ognun fosse pietra preziosa.
Si crede al certo non dover morire ;
piangendo, queste parole prese a dire ;
•■ — Ah quante volte il dì v* ho profumati,
capelli che non siete più li miei !
Quanti amanti per voi furon legati !
Forse ogni giorno più di cinque o sei.
Ora, dal capo mio disseparati,
per li capricci miei vani e rei ! —
Ed al specchio si mira e il dolor cresce ;
e quanto più si mira, più gì' incresce.
Si vede trasformata nell'aspetto,
sospira, piange e n' ha grande cordoglio ;
pare esser divenuta un giovanetto...
Dopo questa operazione del taglio dei capelli, risotto-
messa alla tortura, confessò ogni cosa per filo e per segno,
e fu condannata. Nei giorni che seguirono d' incertezza
e d'ansia, ella ora si abbandonava e rassegnava alla puni-
zione, sentendo in cuor suo che il versato sangue del
marito gridava vendetta, ora sperava di ottenere la grazia.
IX. - GIOVANNI DELLA CARRIÒLA 103
Molti in Napoli pur sempre la favorivano e cercavano di
trarla a salvamento.
Oh quanti cavalier, quanti signori
procuraron che fosse liberata !
Chi per denari assai, chi per favori,
non ne poteron mai trovar la strada.
A giudici, avvocati, procuratori
da mille e mille fu raccomandata ;
mille scudi s'offerse e cinque teste (1),
ma invano fumo tutte le richieste.
E un giorno, ali* improvviso, ella si vide entrare nella
cella i Bianchi, i confortatori all' estremo passo. Tremò,
cadde in deliquio, fu fatta rinvenire.
Dissero i confrati : — O figlia mia,
sta allegramente, e non ti spaventare (2) ;
a Gesù Cristo, figlio di Maria,
umilemente ti vogli inchinare.
Renditi in colpa d'ogni pena ria,
pregalo che ti voglia perdonare ;
se morte pigli per li tuoi peccati,
a goder anderai con li Beati. —
A due s'appoggia e cala finalmente
la bella, afflitta e sconsolata Marzia.
Corre a vederla innumerabil gente,
nà della sua beltà nullo si sazia.
Vien Monsignor Vicario incontanente,
li fa tornar con sua benigna grazia ;
1* interroga : confessa ed assoluta
se ne va Marzia già più risoluta.
(1) Intendi: cinque teste di banditi.
(2) La stampa « sbigottire ».
104 IX. -GIOVANNI DELLA CARRIÒLA
E questo V indugio di cui parla il diario dei Bianchi,
cagionato dall' intervento del Vicario del Santo Officio
dell* Inquisizione.
Si avvia il triste e crudele corteo dei condannati, che
percorre, girando in pompa, un gran tratto della città.
Va la meschina dolorosa e mesta,
ed esce fuori del gran Tribunale.
L'orribil tromba suona e manifesta
a tutti il suo delitto e il fatto male,
dicendo : — A questa si tronca la testa,
perchè al marito fu micidiale. —
Il capitano disse che si vada,
facendo far largura per la strada.
Avanti Marzia va col viso adorno,
come vuol sua sciagura iniqua e dura ;
segue lo sbirro con timore e scorno,
e sopraggiunta vien la notte oscura.
Le torce fan parer di mezzogiorno ;
va capo chin la serva, afflitta e scura :
un ramo di speranza ancora ha Marzia,
forse di non morire e d'aver grazia.
Ad ogni suon che tocca la trombetta,
corre la gente con gran confusione.
Fanno d* intorno, con gran folla, stretta ;
ognun n ha pietà, compassione.
Al fin fu posta dentro una seggetta,
stanca e lassa, con grande afflizione ;
move il core di tutti e gli occhi al pianto :
son li confrati all'uno e all'altro canto.
Cammina, gira, giunge al Lavinaro ;
corre la gente da vichi e vinelle.
Oh quanto spiace e dole il caso amaro
a donne, vecchie, figliuole e zitelle !
Le torce fan parere il cielo chiaro,
e Marzia meschina a queste e a quelle
IX. -GIOVANNI DELLA CARRIÒLA 105
con bel modo e con gentil maniere
dicea : — Ditemi, per pietà, un miserere I —
Come fu giunta a Porta Capuana,
di cavalli e di cocchi un rumor sente ;
di fuor, dentro e intorno la fontana
vede gran moltitudine di gente.
Essa con debil voce, umile e piana :
— Che cosa è questa? — disse umilemente.
Disse un confrate mansueto e pio :
— Son gente che per voi pregano Dio. —
Il supplizio è descritto nei più minuti particolari. Lo
sbirro fu primo a morire e morì compunto; ma la serva
si rivoltò astiosa, assalita dal sospetto che si volesse, morta
lei, far grazia sul palco alla padrona, che era stata la
vera autrice del delitto commesso e della comune rovina.
Ci volle l'opera dei confortatori per calmarla e ridurla a
pensieri di perdono e religione :
Dissero i confrati : — Oh figlia mia,
vedi che st'odio ti farà dannata I —
Salir la fanno con parole accorte ;
disse il credo e poi giunse alla morte.
Anche Marzia riluttava a sottomettersi al supplizio, e
ci vollero minacce, lusinghe, buone parole per persuaderla,
e infine fu messa a morte con un inganno usatole dallo
esecutore della giustizia :
Allo cader che fece la mannara,
— Gesù I Gesù ! — gridorno i circostanti ;
ognun si dole di tal morte amara,
a pianger cominciaron tutti quanti.
La bella donna, sì tenuta cara,
perse ad un tempo la beltà e gli amanti.
Chi al male si confida, questo aspetta,
morir con strazi, tormento e vendetta.
106 IX. - GIOVANNI DELLA CARRIÒLA
Donde la finale esortazione :
Uomini e donne, che seguite Amore,
di questa morte esempio ne pigliate ;
pensi ognun prima che facci l'errore,
e nel mal fare mai vi confidate ;
che chi offende Iddio nostro Signore
delle lor colpe sono castigati.
Perciò facciamo bene e mai mal opre,
che chi fa mal alfin sempre si scopre.
Esortazione, senza dubbio, sincera, ma che è da dubi-
tare fosse il diretto motivo ispiratore di queste storie di
sangue ed espiazione, nelle quali e* è sempre una certa
curiosità e compiacenza malsana, che spiega la fortuna
che trovarono e trovano presso ascoltatori e lettori, e non
sempre sulle sole piazze dove s'aduna il volgo, avido di
rozze commozioni.
Con la notizia che abbiamo data della Storia di Marzia
Basile è compiuta la rassegna di quel che rimane, o piut-
tosto di quel che finora è riuscito d' identificare, della
copiosa opera poetica di Giovanni della Carriòla, del-
l'umile cantastorie, che sulla fine del Cinque e i primi del
Seicento ebbe in Napoli quel soprannome, forse n a ca-
gione del carrettino che egli spingeva , o nel quale da
se stesso si trascinava perchè probabilmente storpio o
paralitico n ( 1 ).
(1) F. RUSSO, op. cit., P. 7.
X.
SHAKESPEARE, NAPOLI, E LA COMMEDIA
NAPOLETANA DELL'ARTE
Non mi è noto che, fra i tanti raccostamenti di cose
lontane, dei quali abbonda la letteratura critica ed erudita
shakespeariana — raccostamenti assai spesso stravagantis-
simi (1), — il nome dello Shakespeare e quello di Napoli
siano stati messi mai in relazione. Si concederà che ciò
faccia ora un critico napoletano, per curiosità storica ma
forse anche per trarne lume su qualche particolare, sia
pure ben lieve, dei drammi shakespeariani.
Il quale critico napoletano rinunzia preliminarmente al-
l'attraente motivo del grande influsso, che sullo Shakespeare,
e più propriamente sul personaggio e sulle meditazioni
di Amleto, avrebbe esercitato il filosofo napoletano di lui
(1) Eccone uno, per esempio; curioso per noi italiani: Shakespeare
è — Garibaldi. Infatti, Gariwald o Gerwald (nome di un duca bavaro
del sesto secolo), — che in Francia divenne nome di famiglia, Giraud,
Guerault, ecc., e trapassò coi Normanni in Inghilterra nella forma di
Gerald, e sopravvive in nomi composti, Fitzgerald, — si risolve etimo-
logicamente in Ger (ingl. spear, lancia) e wald (ingl. wield, brandish,
shake, scrollare, squassare); sicché l'uno e l'altro nome significano Crol-
lalanza. Si veda un articoletto in Notes a. Queries, n. 238, tradotto in
Jahrb. der deutsch. Shakespeare Gesellschaft, voi. XX, 1885, pp. 335-6.
108 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
contemporaneo, Giordano Bruno. Il raccostamento fu fatto
pel primo, che si sappia, da Moritz Carriere, nella sua Phi-
losophische Weltanschauung der Reformationszeit (1847),
e poi dal Tschischwitz nelle Shakespeare-Forschungen
(1868); fu svolto in una monografietta di W. Koenig,
Shakespeare und Giordano Bruno (1876) (1), e riecheg-
giato da parecchi critici tedeschi de\Y Amleto, anche dal
Vischer (2) ; finche venne ripreso in esame nel 1 889 da
R. Beyersdorff (3), il quale concluse che, dei riscontri
citati, alcuni non hanno significato filosofico, e molto meno
bruniano, e altri si riportano ai libri del Montaigne e del
Lily : neir ultimo dei quali si trova, fra l'altro, adombrato il
carattere di Polonio nella figura di un old gentleman in
Naples. Questa conclusione — che cioè la Bruno Hypo-
these manchi di ogni positive Begrùndung — si può dire
per ora concordemente accettata dagli studiosi (4).
(1) In Jahrbuch cit., XI, 97-139.
(2) Shakespeare- Vortràge, I3, 254.
(3) Giordano Bruno und Shakespeare, in Jahrbuch cit., XXVI, 1891,
pp. 259-324.
(4) Si possono aggiungere questi scritti inglesi, che trovo citati nella
monografia deH*lNTYRE sul Bruno: Quarteria Review, e il FURNESS
nel New Variorum Shakespeare. Il risultato negativo è anche raccolto
nella nota opera divulgativa di GIORGIO BRANDES, William Shake-
speare (trad. ted., 1 898), pp. 492-505. — Ciò non ha impedito a un
noto affastellatore italiano di ripresentare testé, su pe' giornali, tra la
ammirazione degli inesperti, 1* ipotesi bruniana come una scoperta ori-*
ginale : v. P. ORANO, Amleto è Giordano Bruno ? (Lanciano, Carab-
ba, 1916); nel qual opuscolo (pp. 34-5) si legge: «Che Amleto possa
essere stato concepito dal genio dello Shakesprare alla lettura delle
opere di Bruno vagabondo a Parigi e a Londra in cerca di vecchi
mondi da distruggere, non soltanto non è mai passato
X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA 109
Sarà il caso, invece, di accennare alla risonanza che
del nome e della storia quattrocentesca di Napoli si ha
neh" Henry VI, dove nella prima parte è tra i personaggi
1 Reignier, duke of Anjou, and titular King of Naples n,
il nostro " re Renato ", il cavalleresco avversario di Al-
fonso d'Aragona. Al quale Renato non sono risparmiati
sarcasmi per la sua povertà, sicché egli fa, in quei drammi,
un pò* la figura del n re Teodoro " (nel melodramma
dell'abate Casti). n II povero re Renato (si dice, parte II,
I, 1 ), la cui aria grandiosa non ben s'accorda con la ma-
grezza della sua borsa n :
... the poor King Reignier, whose large style
agrees not with the Ieanness of his purse.
Questo disprezzo pel pretendente senza danaro ritorna nelle
invettive lanciate contro la figliuola di lui, una delle più
terribili figure shakespeariane, la regina Margherita. Il pi-
rata, che mette a morte Suffolk, inveisce contro costui,
che era stato l'amante della regina, e tradiva un potente
re per la figlia " of a worthless £/ng Having neither su-
bjecU wealth, nor diadem ■ (ivi, IV, 1 ). E Riccardo, duca
di York, allorché essa vuol farlo arrestare, esclama:
O blood-bespotted Neapolitan,
outcast of Naples, England 's bloody scourge !...
(Ivi, V, 1).
per il capo del pubblico, ma neanche per quelli
degli studiosi, quantunque la spulciatura (sic) comparativa (sic)
a scopo di raffronto generico (sic) sia stata tentata (sic) da qualche (sic)
sofo (sic) alemanno » !
110 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
Con maggiore violenza ancora, nel momento in cui quella
furia di Margherita sta per metterlo a morte, Riccardo
impreca contro di lei, rinfacciandole il padre miserabile:
She-wolf of France, but worse than wolves of France,
whose tongue more poisons than the adder *s tooth !...
But that thy face is, visard-like, unchanging,
made impudent with use of evil deeds,
I would assay, proud queen, to malte thee blush.
To teli thee whence thou camest, of whom derived,
were shame enough to shame thee, wert thou not shameless.
Thy father bears the type of King of Naples,
of both the Sicily and Jerusalem,
yet not so wealthy as an English yeoman.
Hath that poor monarch taught thee to insult ?...
(Parte terza, I, 4).
Similmente poi, i due figliuoli di lui, il duca di Gloucester
e il duca di Clarence, il primo dei quali la chiama:
Iron of Naples hid with English gilt,
whose father beers the title of a King —
as if a channel should be tali 'd upon the sea, —
shamest thou not, knowing whence thou are extraught,
to let thy tongue detect thy base-born heart ?
e il secondo dice:
What will your grace have done with Margaret ?
Reigneir, her father, to the King of France
hat pawn'd the Sicily and Jerusalem,
and hither have they sent it for her ransom.
(Ivi, II. 2) (1).
(I) Superfluo dire che sulla figura drammatica della regina Marghe-
rita e' è una monografia tedesca (e su quale argomento non e' è una
monografia tedesca ?) : KARL SCHM1DT, Margareta von Anjou vor und
X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA 1 1 1
1 Napoli " e " napoletano n ricorrono altresì nei drammi
dello Shakespeare a proposito di una certa malattia, che
nel Cinquecento prese denominazione, tra 1* altro, dal no-
stro paese. n After this (dice Tersite nel Troilus and
Cressida, II, 2) the vengeance on the rohole camp ! or,
rather, the Neapolitan bone-ache /... " o anche, come la
chiama Pandaro, che ne è affetto (ivi, V, 1 ) : n the rotteti
disease of the south n . Neil* Othello, ai musici che Cassio
reca a suonare sotto le finestre del generale, dice il clown,
alludendo agli effetti dello stesso malanno: What, masters,
have your instruments heen in Naples, that they speak ¥
the nose thusì " (III, 1).
Si direbbe che qualcosa del ritratto satirico, assai di-
vulgato nel Cinquecento (1), dei gentiluomini napoletani,
vantatori delle loro ricchezze, del loro lusso e della loro
varia abilità, si avverta in quel luogo del Merchant of
Venice, in cui, tra gli aspiranti alla mano di Porzia, viene
catalogato un " principe napoletano n :
NEPESSA.— First, there is the Neapolitan prince.
PORTIA. — Ay, that 's a colt indeed, for he doth nothing
but talk of hirs horse ; and he makes it a great
appropriation to his own good parts, that he
can shoe him himself. I am much afeard
my lady his mother played with a smit.
(A. I, 2).
bei Shakespeare (Berlino, 1906: nella raccolta Palaestra, voi. LIV). Vi
si cerca, tra l'altro, di provare che quel carattere shakesperiano ha su-
bito l' influsso del racconto di Polidoro Virgilio, il quale, a sua volta,
s'era ispirato al ritratto che Livio (I, 46) fa della romana Tullia.
(1) Si veda in proposito il mio saggio: « 11 tipo del Napoletano nella
commedia», in Saggi sulla letteratura italiana del seicento (Baiti, 1911),
p. 370 sgg.
112 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
Mi tornano qui a mente, tra l'altro, certe parole del Va-
sari, nella vita di Polidoro da Caravaggio: " Avvenne che,
stando egli (Polidoro) in Napoli, e veggendo poco stimata la
sua virtù, deliberò partire da coloro che più conto
tenevano d'un cavallo che saltasse, che di
chi facesse con le mani le figure dipinte parer vive n (1).
Ma il solo dramma shakesperiano, che veramente ci ri-
chiami per più rispetti a Napoli è The Tempest(\6\ 1 ?) (2),
sulle cui fonti assai si è disputato, particolarmente negli
ultimi anni, e noi non ritorneremo sull'argomento per non
ripetere cose che si possono trovare in ogni buon manuale,
o raccogliere dagli spogli del Jahrbuch della Società shake-
speriana tedesca. Basterà dire, in compendio, che le due
fonti principali sarebbero il racconto del naufragio di sir
George Somers alle isole Bermude, e una novella, di cui
è ignota la versione che lo Shakespeare avrebbe letta, ma
che trova riscontro in una delle novelle inserite nelle Noches
de invierno di Antonio de Eslava (1609) e nella tela di un
dramma tedesco deli'Ayrer (3).
(1) Vite, ed. Milanesi, V, 151.
(2) Il dramma è di quelli in cui i baconiani trovano criptogrammi,
che ne dimostrerebbero autore Bacone 1 Infatti, gli ultimi due versi del-
l'epilogo : « As $ou from crimes would pardon' d be, Let you indulgence
set me free », trasportando le lettere e aggiungendo un a, rivelerebbero:
« Tempest of Francis Bacon Lord Verulam. Do \;e ne'er divulge me, $e
words ! » (in Jahrbuch cit., XXXIX, 381). Testé, un prof. A. Lefranc
(v. Reoue des deux mondes, 1 febbraio 1919, pp. 606-7) lo ha asse-
gnato a colui che, a suo parere, sarebbe autore di tutti i drammi sha-
kesperiani, il conte di Derby, perchè solo un conte, un gran signore,
e non mai un vile istrione, poteva osare di portare in iscena magie e
stregonerie, regnante un Giacomo I, avversario dell'arte magica !
(3) Per maggiori particolari sulle ricerche più recenti, cfr. Jahrbuch
X. -SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA 113
Nella Tempest, com* è noto, hanno parte Alonso re di
Napoli, suo fratello Sebastiano, suo figlio Ferdinando,
Gonzalo nobile napoletano, e, in un altro gruppo, Pro-
spero, duca di Milano, sua figlia Miranda, Antonio suo
fratello ed usurpatore del ducato ; e i reali di Napoli,
insieme con Antonio, nel tornare da Tunisi dalle nozze
di Ciambella, figlia del re di Napoli, col re di Tunisi,
sono sbattuti da tempesta nell' isola dove dimorano Pro-
spero e la figliuola, e dove Ferdinando e Miranda s'in-
namorano T un dell* altro. "77/ make you the queen of
Naples n, dice il giovane principe naufrago alla bella Mi-
randa (I, 2). Già il Bonghi ebbe a congetturare che i
nomi di Alonso e di Ferdinando, e le loro relazioni coi
duchi di Milano, si riportino agli avvenimenti della storia
napoletana sulla fine del secolo decimoquinto (I); e questa
congettura è stata poi ripresa da un erudito tedesco,
ignaro dello scritto del Bonghi, dal Sarrazin, che iden-
tifica le figure di Alonso e di Ferdinando con quelle di
Alfonso II d'Aragona e di Ferdinando, dei quali il primo
sposò una figliuola del duca di Milano, Ippolita Sforza,
e in Gonzalo vede un ricordo di Gonzalo de Cordova,
il gran Capitano, al quale il regno di Napoli dovè la sua
salvezza contro i francesi (2). Un precedente ricercatore
cit., XLIII, 155-68, 375, XLVII, 231, L. 151-2. Alla controversia ha
partecipato RUDYARD KIPLING , con l* opuscolo : The stilhexed Ber-
mootbes, a Letter on a possible source of the Tempest (1906).
(1) BONGHI, Horae subsecivae (Roma, 1883), pp. 222-3.
(2) GREGOR SARRAZIN, Neue italienische Skizzen zu Shakespeare:
7. Die Vertreibung des Herzogs Prospero, in Jahrbuch cit., XLVI (1906),
PP. 179-86.
114 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
o almanaccatore (1) ritrovava nel nome del duca discac-
ciato quello di Prospero Colonna ; e identificava 1' isola
della Tempesta, Y isola di Sicorace, con quella di Pan-
telleria (2) ; e nella n Calibia n dell'Africa settentrionale
scorgeva la probabile origine del nome di " Calibano ".
Ma tutti codesti sono giochetti, specie quando si consi-
deri che lo Shakespeare aveva così precise cognizioni
geografiche sull' Italia meridionale da porre Tunisi a di-
stanza immensa, quasi invalicabile, da Napoli (3). Si può
ammettere soltanto che lo Shakespeare adoperasse nomi
resi familiari all'orecchio dalle storie italiane degli ultimi
del Quattro e dei primi del Cinquecento, notissime allora
e poi.
Nuova, ma più importante e più solida affermazione è,
invece, che quel dramma ha qualche rapporto con la let-
teratura italiana. Ciò balenò in forma di sospetto al War-
burton, nel Settecento (4), che si fondava per questo so-
spetto sulla regolare osservanza della unità, che c'è nella
(1) TH. ELZE, Italienische Skizzen, in Jahrbucb cit., XV (1880),
PP. 251-3.
(2) Un rev. J. Hunter la identificò invece con V isola di Lampe-
dusa: secondo una notizia della ed. New Variorum del Furness (Lon-
dra, 1882).
(3) She that is queen of Tunis: she that dwells
ten leagues beyond man *s lire ; she that from Naples
can have no note, unless the sun were post, —
the man in the moon *s too slow, — till new-born chins
be rough and razorable, ecc. (A. II, 1).
(4) The Works of Shakespear, in eight Volumes... by Mr. POPE and
Mr. WARBURTON (London, 1 774) : voi. I, p. 87 : « In reading this
play, I ali along suspected that Shakespeare had taken it from some
Italian writer ... ».
X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA 1 1 5
Tempesta e manca agli altri drammi dello Shakespeare,
sull'essere in essa tutti i personaggi italiani , e sopra un
giuoco di parole, che vedremo più oltre. Ma troppo poco
il Warburton era versato nella conoscenza del teatro
italiano da condurre a buon fine 1* idea che gli era sorta
in mente; e, sebbene nell'opera del Riccoboni, cercasse
e trovasse titoli di due commedie col negromante (il iVe-
gromante dell' Ariosto e il Negromante palliato dei Petrucci),
neanche quelle potè vedere , e del resto non facevano
al caso. Anche oggi scarse e insufficienti sono le inda-
gini rivolte agli influssi che sul teatro inglese potè eser-
citare la commedia dell'arte italiana, che veramente gio-
verebbe considerare più da vicino. Influssi i quali non
sono da restringere, a mio avviso, solo all'opera dei
comici italiani che sappiamo aver recitato allora in In-
ghilterra, e di quelli che con tanto maggiore frequenza
recitavano in Francia ; ma alla divulgazione, che cer-
tamente dovevano avere i copioni e gli scenari italiani
nei teatri delle varie parti d'Europa, e i tanti drammi
italiani d' ogni sorta, che furono messi a stampa sulla
fine del Cinquecento e nei primi del Seicento, che ancora
aspettano il bibliografo e V esploratore. Il breve lavoro
del Wolff, Shakespeare und die Commedia dell* arte (1),
non è bene informato della letteratura critica italiana e
delle molte raccolte di scenarii venute in luce negli ul-
timi decenni, talché si fonda ancora solamente sul Teatro
della Scala.
(1) In Jahrbuch cit., XLVI (1910), pp. 1-20. Gli sono sfuggiti anche
i buoni accenni dello SCHERILLO, La commedia dell'arte, in Vita ita-
liana del seicento, pp. 475-80.
116 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
E merito del Neri (1) di avere, pel primo, rivolto la
attenzione e lo studio intelligente al gruppo di scenari
che risalgono al secolo decimosesto, dell* Arcadia incan-
tata, e di averne scorto la relazione con The Tempest.
1 La tempesta (egli dice raccogliendo i tratti di quegli
scenari), che disperde i naviganti in un' isola lontana, per
volontà di un mago che guida tutta Fazione in un giorno
d* incanti, dopo il quale spezzerà la sua verga; una terra
selvaggia popolata da spiriti ; due gruppi di personaggi,
i nobili ed i plebei, rivolti i primi all'ambizione e allo
amore (con le nozze finali), i secondi al godimento bru-
tale e riserbati allo scorno ; par bene che sia questa la
nuda trama dell'ultima commedia dello Shakespeare n.
Ed aggiunge : n Si potrebbe scendere a un confronto più
minuto ; i selvaggi che adorano per lor nume Arlecchino
e lo rimpinzano di cibi, e poi si accorgono dell'inganno,
si ritrovano in Calibano, prostrato dinanzi ai grossi marinai:
Ariele trascina e delude gli smarriti: 1* isola è piena di ru-
mori, di suoni, di dolci arie dilettose: a volte, mille strumenti
risuonano all'orecchio di Calibano, e se pure egli si è destato
da un lungo sonno, lo fanno addormentare di nuovo. Anche
la rivalità fra il mago ed i naufraghi, ed infine la loro paren-
tela, viene accennata in qualche scenario n (2). Giova
leggere i primi righi delle redazioni di quegli scenari :
Prima scena. Selva — Mago : l'arrivo dei forastieri : dice che non
partiranno senza suo volere ; tratta la decisione de pastori e ninfe delle
selve, che lui fa : doppo incanto, via.
(1) FERDINANDO NERI, Scenari delle Maschere in Arcadia (Città di
Castello, Lapi, 1913).
(2) Op. cit., pp. 33-4.
X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA 1 17
Mare tempestoso, con nave naufragandosi — Pollicinella, da mare; so-
pra la tempesta passata, la perdita ed il naufragio de padroni e servi,
suoi compagni. In questo
Coviello, dall'altra parte : 1* istesso di Pollicenella. Si accorgono uno
con l'altro, fanno lazzi di paure; infine, dopo lazzi di toccarsi, si chia-
riscono esser salvi; dicono la perdita del compagno e del padrone (1).
Per mia parte, stimo del tutto comprovate le conclu-
sioni del Neri ; e solamente, riattaccandomi a un* osser-
vazione che ebbi a fare già sin dal 1898 sulla napole-
tanità del nome di uno dei due marinai ebbri di The
Tempest, Trinculo (2), ardisco esprimere Y avviso che la
commedia italiana che, in modo più o meno indiretto,
venne a notizia dello Shakespeare, e che egli tenne pre-
sente o ricordò nel comporre The Tempest, doveva es-
sere una commedia o uno scenario elaborato da comici
napoletani, con parti buffe napoletane.
Tornerebbe difficile altrimenti spiegare come in The
Tempest si sia introdotto il nome di n Trinculo ", che non
solo non ha riscontro in altre lingue, ma nemmeno nella
lingua italiana. Vero è che 1* Elze non dubitò di etimo-
logizzarlo con " trincare, trincone n, germanesimi impor-
tati nella lingua italiana dai lanzichenecchi tedeschi (3) ;
ma quella forma derivata non esiste in italiano, ne potè
esserne derivata dallo Shakespeare. Laddove, se si apre
un canzoniere napoletano dei primi anni del Seicento, s'in-
contrerà subito :
Cecca, pecche l'aruta te mettiste
ncopp' a ssa trezza ionna de natura,
(1) Pubbl. in app. all'op. del NERI, p. 87.
(2) CROCE, Saggi della letteratura italiana del seicento, 1. e, p. 303 n.
(3) TH. ELZE, in Jahrb. cit., XV, 253.
118 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
e fra trincole e smincole la iste
a mettere a ssa rossa legatura ?... (1).
Meglio ancora : consultando la descrizione in versi di
Napoli e delle sue costumanze, fatta da un contempora-
raneo dello Shakespeare, da Giambattista del Tufo nel
1588, si troverà tra i gridi dei venditori ambulanti che
risonavano allora quotidianamente per le vie di Napoli :
Trincole e mincole!
Chi accatta lazze e spingole ? (2).
E la parola (se non più il grido) è ancor oggi viva,
e il vocabolario dell' Andreoli la spiega " con fronzoli, nin-
noli, cianfrusaglie, gingilli ".
{]) La tiorba a taccone di FILIPPO SGRUTTENDIO, corda I, son. 53
(ed. Porcelli, p. 53).
(2) Ritratto o modello della grandezza, delitie et meraviglie della no-
bilissima Città di Napoli (1588). Ms. della Bibl. Naz. di Napoli. XIII»
C, 96. Riferisco per disteso il brano :
Se le scarpe e pantofoli son rotti,
ecco per strade il conciator di quelli :
Chi vuò solar chianelli ?
Poi con dolci altri motti :
Zeppale con lo mele !
E cento insieme ancor : Chi vuò candele ?
Cetrangole e lomingelle,
e legna e frasche insiem con sarcinelle ?
Chi vuò conciatinielle ?
Ma poi con altri ancor : Tringole e mingole f
Chi accatta lazze e spingole ?
Così di quando in quando
sentireste passare
centomila altre cose da comprare...
(Ms. cit., f. 27).
X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA 119
Or bisogna ricordare che, sul finire del secolo deci-
mosesto, si formarono e corsero pel mondo una folla di
personaggi comici napoletani, Coviello, Pascariello, Poli-
cinella, Cola, Maramao, Ciccio Sgarra, Meo Squacquara,
Spaccasirummolo, ecc., dei quali parecchi si vedono de-
lineati nei rami del Callot (1), che li osservò nella stessa
Napoli, dove venne probabilmente nel 1721. Non è fuor
di probabilità che che , fra quei tanti nomi buffoneschi,
formati spesso su mere analogie e bizzarrie foniche, fosse
anche quello di un n Trinculo ".
Anche il nome di " Stefano n risale forse a un ori-
ginale napoletano. Il Warburton (2) pensava che le pa-
role di Stefano, atto V, v. 286 : " O, touch me noi: — I am
noi Stephano, bui a cramp ", richiamassero un giuoco di
parole dell'originale italiano, che egli supponeva fosse,
per es.: n Non sono Stefano (sic), ma staffilato (sic) ", in rela-
zione con le punture (looth 'd briers, sharp furzes, pricing
goss and thorns), inflittegli sulla pelle da Ariele. Senza
presumere di ricostruire per congettura il probabile gioco
di parole napoletane, è da ricordare, a ogni modo, che
ff Stefano n, in gergo furbesco, valeva e vale n ventre,
pancia ' ; donde le frasi napoletane n egnersi (riempirsi)
lo Stefano n ; ■ farse tanto de Stefano n , e simili (3) ; e
questo significato agevolava la formazione di equivoci, per
es. tra Stefano (ventre) e stentino (budello), o Stefano e
granco (ritiramento di muscoli, contorsioni, cramp).
(1) CROCE, / teatri di Napoli dal rinascimento alla fine del secolo
decimottavo, nuova edizione (Bari, 1916), pp. 31-33.
(2) Ed. cit., 1. e.
(3) Si veda il D'Ambra e gli altri lessicografi napoletani.
120 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
Trinculo risponde perfettamente ali* Arlecchino delle
commedie fantastiche italiane. Egli è dato bensì come un
marinaio appartenente alla ciurma della nave che la tem-
pesta spinse ali* isola di Prospero ; ma intrinsecamente
(come avvertiva lo Steevens) " is not a sailor, bui a je-
ster, and is so called in the ancient dramatis personae ;
he therefore wears the petty-coloured dress of one of these
characters " (1). Appartiene (osserva una scrittrice che
ha studiato l'umorismo dello Shakespeare) alla categoria
dei servi astuti, ed è, in tutto il suo essere, un clown,
un domestic buffoomh codardo e senza cervello, e il vino
scatena in lui solo impulsi bassi ; onde la sua comicità
è passiva, esterna, di situazione, e il suo spirito formale
e ottuso. Accanto a lui, il suo compagno Stefano è " su-
periore così per temperamento come per qualità di beone " ;
rimane più padrone di se , e verso Trinculo rappre-
senta la parte del signore e del timoniere (2). La co-
micità di entrambi (notò già il Tieck) non è quella di
caratteri che abbiano singolare spicco e attirino forte la
attenzione (per es., quella di Falstaff), ma è leggiera e ovvia,
perchè servono solo a svagare lo spettatore, accrescendo
insieme il meraviglioso e l'effetto dell'intero dramma (3).
Dopo il naufragio, quando l'uno aveva creduto morto
l'altro, s' incontrano entrambi nel!' isola, presso Calibano,
e si riconoscono, come negli scenari della corrispondente
commedia italiana :
(1) Cito dall'eoi, dei Complete Works of W. S., ed. Chalmers (Paris,
1844), I, 24.
(2) HELEN RICHTER, Der Humor bei Sh., in Jahrbuch cit., LXV
(1909), cfr. pp. 13-4.
(3) LUDWIG TIECK, Kritische Studlen (Leipzig, 1848), I, 59.
X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA 121
TRINCULO — Stephano ! If thou beest Stephano, touch me, and speak
to me ; for I am Trinculo — be not afeard, — thy good friend
Trinculo.
STEPHANO — If thou beest Trinculo, come forth : I '11 put thee by
the lesser legs : if any be Trinculo *s legs, these are they. Thou art
very Trinculo indeed! How camest thou to be the siege of this
moon calf ? can h e vent Trinculos ?
TRINCULO — I took him to be killed with a thunder-stroke. But are
not drowned, Stephano ? I hope thou art not drowned. Is the storm
overblown ? I hid me under the dead moon-calf 's gaberdine for fear
of the storm. And art thou living, Stephano ? O Stephano, two Nea-
poletans escaped !
(II, 2).
1 Two Neapolitan escaped ", " due napoletani salva-
tisi n, che a Napoli erano stati altra volta Coviello e Po-
licenella, e altrove, nella commedia delPalta Italia, Bri-
ghella e Arlecchino. Con questi zanni, italiani e napo-
letani, i due personaggi shakespeariani hanno comune il
fare spensierato e scherzevole ; onde il loro pronto ami-
carsi con Calibano e il bonario loro divertirsi a far bere,
godere e ubbriacare il mostro, che hanno incontrato : il
n signor mostro ", come lo chiamano, ridendo di se e di
lui. A leggere quelle scene, par di sentire 1* eco di si-
mili o affini scene pulcinellesche, che ci sono sfilate in-
nanzi tante volte nelle commedie e farse dei teatri na-
poletani (1).
(1) E non sarebbe opportuno condurre una simile ricerca nei drammi e
scenari italiani per le Pene d'amor perdute, delle quali s' ignora la fonte,
e che ha tanta aria italiana, e presenta personaggi comunissimi nella com-
media italiana della seconda metà del Cinquecento, il Pedante e lo
Spagnuolo? Al qual proposito non è da considerare impossibile che lo Sha-
kespeare avesse qualche notizia diretta o indiretta della commedia // Can-
delaio del Bruno. Il giuoco di parole contro il pedante Holof-rnes, ha,
122 X. - SHAKESPEARE E LA COMMEDIA NAPOLETANA
pron. be (V, 1), riesce oscuro e inesplicabie senza il riferimento al
motto di « pe », « pecorone », contro il pedante Marfurio, nel Cande-
laio, III, 7. Anzi un mio ingegnoso amico è giunto a pensare che. cerne
nei Secondi frulli del Florio, noto allo Shakespeare, e di cui v'è traccia
forse in questa commedia (IV, 2), il Bruno appare come « Nolano »,
così nelle Pene d'amor perdute egli avesse suggerito il nome del più vi-
vace personaggio di quella commedia. « Biron », infatti, è una corre-
zione che si trova dal secondo in-folio in poi ; ma nelle due stampe
originali il nome è scritto costantemente « Berowne »; cfr. The Works
of W. Sh., ed. by W. Aldis Wright (London, Macmillan, 1894), voi. II,
p. 230. Ora « Berowne » ±± Brown =: Bruno! Si trastulli chi vuole con
questa nuova « ipotesi brunian?* », che avrebbe per lo meno il merito
di non perdersi a fantasticare sulla filosofia bruniana, studiata dallo
Shakespeare, ma di restringersi alla probabile aneddotica della vita lon-
dinese, nella quale la figura di Bruno non passò inosservata. D* altra
parte, nella scena IV, 1 , si accenna a « a phantasime, a Monarcho »,
sul quale i commentatori inglesi raccolgono notizie che dimostrano es-
sere una figura della commedia italiana, e appartenere al mondo e ai
motti di « Bergamasco e (Arlecchino). Rimetto questo tema di studio
a miglior tempo, o piuttosto, ad altro e migliore ricercatore. [Posterior-
mente è tornato sulla questone delle fonti italiano della Tempesta E.
D. GREY negli Studies on modem philolog^ della Università John Hop-
kins, giugno 1920 : cfr. un cenno nel giornale Le lettere di Roma, II,
3, 18 febbraio 1921. Per le cognizioni in genere delle cose italiane
che ebbe lo Sh. è da vedere la recente monografia di LONGWORTH
CHAMBRUN, Giovanni Florio, Un apotre de la Renaiseance en Angle-
terre a l'epoque de Shakespeare, (Paris, Payot, s. a., 1921.]
XI.
G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
Poiché il Vico passò parecchi anni, e dei più feconda
della sua giovinezza in casa dei Rocca, a Vatolla, pia-
cerà apprendere qualcosa di più particolare intorno alla
famiglia che l'ebbe ospite.
Quello dei Rocca, che il Vico conobbe per primo, e
che a lui offerse l'ufficio di precettore dei suoi nipoti, il
vescovo Geronimo, è anche il più noto, perchè lo ricordano
rUghelli(l) e il Giustiniani (2). Vescovo d'Ischia dal
1673 al 1691, era nato a Catanzaro, e " si esercitò non
poco (dice il Giustiniani) nei tribunali sì ecclesiastici che
laici n di Napoli e di Roma, acquistando reputazione
e protezioni. Dalle sue molte allegazioni forensi trasse
un'opera in due volumi di Disputationum iuris selectatum
cum decisionihus super eis prolatis, stampata due volte, a
Napoli, dal Paci, 1686-1688, e a Coloniae Allobrogum
(Ginevra), presso i fratelli De Tournes, 1693, cioè due
(1) Italia sacra (editio, II Venetia, 1720), VI, 237-8.
(2) Memorie istoricbe degli scrittori legali dei regno di Napoli (Napoli,
1788, II, 113-14). L' Ughelli lo loda, come vescovo, per le opere che
compì in Ischia, non solo di religione, ma di comodo civile, strade, con-
dotti di acqua potatile, e simili.
124 XI. -G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
anni dopo la morte dell* autore (morì nel 1691). "Giu-
reconsulto chiarissimo, come le sue opere dimostrano ", lo
dice il Vico; ma il Giustiniani, che non aveva ragione
di essere altrettanto riguardoso, giudica che il Rocca, nelle
sue disquisizioni, " maneggia la legge, ma le più volte si
attacca ali* autorità dei dottori, e suole spesso versarvi
<.o\ sacco le citazioni n, sebbene conceda che, per le
molte e varie cose di cui tratta, possa " prestare non poco
aiuto a chi si addice nel foro e sappia ritrovare Toro in
mezzo al loto n (1).
Quando nel gennaio del 1674, morto il vicario gene-
rale, Tarcivescovo di Napoli, cardinale Innico Caracciolo,
chiamò a quell'ufficio il vescovo Rocca, fu un gran malu-
more nel clero di Napoli ; e un cronista, che da quei
preti tolse 1* ispirazione, scrisse parole di fuoco contro
questa preferenza data a " un calabrese di bassa statura
e di aspetto miserabile, ordinariamente guernito di ma-
teria legale, gentiluomo di Catanzaro assai più che povero,
superbo quanto Lucifero, fratello d'omicidiari, avendo un
suo fratello ucciso di mezzogiorno alla cappella di San
Marino anni sono un gentiluomo di casato Catalano, ed
un altro suo fratello, gesuita, ammazzò un altro gesuita
di casa Caracciolo dentro il Collegio dei Gesuiti di Na-
poli ". E via di questo passo! Ma, un paio di mesi dopo,
poiché il Rocca, non avendo ottenuta licenza di esimersi
(1) Nell'esemplare dell'opera del GIUSTINIANI, in Bibl. Naz. di Nap.,
ms. XII. Z. 6, con note del Minieri Riccio, sono segnati allegazioni
« pareri del Rocca sparsamente stampati, tra i quali noterò un Discorso
prattico dell'emendamento delle sete in Calabria, dell'abusi et inconvenienti
<be l'affliggono, et delli rimedi et ripari che potriano applicarsi per ag-
aiutarlo e per ridurlo alla dovuta et proportionata rendi ta (Napoli, 1681 , in f.).
XI. - G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA 1 25»
dalla residenza in Ischia e dimorare in Napoli, volle
tornare alla sua chiesa, il tono cangia fondamentalmente,
e lo stesso cronista lo loda per aver n giudiciosamente n
firmato le scritture " come provicario n e per aver ben
tenuto l'ufficio " con suo molto concetto appresso d'ogn'uno
di buona opinione e sodisfattione publica n (1). Il temibile
concorrente aveva lasciato il campo, e perciò ridiventava
un galantuomo. Così son fatti gli uomini, ossia così eran
fatti nel secolo decimosettimo !
Il fratello del vescovo, ai cui figliuoli il Vico si recò
precettore, era Domenico Rocca, barona di Amato e
marchese di Vatolla. Quest'ultima terra era stata acqui-
tela all'asta pubblica nel 1660 dall'altro loro fratello, il
generale Giovanni Rocca, maresciallo di Spagna, che morì
nel 1 664 o nel 1 666 (2). Appartenevano i Rocca a una
famiglia calabrese, di cui il Vico stesso dà notizie nobi-
liari in due suoi scritti (3). Ereditò Vatolla e gli altri
beni feudali il figlio primogenito del generale, Giuseppe
Oronzio, a cui nel 1 680 fu conferito il titolo di marchese
di Vatolla ; ma, non avendo esso figliuoli, e poiché la
vedova del generale suo padre, Chiara Vespoli, aveva
(1) INNOCENZO FUIDORO, Giornali, mss., Bibl. Naz. di Napoli, X.
B. 16, ff. 137, 139, 149.
(2) M. MAZZIOTTI, La baronia del Cilento (Roma, 1904), p. 210,
segna la data del 21 ottobre 1666, laddove negli Spogli delle signifi-
catone dei relevi, li, 410, dell' Arch. di Stato di Napoli, è quella del
31 dicembre 1664.
(3) Nella dedica della canzone gli Affetti di un disperato, riferita in
CROCE, Bibliografia vichiana (Napoli, 1904), pp. 20-1, e in quella
che precede la canzone per le nozze del Mazzacane con Giulia Rocca
(in Opere, ed. II Ferrari, VI, 356-7).
126 XI. -G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
sposato in seconde nozze il cognato Domenico, nel 1683
Giuseppe Oronzio donò i suoi feudi al fratello uterino
Francesco, e il padre di costui, Domenico, ne assunse i
titoli come rappresentante del figlio minorenne (1).
La terra di Vatolla " di bellissimo sito e di perfettis-
simo clima ", come dice il Vico, era una delle numerose
borgate che, sparse sulle pendici del monte Stella nei
Salernitano, formano la regione detta del Cilento (2).
11 Vico non solo vi trovò una ricca biblioteca a sua di-
sposizione nel convento di S. Maria della Pietà dei frati
osservanti, ma anche sperimentò il marchese Domenico
Rocca " gentilissimo suo mecenate n, che n si dilettava
nella stessa maniera di poesia " da lui coltivata. Nella
Pompe funerali per Caterina d'Aragona, madre dei vi-
ceré Medinaceli, stampate in Napoli nel 1 Ó97 e contenenti
una Oratio del Vico, si leggono due sonetti del Rocca, dei
quali il secondo, diretto all' abate Federico Pappacoda,
h questo:
Spirto gentil, cui Febo il crin circonda
di sempre verde ed onorato alloro,
deh salda ornai con la tua cetra d'oro
l'aspra d'un regio cuor piaga profonda.
E raffrena del pianto il rio, che inonda
il generoso petto, al cui martoro
recar ben può '1 tuo canto alto ristoro,
anzi in gioia cangiarlo alma e gioconda.
(1) Archivio di Stato, Repertorio dei Quintemioni IV, 419; Spogli
cit., II, 597/; Cedolario Principato Citra, 1696-1731, f. 32: cfr. MAZ-
ZIOTTI, op. cit., pp. 2 1 0- 1 1 . Giuseppe Oronzio morì nel 1689.
(2) Si veda il MAZZIOTTI, op. cit., intr.
XI.- G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA 127
Mostra pur ne' bei carmi al mesto figlio
cinta di luce la gran madre altera,
che nel materno sole affisa il ciglio.
Mostragli ancor come dall'alta spera
manderà più nipoti, il cui consiglio
serva di scorta alla fortuna Ibera(l).
Domenico, oltre una figliuola, Giulia, aveva tre figliuoli
maschi, il già ricordato Francesco, Saverio e Carlanto-
nio (2), che sono i nomi dei giovinetti affidati alle cure
del Vico. Del cui soggiorno a Vatolla hanno formato
argomento di congetture e di dubbi le date iniziale e finale,
e la stessa durata, che il Vico dice di n nove anni n e
forse fu alquanto più breve. A me che avevo pensato
doversi porre il novennio tra il 1684 e il 1693, nel qual
anno si aveva notizia di ritorno del Vico (3) a Napoli, è
stato giustamente fatto osservare dal Donati che il Vico
dovè più volte, durante quel soggiorno, recarsi a Napoli
e dimorarvi più o meno a lungo, e che la data iniziale
del 1683 non può sostenersi, e il più probabile è che
il Vico partisse per Vatolla tra il 1689 e il 1690 e
vi restasse sin verso la fine del 1696, meno dei nove
anni da lui ricordati. Riconosco giuste le argomenta-
zioni del Donati (4) e le accetto, e aggiungo a sostegno
(1) V. anche Rime di poeti napoletani (Napoli, 1701), p. 260,
(2) Arch. di Stato, Cedol. cit., f. 33 ; MAZZIOTTI. op. cit., p. 211,
(3) B. DONATI, Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi.
Note per la storia del pensiero del Vico (Bologna, Zanichelli, 1921),
pp. 36-38.
(4) Si veda ora in proposito G. SOLARI, Per la vita e il pensiero
del Vico, in Rassegna internazionale di filosofia del diritto, di Roma, I
(1921), pp. 250-63.
1 28 XI. - G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
che, essendo il primogenito dei figli del marchese di Va-
tolla, Francesco, nato il 29 marzo 1672, e la figliuola
Giulia il 6 maggio del 1673 (1), e l'altro figlio, Saverio,
circa il 1677 (2), anche queste date ci conducono agli
anni da lui proposti. Dirò di più che un documento, a
lui come a me sfuggito per l' innanzi , conferma che il
Vico si trovava ancora a Vatolla nel 1695.
Tra le rime del Vico è un epitalamio per le nozze
del principe d'Omignano G. C. Mazzacane con donna
Giulia Rocca dei marchesi di Vatolla, a capo del quale
il Ferrari nella sua edizione (3) pone la data del 1719,
il che gli toglierebbe importanza pei nostro proposito e
ne farebbe tutt'al più documento delle buone relazioni
che il Vico avrebbe a lungo di poi intrattenute coi Rocca.
Ma il vero è che la data apposta dal Ferrari e affatto
cervellottica; il Villarosa, che raccolse quell'epitalamio e
la lettera dedicatoria tra gli Opuscoli (4), non vi pone al-
cuna data e solo nota che rimase n inedito e fu pubbli-
cato per la prima volta in un giornale che anni sono
stampa vasi in Napoli col titolo Effemeridi Letterarie n. In
verità, non così s' intitolava, ma Scelta miscellanea per
Fanno 1784 il giornale letterario in cui (voi. II, pp. 461-
75), fu pubblicato, su copia fornita da Mario Pagano,
l'epitalamio per le nozze Mazzacane-Rocca, dove anche
non reca data ed è detto n inedito " , quantunque indub-
biamente dovette essere messo a stampa in un opuscolo
(1) Notizie tratte dai registri parrocchiali di Vatolla, che debbo alh
cortesia del principe di Migliano, Michele Vargas.
(2) Si veda più oltre, nota 1 a p. 132.
(3) Opere, Milano, 1835, VI, 360-85.
(4) VICO, Opuscoli, ed. Villarosa, II, 200-5, III, 75-80 ; cfr.216.
XI. -G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA 129
ora introvabile ( I ). Ora, Io storico del Cilento e di Va-
tolla e' informa che Giulia Rocca, nata nel maggio del
1673, sposò il Mazzacane, principe di Omignano (altra
terra del Cilento), in Vatolla, nel luglio del 1695 ; e
morì tre anni dopo, nel feudo del marito, il 25 luglio
1698 (2). Il Vico, nella lettera di dedica, la chiama
1 l'illustrissima mia signora D. Giulia Rocca ", e la loda
di " cortesi e gentili costumi n, di n atti leggiadri ed ac-
corti ", e di n parole piene di senno e di onestà ".
L'epitalamio, come il Vico stesso dice, è imitazione
di quello catulliano Vesper adest : " Tra le più belle e
più leggiadre costumanze, le quali erano appresso le due
antiche nazioni sopra tutte l'altre più gentili ed umane,
io dico appresso i Greci e Latini, mi sembra essere stata
quella che usavasi nelle nozze, con la quale la novella
sposa, purché vergine fosse stata, era posta nel letto ma-
ritale col nuovo sposo a giacere ; un coro di donzelle ed
un altro di garzonetti solevano un inno in lode del Dio
delle Nozze, intessendovi ancor le lodi di essi sposi, or
or l'uno or l'altro vicendevolmente cantare, acciocché i
pietosi lamenti ed i paurosi gridi che sogliono dalle ver-
ginelle in quell'atto mandarsi, non fossero intesi per av-
ventura d' intorno ; e siffatto inno chiamavano essi Epi-
talamio, del quale oggi non ne abbiamo migliore esempio
di quello che lascionne il suavissimo de* latini poeti Ca-
tullo... ". C'è, in questa imitazione, una certa freschezza
e vivacità giovanile, che si ritrova nell'altro epitalamio per
(1) CROCE, Secondo supplemento alla Bibliografia vichiana (Napoli,
1911), p. 48.
(2) MAZZIOTTI, op. cit., pp. 211 n, 213-4, cfr. 260.
9
130 XI. -G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
le nozze di Vincenzo Caraf a , composto nel 1 696, ma
non più nei posteriori componimenti del Vico di simile
argomento. Ne riferirò qualche strofa:
O stella degli amanti,
e qual lume nel cielo
splende di te più crudo e più spietato,
che non curando i pianti
di che inama per zelo
la madre il sen, come rugiada il prato,
del suo grembo ben nato
tor puoi la cara figlia,
a cui tiene sì strette
le braccia leggiadrette,
che in atto alta pietà finge e somiglia ;
e darla in preda puoi
all'amator acceso,
che per temprare i caldi desii suoi,
è a far di lei mille vendette inteso ?
Vieni, santo Imeneo,
Imene, Imeneo, vieni, Imeneo.
Come a chiara e fresc'onda
in chiuse parti e sole
di sacra selva accolta in fonte vivo,
fanno onor sulla sponda
e ligustri e viole
col venticello crespo e fuggitivo ;
tutto lieto e giolivo
stuol di giovani amanti,
mentre si stanno al rezzo,
ri si specchiano in mezzo,
e perde poi sì chiari pregi e tanti,
se viene intorbidato
l'onor di sua chiarezza ;
XI.- G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA 131
tal* è la verginella che macchiato
ha il verginal candor di sua bellezza.
Vieni, santo Imeneo,
Imene, Imeneo, vieni, Imeneo.
Come vedova vite
nata in non culto piano
giace squallida, umile, infruttuosa
che le braccia smarrite
talor inalza in vano,
e tratto mesta al suol le gitta e posa :
ma s'all'olmo si sposa,
s* innalza al cielo, e dona
di sé l'uva gradita,
e dolce e colorita,
onde le fanno onor Bacco e Pomona ;
così sua vita mena
la verginella sola ;
ma, fatta donna poi chiara e serena,
sovr'ogni eccelso onor s'erge e sorvola.
Vieni, santo Imeneo,
Imene, Imeneo, vieni, Imeneo.
Passarono pochi anni, non più di cinque, dal ritorno
del Vico a Napoli, ed egli fu spettatore (nel settembre
1701) di quella rivolta di una parte della nobiltà contro
gli Spagnuoli, che è nota come la congiura di Macchia,
e ne scrisse la storia nell'opuscolo De parthenopea coniu-
ratione. In quest'opuscolo, composto probabilmente per
incarico del partito vincitore, ossia del viceré spa-
gnuolo che in nome di re Filippo V aveva represso
la rivolta, con qual animo mai egli dovè segnare, tra
i rivoltosi, il nome di uno dei suoi allievi di Vatolla, di
132 XI. -G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
Saverio Rocca ? Il Rocca, infatti, che allora aveva circa
ventiquattro anni (1) e che Tiberio Carafa nelle sue me-
morie giudica n giovane assai coraggioso n (2), si dimostrò
tra i più ardenti ed operosi nei due giorni del combat-
timento per le strade. Si unì alla prima schiera degli in-
sorti, che entrò la sera del 22 per la porta di San Gen-
naro ; fu tra coloro che si mossero ad occupare il cam-
panile di Santa Chiara ; emanò bandi per l'arruolamento
ai servigi di re Carlo VI ; ritentò la resistenza nella trin-
cea presso i Gerolomini ; e, finalmente, sconfitti gì* in-
sorti, si salvò insieme con Malizia Carafa, uscendo inos-
servato per la porta di San Gennaro, e indirizzandosi
verso Benevento. Ma, giunti quei fuggiaschi al villaggio
di San Leucio, stanchi, affamati, mandarono a domandare
soccorso a uno dei principali congiurati, che non ancora
conoscevano traditore, al di Capua principe Della Riccia,
il quale inviò loro incontro una dozzina di suoi sgherri,
che, fingendo di guidarli, a. un tratto si avventarono su di
essi, e, nonostante la loro resistenza, li legarono. Malizia
Carafa urlava e si dibatteva e non voleva procedere ol-
tre; e il Rocca, n tollerando con più coraggio quella
(1) Un documento del marzo 1703 lo dice aetatis suae annorum 26
circiter, e ce lo descrive di statura piuttosto alta, di capelli rasi color
castagno e con parrucca bionda : v. lo scritto recente di E. M. MAR-
TINI, La prigionia di Malizia Carafa e le sue suppliche a papa Cle-
mente XI, in Arch. stor. p. le prov. nap., N. S., VI, 1920, fase. 3-4,.
pP. 289-90,
(2) « Saverio Rocca, fratello del Baron d'Amato e Marchese di Ba-
tolla, giovane assai coraggioso » {Memorie, ms. Bibl. Soc. Stor. Nap.»
XXI. A. 22, f. 125).
XI. - G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA 1 33
sventura, si studiava di consolarlo n ; finche, inaspettata-
mente, n sopraggiunto un messo della principessa della
Riccia, la quale aborriva da cotali infamie ed atrocità
del marito, recò un suo ordine in iscritto perchè fossero
lasciati andare n. Così si rifugiarono a Benevento in una
chiesa, e, poiché nei giorni seguenti il Viceré mandò
genti per chiedere la consegna dei due ribelli, l'arcive-
scovo cardinale Orsini, poi papa Benedetto XIII, li fece
cavare dall' asilo e chiudere in castello, " impegnando la
pontificia parola di ritenerveli finche per pace o guerra le
cose si mutassero ". Da Benevento furono poi trasportati
a Roma, in Castel Sant'Angelo (1).
Il Vico è costretto a notare che I' avvocato e poeta
Saveria Pansuto fu tratto nella congiura " a Saverio Rocca,
patricio iuvene, quem Malitia transformavit n, sedotto esso
stesso da Malizia Carafa (2). Tace per altro il nome di
lui nel descrivere le peripezie della fuga ; ma tanto più
vigorosamente marchia d'infamia il principe della Riccia,
col contrapporre la fedeltà di oscuri congiurati al nero
tradimento di costui così altolocato. " Ex obscurioribus
(1) A. GRANITO, Storia della congiura del principe di Macchia (Na-
poli. 1861), I, 111, 113,129, 130, 138, 139, 139-60, 180-81.11 sé-
guito dello loro avventure può vedersi in E. M. MARTINI, art. e 1. cit.
(2) Opere, ed. seconda Ferrari, I, 352. Del Pansuto, che gli era
stato collega nell'accademia Medinaceli al Palazzo reale, parla così: « Is
bono studiofum cultu familiae modestiam honestabat, et paucis ante men-
sibus ad eruditas dissertationes quae apud Proregem habe bantur, in certum
literatorum virorum coetum ad id ipsum institutum honorifice admissus;
sed in speciem comis obsequii nescium et gloriae intemperantem gestabat
animum... ».
1 34 XI. - G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
hominibus qui eius facinoris societatem violatam velit,
inventus nemo. At Capuanus Malitiam cum parva profu-
gorum manti in sua ditione latibula quaeritantem compre-
hendi et obtr lineari mandavit. Ubi Malitia unde saluti^
spem, inde sibi vincula et necem illatam vidit, tantum vitae
spatium a percussoribus impetrava, ut grama cum Capuano
et ex eius usu conferret, auroque preces insinuante, missus
qui haec suprema eius vota renunciareL Sed cum Capuanus,
animi dubius ne in Malitiae persecutores incideret, Bene-
ventum commigrasset, re ad eius uxorem delata, ab ea in-
columes abire iussL Hi, iniectis vinculis, soluti Beneventum
profugiunt, ubi Malitia de sacra aede praetereuntem Ca-
puanum, qui suo adventu perterritus urbe excedebat, Uber-
rima et omnibus prohris referto invectiva, plurimo populo
qui ad nova convenerat, audiente, insectatus est " (1). Ac-
cenna pure che Malizia e il Rocca rimasero custoditi in
Benevento (2).
Mentre Saverio Rocca si dava alla parte austriaca, il
fratello Francesco, che era succeduto al padre nel titolo
di marchese di Vatolla, si dimostrava ligio a re Filippo V,
e il 25 maggio 1702 fu tra coloro che gli prestarono,
nella Cattedrale di Napoli, giuramento di fedeltà (3). Ma
nel 1 707, alla venuta degli Austriaci, anche Saverio tornò
da Roma con altri esuli napoletani, e fece, come era
da prevedere, un felice corso di onori nel nuovo go-
(1) Voi. cit., PP. 366-7.
(2) Voi. cit., P. 371.
(3) Foglio a stampa nel ms. XXVIII. C. 12, della Bibl. della Soc.
Storica Napoletana.
XI. -G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA 135
verno viceregnale, in qualità prima di regio governa-
tore di città e poi di preside in varie provincie del Re-
gno, nel 1710 di Lecce, nel 1713 di Chieti, nel 1723
di Aquila, nel 1724 di Salerno, nel 1725 di Cosenza,
nel 1 732 nuovamente di Chieti, dove morì 1* 1 1 luglio
1 733 ed è sepolto nella chiesa dei Cappuccini sotto una
gloriosa iscrizione, che lo loda, tra l'altro, come insigne
n genere, politiori litteratura, belli virtute, pacisque artibus ",
oltreché per amore grande alla patria e ossequio a Cesare,
onde da questo fu, motti proprio, fregiato della chiave
d'oro ( 1 ). Io non seguirò più oltre la storia dei Rocca e del
loro feudo di Vatolla (il marchese Francesco morì nel 1 735,
i due figliuoli che l'un dopo V altro gli successero non
ebbero prole, e la figliuola Giacinta donò nel 1 767 Va-
tolla al cugino Francesco Vargas Machuca) , e solo mi
sembra opportuno notare che P iscrizione — che è poi una
odicina saffica di quattro strofe, — posta a una fontana
nella casa marchesale di Vatolla, e con la data del 1731,
la quale senza fondamento alcuno si attribuisce al Vico,
ricorda appunto Saverio Rocca, che dovette far costruire
(1) Gazzetta di Napoli, n. 3, 14 gennaio 1710, n. 42, 14 ottobre
1710; Discorso istorico o sia Notiziario per l'anno 1723, p. 103, per
l'anno 1724, p. 109, per gli anni 1? '25-26-2? '-28-30, pp. 81, 129,
66, 158, 133, 135; G. RAV1ZZA, Appendice alle notizie biografiche
degli uomini illustri della città di Chieti (Chieti, 1834), pp. 127, 128?
cfr. dello stesso, Epigrammi antichi, de' mezzi tempi e moderni pertinenti
alla città di Chieti (Chieti, 1826), p. 58. Debbo queste ed altre no-
tizie che ho adoperate all'amico dr. Nino Cortese, che mi ha coadiu-
vato nelle ricerche intorno ai Rocca.
136 XI. -G. B. VICO E LA FAMIGLIA ROCCA
quella fontana in un anno in cui colà si riposava dai
consueti uffici (1). L'ultima strofa suona infatti:
Confluent Nymphae Thetides canentes,
Naiadum turbae Satyrique dicent :
Vivat aeternum, repetentque, Xa-
verius author (2).
(1) Nel 1731 non è segnato nei Notiziari citati come preside in
alcuna provincia.
(2) Il MAZZIOTTI, op. cit. p. 214, reca così gli ultimi due versi:
« Vivat aeternum, repetentque saxa (?) Verius author ». Sui ricordi del
Vico a Vatolla cfr. Bibliografia oichiana, pp. 120-22. — Tra le epi-
grafi del Vico ve ne ha una {Opere, seconda ediz. Ferrari, VI, 310)
pel marchese Orazio Rocca, del Sacro Regio Consiglio, che, dopo lunghi
anni di servigi come magistrato, lasciò la famiglia quasi indigente, onde
Carlo di Borbone, re di Napoli e Sicilia, nominò il figlio Francesco
giudice della Vicaria e gli conferi il paterno titolo di marchese. Questi
Rocca erano di una linea diversa da quella dei marchesi di Vatolla.
Orazio, giudice nel 1 728, consigliere nel *30, reggente del Collaterale
nel *34 e consigliere della R. Camera nel *35, morì il 27 maggio 1 742;
il che assegna la data dell'epigrafe del Vico. A lui G. P. Cirillo de-
dicava la sua ediz. delle Vindiciae secundum Cuiacium adversus Meril-
lium di Dora. Gentile (Napoli, Muzi, 1 729); v. GIUSTINIANI, op. cit.,
I, 259, II, 93. Francesco Rocca, suo figlio, giudice il 2 giugno '42,
morì governatore di Capua il 5 settembre 1 766 : v. Notiziario ragio-
nato del S. R. Consiglio (Napoli, 1802), pp. 63, 87.
XII.
G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA
L' opuscolo del Vico De parthenopea coniuratione è
stato finora poco o nulla considerato, e merita» a mio pa-
rere, qualche studio. Rimasto inedito, sebbene sparso in
più copie nelle biblioteche pubbliche e private di Na-
poli, fu edito per la prima volta nel 1836 dal Ferrari, in
fondo al primo volume delle Opere, dopo quella sua sgan-
gherata e mirabolante introduzione storico-filosofica (1).
Edizione infiorata di ogni sorta di scerpelloni, e spesso inin-
telligibile, alla quale è aggiunto un lungo errata-corrige (2),
preceduto dall'avvertenza che n dopo 1* impressione dello
scritto istorico di Vico n l'editore ne aveva ricevuto una
" copia assai più corretta n. Nella ristampa che egli fece
delle Opere nel 1854, l'edizione si presenta di poco mi-
gliorata, e da una nota dovrebbe trarsi che il Ferrari tenne
presente addirittura 1' n autografo n (3) : di che dubito.
Venne altresì ristampato nella raccolta del Jovene e del
(1) Milano, 1836, voi. I, 343-401.
(2) Si veda a p. 414 inn.
(3) Milano, 1854, voi. I, pp. 317-73 ; cfr. p. 319 n.
1 38 XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA
Pomodoro ( 1 ) ; ma in una futura edizione occorrerebbe
rivederlo sui manoscritti che se ne conservano e che
altrove ho indicati (2), in verità anch'essi molto scorretti,
e nel resto aiutarsi con la critica.
Il Vico tace affatto di questo non lieve suo lavoro nel-
l'autobiografia, nella quale pure ricorda altre sue scritture
di minore estensione e di assai minore importanza. Avrebbe
dovuto parlarne là dove scrive: n Tra questi studi severi
non mancavano al Vico delle occasioni di esercitarsi
anco negli ameni, come, venuto in Napoli il re Filippo V
[aprile- giugno 1702], ebbe egli ordine dal signor duca
d'Ascalona, ch'allora governava il regno di Napoli, por-
tatogli dal signor Serafino Biscardi, innanzi sublime av-
vocato, allora reggente di cancelleria, ch'esso, come regio
lettore d'eloquenza, scrivesse un'orazione nella venuta del
re... " (3): il Panegiricus Philippo V, Hispaniarum, India-
rumque ab utriusque Siciliae Potentissimo Regi a Io: Bap-
iista a Vico, Regio Eloquentiae Professore Inscriptus, *D/-
catus (4). Alquanto prima lo stesso viceré don Giovanni
Emanuele Fernandez Pacheco, duca di Ascalona e mar-
chese di Villena, n di età grave, di circa cinquant'anni,
di costumi santi, dottissimo quasi in ogni scienza, teologo,
filosofo cartesiano, politico, militare, matematico " (5), pro-
babilmente dovette confermargli 1* incarico datogli dal vi-
(1) Nella prima, Napoli, 1840, voi. HI, parte I, pp. 201-250; nella
seconda, Napoli, 1860, voi. VI, pp. 167-202.
(2) Bibliografia ciciliana, p. 27.
(3) Autobiografia, ed. Croce, p. 36,
(4) Neapoli, MDCCH, Typis Felicis Musca, Superiorum permissu.
(5) A. BULIFON, Cronicamerone 1670-1706, ma. Bibl. Soc. Stor.
Napol., f. 113, t°.
XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA 1 39
cere predecessore, il duca di Medinaceli, perchè sten-
desse un ragguaglio storico della congiura, rivolta e re-
pressione accaduta a Napoli dei partigiani di casa d'Au-
stria contro Filippo V. Al professore di eloquenza della
università non spettava forse di adoprare, secondo richiesta,
non solo lo stile oratorio e l'epigrafico e il poetico, ma anche
quello istorico ? Che l'opuscolo fosse preparato e steso
tra l'ottobre 1701 e il marzo 1702, si vede dal farvisi
menzione del richiamo del duca di Medinaceli dal go-
verno di Napoli e della nomina dell' Ascalona e delle
avventure in Roma del marchese del Vasto (1), e dal
non farvisi alcun accenno a fatti posteriori, tra i quali la
venuta di re Filippo V in Napoli, che in certo modo chiu-
deva, almeno provvisoriamente, quella serie di avvenimenti
storici.
Ma il Vico, come soleva dare impronta di serietà alle
cose frivole, che sovente gli si richiedevano, così anche
rendeva gravi e austeri gl'incarichi che riceveva di sto-
rico aulico o ufficiale ; ed egli che la biografia a lui com-
messa dal duca di Traetto del generale Antonio Carafa
" lavorò temprata di onore del subbietto, di riverenza
verso i principi, e di giustizia che si dee aver per la ve-
rità n (2), non si comportò altrimenti in quest'opuscolo di
argomento prossimo e scottante.
Il quale ha, anzitutto, pregio grandissimo per 1' esatta
informazione e l'ordinato racconto ; tantoché l'ampia storia
che, oltre un secolo e mezzo dopo, il principe di Bei-
monte, Angelo Granito, soprintendente dell'Archivio di
(1) Cfr. GRANITO, op. cit., I, 199, Documenti, p. 91.
(2) Autobiografia, ed. Croce, p. 38.
1 40 XII. - G. B. VICO E LA COiNGIURA DI MACCHIA
Napoli, compose della Congiura di Macchia, seguì in
ogni parte il disegno del racconto vichiano, solo arric-
chendolo di notizie desunte dalle memorie di Tiberio
Carafa e da documenti d'archivio (1). E non è meno da
pregiare pel decoro letterario e l'efficacia rappresentativa
della forma (2) ; ma soprattutto è notevole per la cura
che osserva di giustizia e di verità, e pel tono non da
partigiano e libellista, ma da probo narratore, pure ap-
partenente alla causa dell'ordine e del governo legittimo
e costituito.
(1) Il GRANITO, nella prefaz. (I, pp. XV-XVI), muove all'opuscolo
del Vico la censura che non dia alla congiura del 1701, l'importanza,
storica che le spetta, non informi sui casi posteriori del Macchia e degli
altri, e non connetta la sollevazione del 1701 con la conquista austriaca
del 1 707. Ma tutto ciò era chiaramente impossibile, perchè il Vico
scriveva nel 1702.
(2) Ne trascriverò a saggio qualche piccolo brano; questo, per esem-
pio, che, narrato come i congiurati si raccogliessero e nascondessero,
condotti da Malizia Carafa, nelle catacombe di San Gennaro dei po-
veri, così descrive il luogo : « Eo enim per rudero et sentes angusta se-
mita et deserta subducil, quo primus montis hiatus, ad occidentem solem
spectans, effossam ex ipso coemento cameram exhibet, ubi vetusta Chri-
stianorum visitur aedes, sed lacunar et parietes incondite pioti, simulacro
infabre sculpta, barbarae inscriptiones, pone aram quoquo Versus fornices
in penitissimum usque montem cavati, qui ampliores altioresque, qui ab his
alii, et per omnes passim ac temere in alios divertitur, aut in profundio-
res iuxta per cuniculos declinatur : alios mons vetustate subsidens penitus
intercluserat, in alios, veluti per Theatri Vomitoria, pervenitur ; omnia se-
pulcbretum ostentane Sed sepulchra uti armario alia super aliis, prò cuius'
que aetatis modo effossa, ea forte communio quae in fornicum parietibus
prominent, certa vero passim : ubi incrustati recessus et versicoloribus la-
pillis conserti, ibique intus arae et post eas instar columbariorum Del iuxta
ac balinearum crebra sepulcbra. Undique coecus horror, ossa, religio *
(seconda, ed. Ferrari, pp. 346-7). E quest* altro, in cui descrive Tu-
XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA 141
Forse fu proprio questo naturale pudore del vero, questo
infrenabile studio di giustizia la causa che l'opuscolo vi-
cinano restasse inedito. Nella notizia bibliografica che il
Soria scrisse, nella sua opera sugli Storici napoletani, in-
torno a Carlo Maiello (1665-1738), canonico dei Duomo,
filosofo cartesiano, avversato come tale dai Gesuiti e
da Niccola Capasso chiamato n se non martire, confes-
nirsi al tumulto della feccia della plebea e i sentimenti delle altre parti
della cittadinanza : « Itaque per quas omnes supra memoravimus vias tumultuosi
undique, districtis gladiis aut igneis tormentis, magna Vero pars praeustis
sudibus aut obtusis ensibus confertim ac turbatim discurrere, pauci vero
rem serio agere, per iocum magis ac lasciviam reliqui. Sed nonnisi vilissimi
homines, nequam, ignavi, aere alieno graves, criminibus cooperti, qui alea,
Vino, venere sua prodegerunt; nemo unus inter eam populi faecem, cui ab
opera obcalluerat manus, nemo cui modicus lar, parvus agellus, omnes quibus
praeter spem et vitam nihil reliqui erat. Cuncti autem artifices ac mer-
catores, officinis ac tabernis occlusis, domi se continere. Modesti cives et
quamplurimi privatae fortunae nobiles, omnes trepidi ac festinantes suorum
securitati studebant. Virgines filias, matresque familiarum in sanctimonia-
lium claustra subducere : ibi canora subinferre. Magistratus vero ac splen~
didiores Patricii in Hispanorum partes concedere ; sed omnes circumtoniti a
nobilitate civitatem turbatam, obstupescebant, ac Telesianorum ducem ita
suae fiorenti fortunae ingratum, ita ab Ludovico Prorege benefactorum im-
memorem, et Tiberium Carafaeum in virtutis exemplum compositum eo
evasisse admirabantur » (ed. cit., pp. 253-4). Ecco, infine, il ritratto, al
modo sallustiano, di Giuseppe Capece : « Iuvenis abstrusus, re angustus,
animi vastus, tristi Vultu et exsangui et cogitabundum praeseferente, manu
promptus, tardus lingua, acer ingenio, tenax propositi, audax effecti, se-
creti fidus, Hispanis infensus, quod hominis occisi caussa acri et longa
custodia punitus, maiestatis contemptor, qui praesente decessore prorege eam
admiserat caedem ; Germanis ita studens, ut iam inde quo custodiretur,
linguam edidicisset » (ed. cit., p. 331). (Avverto che, nel citare questi
ed altri luoghi dell'opuscolo del Vico sull'ediz. seconda ferrariana, vi
ho introdotto alcune correzioni.)
142 XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA
sore del cartesianismo \ e detto che il Maiello compose
una storia della congiura di Macchia ; e a questo pro-
posito si aggiunge : " Due Letterati Napoletani ne ave-
ano composta ciascuno la sua; ma il Duca di Popoli
Cantelmo ed il Principe di Cellamare, che furono inca-
ricati di rivederle, le trovarono troppo offensive della
Maestà del Sovrano non meno che dell'onore di alcune
nobili famiglie. Avendone dunque chiamato a consulta il
nostro Maiello, che si conformò alla loro oppenione, die-
dero a lui 1* incarico di compilarne un'altra secondo tutte
le regole della prudenza... " (1). Ora, pur non potendo
far congetture sul nome dell'altro letterato napoletano, l'uno
dei due direi che fosse il Vico, al cui opuscolo par che
si alluda col recare a un dipresso le ragioni per le quali
non fu stimato adatto alla pubblicazione e alla divulga-
zione a vantaggio della causa di Filippo V. Dei due
personaggi, cui fu commesso dal viceré l'ufficio della re-
visione, l'uno il duca di Popoli, Restaino Cantelmo, aveva
diretto tutte le operazioni per reprimere la congiura, fino
all'attacco finale del 24 settembre, che sgominò i ribelli
e li fece prigioni o li volse in fuga (2); e l'altro, il prin-
cipe di Cellamare (padre di quello della Conjuration de
Cellamare), già ambasciatore di Spagna, aveva avuto gran
gran potere presso il viceré Medinaceli (3).
Non so se una delle tre storie della congiura di Mac-
chia, alle quali accenna il Soria, sia quella che s' inti-
(1) Storici napoletani, p. 481.
(2) Cfr. GRANITO, op. cit., I, 49, 106, 121, 139-40.
(3) Si veda CROCE, Aneddoti e profili settecenteschi (2a ed., Palermo,
1922), pP. 145-49.
XII. -G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA 143
tola La congiura avvenuta in Napoli nel settembre MDCCI,
stampata con la data In Venezia MDCCII (1), che non
mi sembra opera di letterato degno d'un incarico ufficiale,
e che non è scritta in latino, come pare si richiedesse
per la divulgazione internazionale che s* intendeva farne.
L'autore si spaccia per veneziano, e dice nell'avvertenza
che n doppo due anni di dimora " è partito " da Napoli,
perciò che a causa del moto che ultimamente occorse in
quella città, vi si sono introdotte truppe, e tra molti so-
spetti pare alterata in gran parte quella tranquillità che
vi si godeva per lo passato n, e che, " ridotto nell'ozio
della sua patria n , ha " deliberato di scrivere gli avveni-
menti di quella Congiura n , in parte visti coi suoi occhi,
in parte raccolti dalla " pubblica voce " , e da notizie avute
dei " processi della Giunta n e dei n consigli tenuti tra
Ministri e tra Militari n. n A chi sarà pratico di quella
Città (soggiunge) non recarà maraviglia ch'uno straniere
abbia potuto avere notizie così distinte, ne io ho scritto
cosa, che non abbia comprovata con la più universale
opinione, in cui parmi che si trovi d'ordinario la verità,
non adombrata dalle passioni e non vestita dalle adula-
zioni e dalle lusinghe. Molti Letterati Napoletani ho co-
nosciuti, mentre e nella libreria del Valletta, ed in quella
di Nilo, e qualche volta tra i Librari, e specialmente dal
Bulifone, ho praticato con essi loro. Ad essi è mio pen-
siero di scrivere, parendomi di render loro in questa guisa
(1) Ha nel frontespizio l'ancora aldina; ed è in 8° piccolo di 8
face. inn. -j- 35 nn. Nella Biblioteca comunale di Napoli «e ne serba
un esemplare con magnifica legatura, certamente presentato a qualche
personaggio ufficiale.
144 XII. -G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA
il compenso della tolleranza, che hanno avuto dei miei
difetti, narrando i fatti della Patria loro, se non con gran-
dezza di stile, almeno con chiarezza di verità, dapoichè
essi forse per domestici riguardi, e per la modestia che
è propria loro, hanno trasandato di farlo , ancorché non
virtù, non cognizione di cose, ne amor della verità, ne
grandezza ed ornamento di scrivere sarebbe mancato a
ciascun di essi. Da niuno altro in quel Regno ho rice-
vuto né favore ne danno: essendo stati sempre mai i miei
viaggi intesi alla libertà ed al fine di apprendere i vari
costumi degli Uomini letterati, non già tra lo strepito e
la confusione delle Corti. Se qualche cosa ho spiegato
con sensi più moderati, o in qualche parte mi fossi at-
taccato più all'un partito che all'altro, le quali cose a me
pare di non aver fatto, sarà derivato forse o dalla mia
poca inclinazione a dir male, o dalla credenza ferma, che
ho avuta a tutte le cose che ho scritto. Il mio nome ri-
lieva poco a sapersi, ne era opportuno porlo in un libro
fatto con libertà in materia così recente. In un piccolo
trattato, che io sto scrivendo del Paragone della lingua
Toscana con la Qreca e con la Latina, ciascuno se lo
vederà impresso, quando io sappia fra qualche tempo, che
questa mia fatica non sia altrui dispiaciuta n. Se non mi
inganno, tutta questa protesta cela un trucco, e mi con-
ferma in questo sospetto il non essersi trovata nelle carte
dei Riformatori e in altre dell'Archivio di Stato di Ve-
nezia notizia di questa stampa (della quale nelle biblio-
teche veneziane non esiste copia (1) ; senza dire che pro-
(I) Ricerche fatte per me dall'amico F. Nicoìini, soprintendente del-
l'Archivio di Venezia.
XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA 145
prio a Venezia i ribelli contro il governo spagnuolo go-
devano di simpatia e favore, e perciò non sembra che
quello fosse il luogo migliore per pubblicare un libello
contro di essi. La menzione della " libreria del Bolifone n ,
ossia di Antonio Bulifon, francese stabilito da molti anni
in Napoli e giornalista e agente del governo ispano-fran-
cese, mi condurrebbe a pensare che 1* opuscolo uscisse
dalla fabbrica di costui (1).
Checche sia di ciò, il racconto dell'anonimo tende a
mettere in luce che il moto rivoluzionario fu " debole dal
suo cominciamento fino al suo fine n, e che poca resi-
stenza i sollevati opposero alle armi regie. I principali
rivoluzionari vi sono aspramente trattati : del duca della
Cas teli uccia vi si dice che era n d'un ramo assai po-
vero ed abbattuto dagli Spinelli, nemico di tutte P altre
case cospicue della famiglia per l'impazienza di vedersi
cotanto a quelle inferiore, non privo di sagacità ne d' in-
gegno, ma d'animo oltremodo iniquo e perverso, d'aspetto
pallido e tetro n ; di Malizia Carafa, che, n toltane la
mordacità, la frode e la petulanza, non avresti in lui tro-
vata altra sembianza d'uomo, essendosi per la sporchezza
del corpo e dei costumi allontanato molto da qualunque
(1) Si veda quel che dico di lui in Curiosità storiche (2a ediz., Napoli,
1921), pp. 164-7. Il Bulifon aveva composto una Relation de ce qui s'est
passe dans la Ville de Naples en 1701 (cfr. L. GIUSTINIANI, Biblioteca
storica e topografica del Regno di Napoli (Napoli, 1795, p. 167); nel m$.
deHa Bibl. d. Soc. Stor. Nap., segn. XXVIII. C. 12, è l'abbozzo ita-
liano di questa scrittura, col titolo: Quarant'hore del Principe di Mac"
chia, overo raconto de' sucessi della città di Napoli nella cospirazione a
favore dell'Arciduca Carlo d'Austria. — Il GIUSTINIANI, 1. e, dà l'e-
lenco di tutti gli scritti su quell'avvenimento storico, stampati o manoscritti.
IO
146 XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA
sembianza d'umanità n. La morte del Sangro e del Ca-
pece è così narrata : n Al Sangro fu mozzato il capo sul
talamo, acciocché apparisse altrettanto la sua infamia pri-
vata, quanto era pubblico 1* onore e la fedeltà degli altri
della famiglia. Il Capece, stretto sul monte dell* Incoro-
nata, è fama essersi ammazzato da per se stesso, empio
non meno nel fine della vita di quel che fusse stato pieno
di veleno e d'astio vivendo. Il suo teschio fu esposto in
uno dei baluardi del Castel Novo, disprezzato dai suoi
stessi congiunti n. La narrazione si chiude con queste pa-
role : n II Grimaldi e lo Spinelli fuggirono per via di
mare, e per via di terra il Gambacorta, i quali è proba-
bile che debbano fare quel fine che ad uomini orditori
di tanta scelleratezza si conviene, poiché niuna parte ha
avuta la virtù ne l'utilità pubblica in questa Congiura,
ordita da pochi per propria ambizione o per astio, ese-
guita per necessità e per disperazione, e spenta dalla
mano divina, da cui sono per lo più abbattute le machine
su l'ingiustizia, su la violenza e su la cupidità umana
fondate n. Nella repressione della congiura il luogo pre-
minente è dato dallo scrittore al principe di Castiglione
Tommaso d'Aquino, del quale fa grandi elogi, attri-
buendogli V iniziativa della sortita di Castel Nuovo contro
i sollevati, e perfino il non ascoltato consiglio al generale
duca di Popoli d* inseguire i vinti nemici, che, così fa-
cendosi, sarebbero stati presi tutti o ammazzati.
La breve storia del Maiello Coniuratio inita et extincta
Neapoli anno MDCCI, pubblicata con la data di An-
versa, 1 704 (1 ), è ricordata come n scritta con tal dignità ed
(1) Antverpiae, Typis Joannis Frik, MDCCI V, in 8°, di pp. 64 -f- 3
XII. -G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA 147
eleganza che piacque infinitamente a tutto il mondo, e
Filippo V e Luigi XIV disegnarono fin d'allora il can.
Maiello per maestro de* futuri Infanti di Spagna " (1);
e certamente, rispetto alla precedente, mostra maggior
decoro. L' eroe della repressione della congiura è , pel
Maiello, il Cantelmo, duca di Popoli. Già al Medinaceli,
perplesso all'annunzio della morte di Carlo II, il Cantel-
mo, cuius Consilio plurimum in rebus arduis utebatur n,
aveva persuaso di proclamare senz' indugio il nuovo re.
Appena scoperta la congiura, egli accorre da Pozzuoli alla
chiamata del Viceré, e n Lacerdam bono animo esse iubet
rogatque ut eius rei curam fidei suae permittat ". Agli ar-
rischiati, che volevano subito uscire in campo contro i
congiurati, egli, n subacti iudicii v/r, rerum bellicarum expe-
rienlissimus* , non accede e preferisce di mandar fuori nella
prima giornata piccoli gruppi di esploratori. II giorno dopo,
a lui il Medinaceli affida il comando supremo, affinchè
! expeditionem illam unde totius Regni fortuna et tran-
quillitas pendebat prò sua fide scientiaque militari curas-
set " (2). Lo storico lo difende della taccia di non aver
inseguito i nemici : n Numerus mille circiter militumt qui
partito agmine pares hostibus occupandis esse non po/urs-
inn. Se ne ebbe una trad. francese, Hhtoire de la dernière conjuration
de Naples (Paris, 1706), lavoro di J. Claude Viany, che la fece pas-
sare per opera originale ; onde la sua traduzione fu ritradotta in ita-
liano da uno scrittore che si celava sotto il pseudonimo di Garonne Ba-
concopia (GIUSTINIANI, Biblioteca, l. e, e copia ms. nella Bibl. d. Soc.
Stor. Napol., segn. XXI. A. 15, e vedi anche, XXVI. A. 18, altra
traduz. dal latino : il SORIA, p. 382, accenna a una trad. a stampa.
(1) SORIA, 1. e.
(2) Si vedano pp. 6, 28, 39, 45.
148 XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA
seni, in causa fuit ne Cantelmus vias, quae illorum fugae
patebant, obsidereL Neque deinde e re daxit instare fiu-
gientibus, quod nondum compertum esset numque illorum
latebrae superessent " (I). I congiurati sono maltrattati da
lui non meno che dal precedente narratore : il Sangro
^obscurus et vafer, nefariae coniurationis et proditorum con-
siliorum structor n; il Capece, B pravo ingenio,., moxfuturus
humanae divinaeque ultionis exemplum "; gli altri, n partim
emergendi libidine, partim iniquioris fortunae odio invi-
diaque aestuantes ■ (2): la morte del Capece e del Sangro
è seccamente mentovata, e seguono le parole di chiusa :
1 Ita paucorum perfidia summa omnium fide castigata est n .
La narrazione è accompagnata da due elenchi, l'uno dei no-
bili napoletani che uscirono armati alla repressione il 23 set-
tembre, e l'altro di quelli che si unirono ai primi il giorno 24.
Da questi due opuscoli passando all'opuscolo del Vico,
si avverte subito di aver da fare con uno scrittore di ben
altra levatura. Certamente, come si è già avvertito, an-
ch'esso è condotto dal punto di vista spagnuolo o francese
che si dica ; ma da quel punto di vista l'autore sa pur
guardare con serenità e con larghezza. Il Vico non tace
il significato politico e nazionale di quel moto rivoluzio-
nario: l'avversione dei napoletani al dominio straniero, e la
brama di un proprio sovrano indipendente: " Leopoldus
Caesar, iam inde quo Carolus II supremum obiit diem, a
Regni Neapolitani gnaris expertisque in certam spem ad-
ductus, fiore ut Neapolitani, vetusto ex ter ni do-
mina t us fastidio, Philippi regnum detrectarent, et
(1) Op. cit., P. 54.
(2) Op. cit., PP. 14, 15, 55.
XII. -G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA 149
Carolum archiduccm Austriae eius minorem natii filium,
suum si b i cer t um q uè rogarent Re gem , qui
HispQnosomni p r o r s us Italia ex pel le"
re/" (1). Giudica severamente il popolo napoletano: B In
urbe plebs de more levis, indoles mediocrium inturbida et
amans otii, nobilitatis in plebem fastus, in forenses operas
odium, inter ipsas invidia. Mos gentis, vana ingentis rei osten-
tano, et tum maxime luxus incendium " (2). Descrive così
T infima plebe del Mercato : " Sunt id genus cives, ut om-
nium viles, ita feroces, nihil futuri solliciti, ut qui in diem
vivunt, frequentissimo numero, quia suas opes in una so-
bole collocane animo maxime consentienti Nam inter se
unos consuetudines agitant et cum a Patriciis quam lon-
gissime distent, ita maxime abhorrent n (3). Addita con
obiettività la cause delle facili conquiste e perdite dei
Regno : n Regnum ea loci natura est, ut acies et campos
nec facile nec diu patiatur, et qua facilitate hostium irrup-
tioni eadem et eiectui pateat. Quae res lubricam fecit in-
digenis indolem " (4). Non adula il Viceré ne altro dei
(1) Ed. cit., p. 320. 11 LANDAU, Rom, Wien und Neapel wàhrend
des spanischen Erbfolge-Krieges (Leipzig, 1885), pp. 94-5, accusa il
Vico di avere, scrivendo in senso francese, accolto ktitikhs la notizia
dei patti che avrebbero stretto i congiurati con l'Imperatore, impegnan-
dolo a concedere a ciascun d'essi vasti feudi. E probabile che quei
« patti » fossero inventati o alterati dagli spagnuoli per discreditare gli
avversari ; a ogni modo, essi si leggono già nell'opuscolo dell'anonimo,
p. 13, e poi anche in quello del Maiello, p. 18, che li comenta così:
« Nimirum egregii patriae liberatores et violati iuris vindices rem suam
agere probe norant ac regnum inter se partiti, regem arcessebant ».
(2) Ed. cit., p. 319.
(3) Ed. cit., pp. 351-2.
(4) Ed. cit., P. 372.
1 50 XII. - G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA
personaggi del governo ; chiama il Medinaceli : n infini-
tae Procerum regni potentiae paene exiindor, durus vedi-
galium exador, acer criminum vindex " ; taccia la preci-
pitazione di lui nel mandare a morte il Sangro, e il
troppo diverso trattamento usato al turpe principe della
Riccia, che fu splendide habitus in Castel dell'Ovo, onde
il malcontento della nobiltà maggiore e minore. Fa larga
parte, nell'opposizione contro il Medinaceli, al clero ed ai
monaci, che temevano,per le proprie ricchezze, l'introduzione
in Napoli dei concetti gallicani (1). Dei singoli congiu-
rati nota insieme coi vizi le virtù ; e non solo di Tiberio
Carafa, sul conto del quale tutti erano di accordo (2),
ma anche dei più aborriti, del Sangro e del Capece (3);
(1) Ed. cit., p. 327, e cfr. p. 328, 372.
(2) Il Vico lo dice « liberali ingenio et ad modestiam et pietatem firmato
animo » (p. 333), » in virtutis exemplum compositus » (p. 354), e si fa
eco della meraviglia suscitatasi nella buona società napoletana all'appren-
dere che egli era tra i congiurati e rivoltosi. L* Anonimo : « giovine di
indole gentile ed umana » (p. 8). 11 MAIELLO (p. 1 6) si restringe a no-
tare che fu sedotto dallo zio Malizia. Il LANDAU (op. cit.) è il solo
che metta in dubbio la serietà e veridicità del Carafa, ma con deboli
argomenti (pp. 464-7), o errati (p. 134 n, e cfr. VICO, op. cit., pp.
366-7). Stima affatto inverisimile (pag. 141 n) quel che afferma Ti-
berio che il Medinaceli non desiderava che egli fosse preso e aveva
dato istruzioni di agevolargli la fuga, Ma la reputazione di cui Tiberio
godeva in Napoli, e l'essersi egli opposto al disegno dei congiurati di
ammazzare il Medinaceli (cfr. VICO, op. cit., p. 356), basterebbero
a rendere ragione del poco desiderio del viceré di vederlo preso
e condannato. La figura di Tiberio Carafa è per altezza mentale e mo-
rale tra le più belle della storia napoletana, e fu giustamente esaltata
da uno scrittore di nobile sentire, il compianto GIUSEPPE FERRARELLI,
nel suo libretto : Tiberio Carafa e la congiura di Macchia (Napoli, Ma-
rano, 1 884).
(3) Ed. cit., P, 330-1.
XII. -G. B. VICO E LA CONGIURA DI MACCHIA 151
e inflessibile è solamente verso il traditore dei congiurati,
il principe della Riccia. La morte del Sangro è ricordata
con circostanze pietose, perchè Luigi XIV, nel congra-
tularsi col Medinaceli per la vittoria riportata , si disse
che avesse aggiunto l'avvertimento n ut ius gladii a San-
grio abstineretur n: avvertimento giunto troppo tardi, n unde
maior damnati, qui iam poenas persolverat, miseratio n (1).
La morte del Capece è rappresentata eroicamente: " Jo-
sephus Capycius, qui a Gambacurta et Tiberio Caraphaeo
desertus, fugae taedio gravis, ad persequentes conversus,
eisque ut se vivum dederet rogantibus, ostentans pectus necit
eamque infestis armis efflagitans, inexoratus occubuit: for-
tissimum mortis genus, si caussa cohonestasset " (2).
Tanto scrupolo di esattezza, tanta nobiltà di sentimento,
tanta pacatezza di racconto, tante pericolose verità non
taciute rendevano chiaramente la scrittura del Vico poco
adatta al pratico fine di difendere e glorificare il governo
ispano-francese e di gittare discredito e obbrobrio sui
partigiani dell' Imperatore e dell'autonomia del Regno di
Napoli. Se, come crediamo, egli ne aveva avuto incarico
dal Viceré e dai suoi consiglieri, costoro, presa notizia
del suo storico commentario, dovettero pensare che egli
si era dimostrato uomo troppo ingenuo, poco atto a in-
tendere a volo i bisogni e desideri di chi governa, e a
soddisfarli; e cercarono infatti, pel loro intento, altro la-
tinista e altro uomo, il Maiello, che seppe farsi lodare
di ■ prudenza n quanto il Vico, forse, tacciare d* " im-
prudenza ".
(1) Ed. cit., P. 368.
(2) Ed. cit. P. 367.
1 52 XII. - G. B. VICO E LA CONGtURA DI MACCHIA
* *
Le copie manoscritte del De parlhenopea coniuratione, alle quali si
accenna di sopra, pp. 137-8, sono: tre nella Biblioteca della Società
storica napoletana, segnate XXIV. B. 12; XXVI. D. 1; XXVIII. C.
17; due nella Biblioteca Comunale, segnate I. 3. 46; I. 5. 29. Que-
st* ultima ha una nota del trascrittore, 1' ab. Vincenzo Cuomo, che av-
verte: « Verba inter parentheses posita esse variae lectiones quae sunt
in duobus manuscriptis extantibus in Borbonica Bibliotheca » ; dei quali
manoscritti, esistenti nella Biblioteca Borbonica, ossia nella Nazionale,
trovo nei miei appunti solo quello segn. IX. C. 36. Un' altra copia
tarda (prima metà sec. XIX) è presso di me.
XIII.
GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA
n Isabella Pignone del Carretto nacque in Napoli sul
1 cominciar del secolo scorso, e andò moglie ad Orazio
" de Dura, duca d* Erce, che perdeva nel 1 749. Ebbe
■ dalla prima età l'animo inclinato alle lettere ed alla filo-
1 sofia, e con grandissimo onore coltivò la poesia e lalettera-
!ì tura italiana. In molte raccolte di rime pubblicate in quei
1 giorni si veggono sparsi i versi gentili da lei dettati. Paolo
1 Mattia Doria la sollecitava a raccogliere in un volume
1 tutti i suoi componimenti poetici; e dice Giuseppe Pa-
1 squale Cirillo che molti letterati la consigliavano a scri-
" vere una tragedia. Da altri scrittori di quell'epoca si
1 raccoglie che ella poetando era a tanta fama pervenuta,
n che qualunque più eulta donna si lasciava di lunga
n mano dietro di se n (1).
Apparteneva la duchessa d' Erce (e come avrebbe po-
(I) Delle donne illustri italiane dal XIII al XIV secolo (Roma, tip.
Pallotta, s. a., ma circa 1 850), pp. 290-1. Questo cenno è copiato dal
Dizionario biogr. univ. del Passigli (Firenze, 1 840), nel quale è tra le no-
tizie aggiunte, ma non ho potuto trovare donde sia tratto.
1 54 XIII. - GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA
tuto non appartenervi ?) all'Arcadia, nella quale si fregiava
del nome di Belisa Larissea. E il Cirillo, che le fu mae-
stro n in diverse scienze ", come scrive il Napoli Signo-
relli (1), ci ha lasciato di lei alcune notizie, nella dedica
che le fece di un'edizione napoletana delle poesie del
Lorenzini (2). Nel sonetto di dedica, lodate queste rime,
soggiungeva:
Se non che quando risonar s'udranno
le tue, che per voler di fati avversi
tra la polve e l'oblio mute si stanno,
non fia che '1 nostro patrio fiume i versi
di stranio vate ammiri, e si vedranno
d* invidia il Tebro e cento fiumi aspersi.
E giustificava così, in una nota, la sua previsione:
" Questa gran Dama, chiarissima non meno per anti-
chità e splendore di sua famiglia che per belle arti di
ingegno, ha scritto un canzoniere su lo stile del Casa.
Ella per giudicio di più letterati, uomini che frequentano
la sua casa, il pareggia nella frase e nella nobile collo-
cazione delle voci, ma *1 vince d'assai nelle poetiche fan-
tasie e ne* concetti acconciamente derivati dal seno della
(1) Vicende della coltura nelle "Due Sicilie (Napoli, 1786), V, 497.
(2) Poesie di FRANCESCO LORENZINI, già custode generale d'Ar-
cadia, tra gli Arcadi Filacida Luciniano, raccolte da dotto e diligente
Uomo in Roma e pubblicate in Napoli da Giosetfo Pasquale Cirillo
Regio Professor di Leggi ed alla Illustriss. ed Eccellentiss. Signora D.
Isabella Pignone del Carretto, duchessa d* Erce, tra gli Arcadi Belisa
Larissea, in segno di ossequio dedicate. In Napoli, 1744, nella stam-
peria Muziana.
XIII. -GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA 155
filosofia. Un grave malore, che la travagliò sino intorno
a dieci anni, ha fatto che non l'abbia potuto riconoscere
e rammendare ; ond' è che se ne sta scritto a penna in
un forziere. Pur se Ella, che quanto ha a vile le cose
sue, altrettanto per quella gentilezza, eh* è somma in lei,
è solita di esaudire le preghiere de* suoi amici e servi-
dori, si lasciasse indurre a darlo fuori, credo a fermo
(ne scrivo a passione) che giusta reputerebbe ognun
quella lode, che nella seconda terzina del mio sonetto
le do ".
Il canzoniere, di tanta aspettazione, non venne, che si
sappia, mai in luce; e rime della Pignone si possono leggere
solo nelle già ricordate Raccolte del tempo : per esempio,
nei Componimenti per le nozze di Carlo di Borbone a cura
degli Arcadi della Colonna Sebezia (1738), nelle Rime
per le nozze di Girolamo Pignatelli principe di Marsi-
conuovo con Francesca Pignatelli (1739), nella Raccolta
per la morte di Qiuseppe Brunasso (1740), in fronte alle
Orazioni sacre di Gherardo de Angelis (1742), nella
Raccolta in morte di Orazio Pacifico (1743), nei Com-
ponimenti vari della Colonna A letina in onore della Im-
macolata Concezione di Maria (1744), nei Componimenti
diversi per la sacra Real Maestà di Carlo re delle due
Sicilie etc. etc. nella solenne apertura della Biblioteca
Spinelli del 'Principe di Tarsia, raccolti da Niccolò Giovo,
bibliotecario della medesima (1746), nella Raccolta per
le nozze di Antonio Carafa figliuolo primo del conte di
Forlì con Ippolita Cattaneo (1748), e in altre molte.
In questi versi di occasione e cerimonia la duchessa
d* Erce allude spesso alla immobilità alla quale era co-
1 56 XIII. - GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA
stretta, e alla consueta tristezza che le occupava l'animo.
Il secondo dei sonetti per le nozze di re Carlo comincia:
Lassa I già volve il settim'anno, eh* io
son d'aspro mal conquisa in ogni parte,
e sì le fibre ho di venen cosparte
che ho posto i pensier lieti in fosco oblio.
Ma qual mi nasce in sen dolce desio
d'esser della comun letizia a parte,
or che sola men vivo egra in disparte
e *1 voler mi contende il fato rio ?
Così anche negli altri composti per l'occasione che Fer-
dinando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia, aprì una
pubblica biblioteca n presso l'atrio della sua casa" (1),
cioè di quel grandioso palagio, che ancora porta il nome di
Tarsia, e che un tempo accolse una ricchissima pinaco-
teca e un gabinetto scientifico ed era tutto adorno di ri-
tratti e busti di uomini illustri, e si allietava di un ma-
gnifico giardino (2). Ora tutto è disperso e tutto è rovinato;
ma la via che conduce al palazzo dispogliato si chiama,
come un tempo, la n Salita Tarsia n. La nostra poe-
tessa immagina un sogno, nel quale le appare Mi-
(1) Sulla porta di quella biblioteca era un distico del Vico, finora
sfuggito ai raccoglitori :
Heic Iovis e cerebro quae in Coelo est nata Minerva
Digna love in terris aurea tecta colit.
11 BIOERNSTAEHL (Lettere nei suoi viaggi stranieri, trad. ital., Po-
schiavo, 1784, voi. II, 193-4, da Napoli. 21 settembre 1771) commenta:
« Vico ha fatto questo distico. E non è da meravigliarsi che Minerva
abbia una così buona abitazione presso questo principe; i suoi cavalli
stessi non ne hanno una molto inferiore...».
(2) CELANO, ed. Chiarini, IV, 782-85.
XIII. - GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA 1 57
nerva e le dice di ascendere con lei quel colle della
Virtù : di ascendere, ahimè , come ella, inferma, avrebbe
potuto fare solo in sogno :
Movi, seguendo me, spedito e presto
il pie. Stassi Virtù sull'alte cime;
ma il salir, mia mercè, non fia molesto.
Andiam. — Ella sì dice, e da quell' ime
parti per calli obliqui in su mi mena
sì lieve che vestigio non s* imprime.
Vengo così con franca e pronta lena
(tale da lei mi vien divina aita)
in corto spazio al sommo, e *1 credo appena.
Oh qual nuova dolcezza, oh qua) gradita
pace ivi sente il cor I Quell'aria pura
oh come a soggiornar quivi m' invita I
E perchè — dico allor — cotanto è dura
la via, che qui conduce ? — Ella riprende :
— Al volgo insan così Virtù si fura.
Ma, mercè di Colui ch'alto risplende
sul tron della Città che '1 lento ameno
Sebeto bagna, ornai piana si rende.
E oh quanti spirti in quell'almo terreno
accende il Regio esempio a chiare imprese,
che per lunghi anni non verran mai meno.
Ma più di gloria ha le sue voglie accese
SPINEL, nome a virtù caro, da cui
novo vien pregio a quel gentil paese.
Or l'antica memoria di colui
che già in Egitto tanti libri accolse,
quivi si rinnovella oggi per lui. —
Ma qui si ruppe il sonno e mi si tolse
Colei dagli occhi allor leggera e presta ;
oh Dio, perchè sì bel sonno si sciolse ?
Ma vero il sogno veggio or che son desta,
se non che al monte, in cui Virtude alberga,
i* non salii, e stommi oscura e mesta
giù nella valle, onde non fia che m'erga,
1 58 XIII. - GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA
Come si vede, la Pignone verseggiava assai bene, con
nitidezza di parole e soavità di suoni : aveva studiato
l'arte e la prendeva molto sul serio. Suo consigliere era
il Cirillo, ma un altro gran consigliere possedeva nel
maestro di rettorica della università napoletana, Giambat-
tista Vico. Il quale a lei indirizzò un sonetto, con allu-
sioni dolorose alla propria vita travagliata, scusandosi di
non poter lodare Teletta dama come avrebbe bramato :
Donna gentil, tra noi dal Ciel discesa
per innalzare al ciel nostri desiri
e contemplar entro gli eterni giri
la bella idea, onde voi foste presa,
se avversa sorte al mio mal sempre intesa
con più vènti crudel d'egri sospiri
non agitasse in mar d'aspri martiri
mia stanca nave combattuta e offesa... (1).
E appunto tra le carte del Vico, passate dal figliuoli
di lui ai Villarosa, mi accadde di ritrovare anni addietro
una lettera senza data e senza firma, che era indirizzata
al Cirillo e da costui dovette essere comunicata al Vico:
lettera che riconobbi subito come scritta dalla duchessa
d'Erce, nel 1 738, in occasione della raccolta che si pre-
parava per le nozze di re Carlo Borbone con Maria A-
malia di Sassonia; e la pubblicai poi nella mia edizione
del carteggio vichiano (2). Ma colà, in mezzo a tanti gravi
materiali di filosofìa, sarà stata poco osservata, e perciò
(1) Si veda L'Autobiografia, il carteggio e le poesie varie, ed. Croce,
p. 326.
(2) Op. cit., PP. 253-4.
XIII. - GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA 159
stimo opportuno di trarnela fuori affinchè sia meglio cono-
sciuta. Dice così :
Riveritissimo signor don Gioseppe, io sono giunta ad invidiare coloro
che sono tanto appassionati de' componimenti che fanno, o buoni o
mali che sieno, che van trovando occasione di stamparli. Io, dovendo dare
alle stampe i due sonetti per le nozze regali, sono entrata in tanti scru-
poli che quantunque, oltre a voi e '1 signor don Orazio (I), il nostro
dottissimo signor don Giambattista Vico gli abbia per sua bontà appro-
vati e corretti, pure non lascio di dubitare. Io so che gli scrupoli sono
figli dell' ignoranza, ma da me sola non posso liberarmene. La notte
passata ho vegghiato gran tempo pensando a* miei sonetti, e vi ho tro-
vati alcuni nei che non vorrei che vi fossero, non ostante che talora un neo
accomodi un viso. Or perchè debbo domani dare i sonetti e dubito
che questa sera mi possiate favorire perchè mi diceste che sareste an-
dato a ringraziare i votanti (2), mi son veduta costretta a scrivervi le
mie difficoltà, le quali vi prego a volere col vostro giudizio riflettere
ed anco a compiacervi di comunicarle al signor don Giambattista, nel
di cui purgatissimo giudizio, come ancora nel vostro, finalmente riposerò,
e pregando in mio nome che compatisca le troppo sollecite premure di
una penitente scrupolosa, la quale soggiacerà ad ogni penitenza. Sia
egli il mio padre Cutica.
In un sonetto ho scritto : «... da le sue cure si sciolga La mente in-
tesa a celebrar gli eroi». Mi spiace quella asprezza di suoni: « ente-
inte », onde vorrei fare « lo spirto inteso », nonostante che più ci sia
un certo che d'aspro. — Nell'altro sonetto il signor don Giambattista
mi fece favore d'emendarmi un verso così : « E *1 turcasso di strai d'oro
anco scarco ». Anche qui m' è nato qualche scrupolo in mente, e pre-
gate il signor don Giambattista che sia confessore benigno, mi senta
con bontà e me ne liberi. Quelle due desinenze per la stessa lettera :
« e '1 strai », e quelle due « d » : « di strai d'oro », e quelle tre ultime
parole che terminano tutte in « o », e quelle che terminano nella stessa
sillaba : « anco, scarco », sono i miei scrupoli. Se sono scrupoli d'acqua
(1) Orazio Pacifico.
(2) Il Cirillo era stato, in quell'anno 1738, eletto professore dì di-
ritto municipale nell'università napoletana.
160 XIII. -GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA
santa, il signor don Giambattista mi benedica ed è finita, — Io ho fatto in
due maniere : « Ed il turcasso di quadrella scarco »; « Ed il turcasso
de* bei dardi (o strali) scarco ». Se stima così, o pur mi cambiasse a suo
piacere quel verso. Però, signor don Giuseppe mio, se vi pare che
questa sia minima disattenzione (1) al signor don Giambattista, non
glielo dica, perchè ci lascerò il verso da lui accomodatomi, bastando-
mi che il sonetto sia passato sotto l'occhio suo, mentre non vorrei che
mi tenesse per disattenta, nascendo questo solamente dalla mia igno-
ranza. Fate voi : compatite l' incomodo che v'arreco, e mi vi dichiaro
serva.
A me questa lettera sembra un piccolo capolavoro, che
ritrae a perfezione la sollecitudine e ambascia letteraria
che agitava la degna pastorella d'Arcadia, ed è insieme
girata con grazia femminile e delicatezza di dama. Par
di udire il bisbiglio di una conversazione, nell* angolo di
un salotto settecentesco , mentre si elaborava una delle
rituali Raccolte , che piacevano allora tanto alla buona
società, e mentre letterati e gentiluomini e dame si ar-
mavano a far bella prova nella gara dei componimenti
a tema obbligato. Gara poetica non direi, ma certo
gara di artistica complimentosità, nella quale era ammirato
chi meglio adornava i luoghi comuni dell'encomio, dello
augurio o del funereo compianto.
Ma questa lettera ci mostra anche, o ci ricorda, a quanta
sapienza di avvedimenti stilistici fosse pervenuta la let-
teratura italiana con quell' Arcadia, che ora è consueto
oggetto d' irrisione e di dispregio, e pure fu educatrice
di misura e di gusto letterario. Sotto quest'aspetto, e non
sotto quello della poesia, vanno più propriamente consi-
derate le rime degli Arcadi. Si è mai data V importanza
(1) Mancanza di riguardo.
XIII. -GLI SCRUPOLI DI BELISA LARISSEA 161
che merita al fatto che la letteratura tedesca, nella sua
grande ripresa o piuttosto nel suo grande inizio alla se-
conda metà del settecento, si mise spesso e di buon gra-
do alla scuola della letteratura italiana, e anzi delle opere
di questa che noi diciamo di decadenza, come il Pastor
fido e i drammi metastasiani, le quali agli scrittori tede-
schi apprendevano segreti di arte e dolcezza di forme sti-
listiche e metriche ? Gli scolari, per questa parte, si chia-
marono Goethe, Wieland, Tieck, Platen...
Ah, quanto gioverebbe che gli odierni scrittori, e spe-
cialmente le odierne scrittrici, così romantiche e così scor-
rette e negligenti, ripigliassero alquanto gli scrupoli di
Belisa Larissea!
XIV.
IL VIAGGIO PER L* EUROPA DI UN GENTI-
LUOMO NAPOLETANO NEL 1774-76
Tra i manoscritti della nostra Biblioteca nazionale me
ne venne sott'occhio anni addietro uno in quarto piccolo,
legato in pergamena e con tagli dorati, che reca il
titolo : Memorie di ciocche per la maggior parte di Eu-
ropa ho veduto viaggiando di erudito e raro, non men che
bello e dilettevole tanto nei Riti, Leggi e Costumi così po-
litici che ecclesiastici e militari, quanto in tutt' altro che
riguardar possa le varie naturali ed artistiche Produzioni,
In mezzo ai ghirigori a penna di questo frontespizio è un
mappamondo con due gemetti, uno dei quali sventolala scritta:
Niun altro ha scorso più felice il Mondo, e l'altro regge uno
stemma che riconobbi subito come quello dei Goyzueta, fa-
miglia spagnuola, immigrata a Napoli con re Carlo di Borbone.
Che l'anonimo autore fosse di tal famiglia mi fu con-
fermato dalle prime parole, nelle quali il viaggiatore dice
che, movendo da Napoli in calesse, si fermò prima a Se-
condigliano da " sua sorella ", e poi a Lusciano, a far
colazione dall' ' altra sua sorella ". La bella duchessa
di Lusciano era appunto una Goyzueta, nota nella cro-
naca galante come amica di Sua Maestà il re Ferdi-
XIV. - IL VIAGGIO DI UN GENTILUOMO NAPOLETANO 163
nando IV. Accertai meglio la persona dell* autore ri-
scontrando nell'Archivio di Stato la corrispondenza del
1774 da Vienna dell'ambasciatore marchese della Sam-
buca, al quale il viaggiatore afferma di essersi presentato;
e trovai che, infatti, a quel ministro si era presentato il
gentiluomo napaletano, don Francesco de Goyzueta, ca-
pitano ai servigi del re di Napoli (1).
Il viaggio, descritto in forma di diario nel bel volume
che novera 389 pagine di scrittura calligrafica, durò due
anni, cinque mesi e tredici giorni, dal 25 aprile 1774
all' 8 ottobre 1 776, e abbracciò gran parte di Europa,
•ossia 1* Italia media e settentrionale, l'Austria, la Germa-
nia, 1* Inghilterra, la Francia e la Svizzera.
E fu compiuto nelle migliori condizioni per osservare la
-vita europea, e specialmente l'alta società, perchè il
De Goyzueta era fornito di lettere di raccomandazione
del Tanucci e di altri personaggi cospicui, perfino della
regina Carolina di Napoli per suo fratello 1* Imperatore,
e godeva amicizie e parentele dappertutto, nelle corti e
tra i militari, in quel tempo in cui tanti italiani si trovavano
impiegati in tali uffici, all'estero, particolarmente in Austria
e nelle città tedesche. Egli infatti conobbe de visu imperatori,
re, principi e principesse, e l'aristocrazia di tutti i paesi
<:he visitò, e ministri e altri uomini di Stato; e fu invitato
nelle reggie e nei palagi.
Ma che cosa giova la ricca materia di osservazione
quando mancano o difettano la mente osservatrice e in-
dagatrice, la viva sensibilità, l'acume, la percezione del
(1) Si veda CROCE, Aneddoti e profili settecenteschi (seconda ediz.,
Palermo, Sandron, 1922), pp. 70-72.
164 XIV. - IL VIAGGIO DI UN GENTILUOMO NAPOLETANO
curioso e singolare, l'arguzia ? Il De Goyzueta par che
viaggiando guardasse tutte le cose come se fossero generi
e non individui, e perciò il suo diario contiene piuttosto
nomi che realtà. Per lui ci sono il viaggio, l'albergo, le
ore di partenza e di arrivo, le visite, i pranzi, i cerimo-
niali, i personaggi con le loro rispettive cariche; non c'è
mai alcun tratto caratteristico, ne un giudizio che non
sia il generico n degno d'esser visto ". Pur così minuzioso
com' è, sembra che dia non il racconto di un viaggio, ma
l' indice di un racconto. Il racconto gli rimase in mente ?
Lo narrava nelle conversazioni con gli amici? O tutto
ciò che ritrasse dal viaggio fu per 1* appunto questo
lungo ma scarno indice ? Nel qual caso sarebbe da ri-
cordare 1* aneddoto che correva a Napoli, negli ultimi
tempi borbonici, di quel dotto uomo, il quale, dopo aver
annunziato per lungo tempo una storia, mandò fuori un
sommario del libro ; onde provocò un certo epigramma
vernacolo, divulgatissimo ancora a Napoli, che diceva:
" Questo, sta bene, è 1* indice: ma a quando la storia ?
Che se questa è poi la storia, tu non sei uno storico, ma
un minchione n.
A quanti mai pranzi fu convitato in ogni parte d' Eu-
ropa, e a quante conversazioni assistette ! Ma egli adopera
in proposito giri di parole press'a poco costanti, sul tipo di
queste che trascrivo dal diario parigino: 16 dicembre 1 775:
1 Ho pranzato dal conte d'Aranda, e non eravamo che
cinque. La tavola è stata ben servita n; 20 dicembre *75:
1 Ho pranzato con Zannetto Mocenigo ambasciador di
Venezia. Eravamo 1 6 convitati; la tavola era ben servita
e li cibi delicati. Questi suol dare allo spesso delle cene
e dei pranzi. La sera ho fatto alcune visite ".
XIV. -IL VIAGGIO DI UN GENTILUOMO NAPOLETANO 165
L' " oggetto principale n della sua andata a Berlino fu
di vedere il gran Federico ; e lo vide difatti. Il 1 5 luglio
(del 1 774) gli scrisse una lettera per chiedergli tale grazia
e ne ebbe in risposta il 1 8 la seguente letterina, che era
evidentemente una formola: n M. le capitarne N. N. Tout
homme à talents et de mérite a un accès libre auprh de
Moi, et je vous accorde avec plaisir la permission, que
vous venez me demander, de m'offrir vos hommages, con-
jointement avec v. n. le N. N. Mon colonnel Baron de
Cocceij a ordre de vour présenter ; et vous ri avez qu à
vous adresser à lui à votre arrivée ici. Sur ce Je prie
T)ieu qu il vous aitt M. le capitarne N. TV., en sa sainte
et digne garde. Potzdamt 16 de Juillet 1714. Frederick.
Il 22, accompagnato dal Cocceij, visitò a Sans-Souci l'ap-
partamento reale, mentre il Re era assente. " Aspettai
alcun poco in una piccola Galleria contigua alla sala al-
lorché venne il Re a cavallo, preceduto da un volante
e da un palafreniere, che li correa appiedi appresso. Smon-
tato, mi fé* subito introdurre, mi ricevè con somma cle-
menza, mi parlò italiano sulla marina, di che forza sia ed
a che uso, e se contro gl'Inglesi ". E questo è tutto ciò
che gli rimase in mente, o che sa dirci, di Federico II,
a vedere il quale si era spinto fin su in Prussia.
Un tale osservatore meritava di vedere il Voltaire (pel
quale anche andò apposta a Ferney) nel modo che gli
accadde vederlo. Scrive alla data del 27 maggio 1776:
1 II dopopranzo andai a Ferney, piccolo villaggio ad una
lega distante da Ginevra, che appartiene alla Francia,
per far visita a Mr. de Voltaire ; ma, disgraziatamente, nel
momento che arrivai Egli si mettea in carrozza. Questo
fu molto, perchè, se Egli non usciva, non l'avrei neanche
166 XIV. -IL VIAGGIO DI UN GENTILUOMO NAPOLETANO
veduto, perchè stava di cattivo umore, e quando egli sta
di cattivo umore non riceve nessuno. Onde me ne ritornai
molto contento di averlo veduto almeno n. In effetti, il
fine della sua visita era raggiunto : poter dire e segnare
nel taccuino: " L'ho visto n.
Come volle conoscere il Voltaire, così, naturalmente,
anche il Metastasio. Il 2 giugno del 1 774 scrive in Vienna:
" Vi è stata la solita processione che si fa per tutto il
mondo cattolico, essendo oggi il giorno del Corpus Do-
mini. Fui a vederla in casa dell'abate Pietro Metastasio,
la di cui conoscenza feci in casa di monsignor Perlas,
dove va tutte le sere alla conversazione, e dove si tro-
vano moltissime persone, e tra gli altri gli Italiani ".
Certe volte si prova una sorta di stizza, perchè si
sente che ci sarebbe stato luogo pel bozzetto grazioso, ma
il viaggiatore si mantiene così ligneo e arido come nel resto.
A Vienna è presentato a Sua Altezza il vecchio Prin-
cipe Saxen-Hildburghausen, feldmaresciallo al servizio del-
l' Imperatore, che viveva in una casa presso Vienna, assai
ben arredata e dov'era ogni giorno tavola per convitati.
11 principe aveva settantasei anni, e usava levarsi alle due
dopo il mezzogiorno e coricarsi alle otto di sera, pas-
sando così diciotto ore a Ietto. Dieci persone (dice il
Goyzueta) erano addette a vestirlo e spogliarlo, ciascuna
con particolare servizio, cosicché in tre minuti era levato
da letto o messo a letto. E chi mai viveva con lui ? " Seco
aveva la Tesi, cantatrice famosa un tempo n, dice sec-
camente il nostro viaggiatore : nientemeno Vittoria Tesi,
che, quaranta e cinquantanni innanzi, aveva fatto furore
in tutta Italia e a Napoli, tra l'altro, aveva cantato nel-
1' Achille in Sciro all' inaugurazione del teatro San Carlo.
XIV. -IL VIAGGIO DI UN GENTILUOMO NAPOLETANO 167
Da alcuni decenni non si parlava più di lei, come se
fosse già sparita dal mondo : eccola invece ancora viva,
insigne rudere del passato, nella casa di campagna di un
principe tedesco, antico favorito di Maria Teresa e fana-
tico per la musica. La Tesi era nata a Firenze nel 1 700
e aveva allora settantaquattro anni (1).
Un altro rudere insigne, un altro ex gran cantante, il
Broschi detto Farinello, amico del Metastasio, favorito di
re Ferdinando di Spagna, egli conobbe, allora vecchis-
simo. Bologna, 2 1 agosto 1 776 : n Al dopopranzo andai
da Don Carlo Broschi, cavaliere di Calatrava, che ognuno
sa il potere che un tempo aveva in Ispagna. Egli sta
sempre in campagna ad un miglio distante dalla città, ove
va molta nobiltà a fargli visita ". Il 23 agosto: "Pranzai
con Don Carlo Broschi. Egli tutti i giorni pranza in com-
pagnia di cinque o sei amici ".
Del teatro e delle cose dell'arte il Goyzueta parla con
la solita aridità. A Monaco di Baviera (dicembre del 75)
segna con ammirazione il nome del pittore ritrattista di
corte, Io svedese Desmaret, allora di settantotto anni, e
dice che in tre sedute ritraeva la testa e compiva il resto
a suo agio, e che per un ritratto a mezzo busto non
chiedeva più di dieci zecchini, e che aveva fatto il pro-
prio ritratto, un capolavoro. Aggiunge che a Monaco erano
tre gii artisti che " meritavano distinzione n : un fabbro che
lavorava in acciaio, un ebanista che faceva mobili a in-
tarsio, e un gioielliere. Maggiore attenzione, specialmente
in Prussia, dà alle cose militari, e descrive l'ordinamento
(1) Si veda A. ADEMOLLO, Le cantanti italiane celebri del secolo
decimottavo : Vittoria Tesi, in Nuova Antologia, 1 5 luglio 1 889.
168 XIV. - IL VIAGGIO DI UN GENTILUOMO NAPOLETANO
dell'esercito, le uniformi dei vari battaglioni, le parate, il
corpo dei cadetti o scuola militare. A Berlino conobbe
il conte Pinto piemontese, colonnello al servizio di re Fe-
derico II, che era zio del cavalier Santa Croce, capitano
nel reggimento Sannio a servizio del re di Napoli : esempio
tra i parecchi di quel che ho accennato sugli italiani che
si trovavano allora negli eserciti esteri. Visitò in Berlino
la Biblioteca reale, e al solito modo generico scrive che il
numero dei libri vi è n molto considerabile n, che sono
tenuti n in bell'ordine n, che vi è una n quantità di ma-
noscritti ". Ciò che più lo colpì fu che n il bibliotecario
sig. Stosch, consigliere di corte, non ebbe difficoltà di
pigliarsi la mancia, che suole essere d'un zecchino ".
Parecchie notiziole, tuttavia, si possono spigolare nel
suo volume, com'è questa sui prezzi delle osterie in que-
gli anni. Il 1 maggio 1 774 : " Dopo pranzo, partii per
Reggio, dove arrivai alle 5 della sera. Alloggiai alla Po-
sta, osteria sufficiente. Generalmente nelle osterie d' Italia
si pagano paoli 5 la mattina e 6 la sera. Vi sono però
altri prezzi, cioè di paoli 4 la mattina e 5 la sera, ed
alla mercantile 3 la mattina e 4 la sera. Otto anni fa
non si pagava che 2 la mattina e 3 la sera, e gli altri
in proporzione. Ma ora, come tutto è incanto, non si può
più fare a questo prezzo ".
Gli accadde di assistere in vari luoghi a esecuzioni
capitali; tra le quali singolare questa, che vide a Londra
il 1 7 gennaio del 76 : ■ Alle undici della mattina sono
passati per avanti le mie finestre otto condannati ad essere
appiccati. Quattro di questi andavano sopra d'un carro
ed erano ladri di strada; due altri andavano in trenau (sic),
perchè erano monetari falsi, ed erano due ebrei ; e gli
XIV. - IL VIAGGIO DI UN GENTILUOMO NAPOLETANO 169
altri due andavano in carrozza, accompagnati da un mi-
nistro e da un loro amico. Questi due ultimi erano due
fratelli gemelli di buona nascita ed erano stati condan-
nati al supplizio della forca per aver fatte delle cambiali
false. Quegli che andavano sul carro portavano una di-
sinvoltura incredibile: se la parlavano tra di loro come se
andassero a passeggiare. Tra di questi v'era un giovane
di venti anni, ch'era tutto pettinato e vestito di rosso con
un cappello gallonato d'oro ed un mazzo di fiori nella
mano, e tutti li quattro mangiavano de' Portogalli (arance) " .
A Roma nota : " Una novità che ho trovata a Roma
si è, che chi non va vestito d'abate fa una cattiva figura.
Le conversazioni non son composte che di abati, prelati,
monsignori e cardinali, i quali tutti fanno la corte alle
loro Belle, ed è questo ai forestieri uno scandalo gran-
dissimo n.
E tale accenno alle amiche dei preti è il solo che
sia in tutto il diario a cose galanti. Quasi non si direbbe
che il Goyzueta percorresse lo stesso mondo e la stessa
società che percorreva allora Giacomo Casanova.
XV.
UN ORATORIO INEDITO DI ELEONORA DE
FONSECA
C* è un* aggiunta da far alla bibliografia delle opere di
Eleonora de Fonseca ( 1 ) : non un'aggiunta di gran rilievo,
ma a ogni modo un altro documento della sua operosità
di poetessa metastasiana. Si tratta di un oratorio composto
nel 1 792, e del quale il manoscritto si trova a Lisbona nella
Biblioteca da Ajuda (2). Finora era sfuggito ai ricercatori,
ma 1' ha trovato l'autore di Portugal e Italia, il marchese
de Faria, e cortesemente ha voluto donarne a me la copia
che se n* è procurata.
Il titolo è : La fuga in Egitto, Oratorio sacro dedicato
a 5. A. R. D. Carlotta Borbone principessa del Brasile
da D. Eleonora da Fonseca Pimentel Chaves. Napoli
MDCCXCII.
Carlotta di Borbone, la figlia di Carlo IV di Spagna,
la moglie di re Giovanni VI di Portogallo, quella che
fu poi la regina cara al più nero partito assolutista del
(1) Si vedano Curiosità storiche, 2 ed., pp. 188-98.
(2) Ms. n. 52, X. 7, peca 27. In 4°, di pp. 45, frontispizio con
ornati calligrafici; sul dorso il n. 584, forse della biblioteca privata della
principessa Carlotta.
XV. -UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA 171
Portogallo e del Brasile, avversaria dei liberali e del ma-
rito liberale, mandata a confino pei suoi intrighi e chiusa
in convento per ordine delle Cortes, la madre (per ricor-
dare un nome che dice tutto) dei famigerato pretendente
Don Miguel ; — era allora , nel 1 792, quando Eleonora
de Fonseca le dedicava il suo oratorio, una giovinetta
di diciassette anni, da due anni venuta dalla Spagna
sposa al principe ereditario Don Giovanni, principe del
Brasile. La futura repubblicana e autrice del Monitore
napoletano non poteva certamente immaginare la curiosa
impressione che ora producono in noi questi due nomi —
Eleonora Pimentel, Carlotta di Borbone — riuniti sullo
stesso frontispizio.
E probabile che Eleonora, la quale era rimasta sempre
in relazione col suo paese d* origine, fosse richiesta di
scrivere quest* oratorio per qualche rappresentazione al
teatro di Lisbona o alla corte. Intermediario tra la scrittrice
e la principessa fu forse il ministro portoghese a Napoli,
il De Souza.
L'oratorio ha interlocutori il patriarca san Giuseppe, la
Vergine Maria, e un angelo. Nella prima parte, al le-
varsi della tela, si vede Giuseppe dormente, e 1* angelo,
che si fa a risvegliarlo cantando :
Sorgi, sorgi, Giuseppe I
Pria che spunti l'aurora,
colla Vergine Sposa
il Celeste Bambin salva in Egitto,
o qui da Erode resterà trafitto.
E Giuseppe, risvegliandosi, esclama:
Giusto Cielo, che vidi ! che intesi !
Chi nel sonno mi parla e mi desta ?
1 72 XV. - UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA
Ah, qual lume, quaì voce è mai questa 1
Quella voce, quel lume, dov* è ?
L'Angelo, di dentro :
Su, Giuseppe, alla fuga ti appresta ;
vien dal Cielo che parla con te.
Giuseppe :
Alla fuga ! Ma dove ? ma quando ?
Alla fuga I Ma come ? perchè ?
L'Angelo, sempre di dentro :
Ah, del Ciel tosto adempi il comando ;
il cammino d' Egitto deh prendi :
il fanciullo da Erode difendi :
così il Cielo t' impone per me.
Giuseppe, avendo intravista la luce angelica e compreso
che il comando gli viene da Dio, sveglia a sua volta
Maria, e le comunica 1' ordine ricevuto. La Vergine è
presto persuasa e rassegnata ; e mentre il marito entra in
casa a raccogliere n quelli Che l'umile fortuna a noi con-
cede Non numerosi arnesi n, si abbandona a soliloqui.
Torna Giuseppe, e, sempre esortati e incitati dall' Angelo,
si dispongono alla partenza. Dice loro l'Angelo :
Ornai rimane alle cadenti stelle
breve cammino ; e, da sospetti suoi
mosso T iniquo re, l'empia sentenza
già sorge ad eseguir : la strage, il sangue
inonderan fra poco
di Bettelem le vie : partite, o coppia
al Ciel diletta, e l'affidato pegno
XV. - UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA
173
tosto salvate : a voi
tutto noto sarà : lasciate intanto
che ne' deliri suoi
si avvolga in proprio danno
l' impotente furor di un re tiranno,
E del malvagio 1* ira
onda di mar che freme,
che spuma irata e geme,
che torbida la sponda
minaccia soverchiar.
Ma l'orgogliosa piena
eterna legge affiena,
e sulla riva frangesi,
e nel toccar l'arena
cede respinta e riede
sé stessa ad incalzar.
I tre interlocutori, prima a solo, poi a due, poi a tre
cantano un inno al Signore, del quale trascrivo le ultime
strofe :
Giuseppe :
Angelo :
Maria :
Angelo :
Mar. e Gius, a due:
Le stelle lucenti
l'aurette tremanti,
dell'onde correnti
il placido suon...
Il turbine, il tuono,
le grandini infeste,
le nere tempeste,
l'acceso balen...
Del sol, della luna
i vaghi splendori,
i ricchi tesori,
racchiusi nel sen...
Del Nume sdegnato
son voce possente...
Del Nume clemente
la voce pur son.
1 74 XV. - UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA
Giuseppe :
Voi menti, che i Cieli
eterne abitate...
Maria :
e voi che diversi
la terra adornate...
Angelo :
per campi, per selve,
o rettili o belve,
voi pesci guizzanti,
augelli volanti...
a tre :
voi, opere tutte
del Sommo Fattor,
creature, adorate,
lodate il Signor.
La seconda parte, o secondo atto, fa vedere i due con-
iugi in viaggio, recanti il n caro pegno ", il bambino
Gesù. E mezzogiorno ; si soffermano per riposarsi, e scam-
biano tra loro pie riflessioni. Essi vedono adempiute le
profezie bibliche :
Ora quello che in tanti
misteriosi eventi
di sé volle adombrar, tutto oggi avvera
1* Increata Sapienza : al Nil rifugge
pur dall' insidia altrui,
sconosciuto, negletto,
oggi, nuovo Giuseppe,
del mondo il Salvator ; Mosè novello,
ritornerà dei suoi portenti cinto
sulla colpa già spenta
ad esaltar l'umanità redenta.
Cinto di gloria,
cinto di luce,
il nostro Duce
per noi 1* Inferno
debellerà.
XV. - UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA 1 75
Non fra saette
Dio di vendetta ;
solo d'amore
nume verrà.
Qui sopraggiunge l'Angelo a narrare V orrendo scempio
accaduto in quel mezzo a Bettelemme : la strage degli
innocenti. Sono i soliti colori di una scena innumeri volte
descritta tra il sei e settecento, in poesia non meno che
in pittura. Questo è il brano saliente :
Tosto d'armati e d'armi
folto stuolo le schiude : ecco ad un tratto
denudar mille spade ; ecco avventarsi
sulla preda innocente : al Ciel va il grido
delle misere madri e va dei figli
il flebile vagito e le minacce,
e i fremiti ne vanno
dei barbari uccisori,
e di sdegno e di duol confuso e misto
l'udito assorda ed in discorde tuono
mille suoni diversi esprime un suono.
Scarmigliate, confuse,
e da forza crudele indietro spinte,
co* dolci parti in braccio errano intanto
per l'angusto recinto
le desolate donne : in alto siede
e con la voce e con la mano accende
i perfidi ministri
il dispietato Re : là sulle mamme,
onde pendea, trabocca,
latte versando e sangue,
il piagato bambin : qui sotto il manto,
ove celossi, il crudo ferro il giunge ;
là contrastato invano
dall' intrepida madre,
1 76 XV. - UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA
orribil mostro I ei bipartito cade ;
qui le supplici braccia
e le nude mammelle indarno oppone
l'orante madre all'uccisor fellone.
In mille piaghe orribilmente impressa
si dipinge la morte, in mille guise
in deformati volti
si dipinge il color : orrido gruppo
sopra la madre semiviva e smorta
fanno i figli trafitti.
De' moribondi figli altre col pianto
lava le piaghe, e i fuggitivi spirti
fra le tremanti labbra
tenta raccorre ; e quale
di livido pallor tinte le gote
d* inaridite lagrime segnate,
il mozzo busto al Re crudele in faccia
torva solleva e le pupille immote
fissa nel Ciel : né più silenzio o grido,
ma cupo mormorio l'aura percote
di taciti singulti, di bramata
vendetta e di querele,
e nero e tetro e in non più visto aspetto
di feritate ivi ondeggiar si mira
il terrore, il dolor, la pietà e 1* ira.
Odi l'aria che flebile e fioca
fra quei rami sussurra e sospira ;
odi l'onda che querula e roca
fra quei sassi si aggira e si frange ;
è Rachele, che in Ramata piange
i suoi figli che mesta perde.
Di ululati risuonan le calli,
e dal fondo del concavo speco
replicando confusa va l'eco
il lamento cui pari non è.
XV.- UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA 177
Maria a tale orribile racconto prorompe :
Ed inumano a segno
dunque core vi fu, cha sotto il ciglio
della madre piagar potesse il figlio ?
e i moribondi sguardi e gli atti e i visi
mirar, soif rir, dei pargoletti uccisi ?
Spietatissimo Re ! Misere madri !
Innocenti fanciulli ! Ahimè, eh' io sento
in quei colpi ferirmi... Ahimè, eh' io vedo
la tragedia funesta... Ahi, che vien meno
nell' immagine atroce
il pensiero... il respiro... il cor... la voce.
Ascolto quel pianto...
Rimiro quel sangue...
Il figlio che spira,
la madre che langue,
il ferro omicida,
le querule strida
mi sento nel cor.
Ahi, madri infelici !
Ahi, barbara pena !
Ahi, scena d'orror !
Terminate le manifestazioni dell'orrore e della pietà,
l'Angelo ricorda alla Vergine l'alta sorte che l'attende,
e i tre cantano un nuovo coro.
Quando Eleonora de Fonseca verseggiava in versi co-
muni questi luoghi comuni, già il suo animo e la sua
mente fremevano pei casi di Francia: in quell'anno stesso
la flotta di Latouche toccava il golfo di Napoli, ed Eleo-
nora si recava sulle navi francesi a fraternizzare coi gia-
cobini e a cantare inni alla libertà. Ma se la sua pas-
sione politica era nuova e piena di avvenire, la sua let-
teratura era vecchia ; ne le era dato sostituirla agevol-
12
1 78 XV. - UN ORATORIO DI ELEONORA DE FONSECA
mente con nuove fantasie, nuovi ritmi e nuove parole.
La forma poetica cantante e metastasiana si offerse al-
lora, docile strumento, agli affetti della rivoluzione, che
fu rivoluzione politica e sociale ma non rivoluzione let-
teraria. Letterariamente parlando, i giacobini portavano
ancora il codino (1).
(1) Colgo l'occasione per segnare qui la notizia di un recente studio
inglese di MARY MAXWELL MOFFAT, Eleonora Fonseca and the
Neapolitan Republic, in The Quarteria Reoiew, n. 467, aprile 1 92 1 .
XVI.
IL ■ SEMINARISTA CALABRESE ■
E un romanzetto ora affatto dimenticato, ma che i no-
stri vecchi a volte ricordavano, specialmente in grazia della
seconda parte del volume, che contiene una piccola silloge
di facezie: // seminarista calabrese, Opera divisa in due
parti, Milano, 1 808. A leggerlo ora, parrà nient'altro che un
ultimo incerto riflesso dei " romanzi picareschi n spagnuoli,
dei quali imita l'andamento. Un giovane racconta la sua
vita in un seminario di Calabria, le sue avventure a Mes-
sina, dove fu inviato dalla famiglia, e poi a Napoli, come
studente, provandosi a descrivere piacevolmente personaggi
e ambienti vari. Ma la piacevolezza è più neh" inten-
zione che nel fatto e nello stile.
Pure se ne può trarre qualche curioso particolare di
costume e qualche pagina non priva di evidenza e, per
cominciare, io vi ho trovato schiarita la frase n mangiare
coi gatti ", che si ode ancora qualche volta ripetere senza
che se ne conosca più V allusione.
n Mangiar coi gatti, trascinar la lingua per terra, digiu-
nare giornate intere, osservare un lungo silenzio per una
o due settimane " — dice il seminarista nel ricordare le
sue monellerie di collegio — " erano divenute per me
penitenze triviali, né producevano più alcun effetto ". E,
180 XVI. - IL « SEMINARISTA CALABRESE »
più oltre, descrive in particolare in che consistesse il primo
dei castighi ricordati :
La penitenza di mangiar colle gatte non era tanto barbara (quanto
quella del cavallo, ossia delle staffilate), ma era forse più penosa pei
fanciulli di tenera età. Esisteva nel refettorio un luogo centrale, ove
colui che era condannato a mangiar con queste bestie doveva inginoc-
chiarsi alla vista di tutto il seminario. Ivi, stendendo la sua servietta
per terra, attendeva in pace che gli fosse toccato il pranzo. Appena
un piatto era messo a sua disposizione, una o molte gatte (non man-
cando mai queste inutili bestie nelle benedette comunità) si accostavano per
esserne a parte. Il paziente non aveva diritto a scacciamele, e guai a lui
se l'avesse solamente tentato. Le gatte, nel divorare la loro porzione,
formavano, per naturale gelosia, un armonioso miagolamento di gniao
gniaooo. Al dolce suono di tale musica bestiale il condannato era co-
stretto, se non volea morir d' inedia, a mangiar unitamente con esse la
sua parte. Siccome però le gatte delle comunità sono più divoratrici
degli uomini (almeno quelle dei seminario erano tali), così di tutto il
pranzo non toccava al paziente fanciullo che uno o due bocconi...
Anche caratteristica pei tempi a cui si riferisce il ro-
manzo, cioè l'ultimo quarto del settecento, è la visita
che fa al seminario un n viaggiatore oltramontano ", che
si tratteneva da alcuni giorni in quella città, ossequiato
e onorato dai sindaci e dall'arcivescovo e circondato dalla
fama di uomo dotto. Giunge il forestiero, un uomo di
circa cinquantanni, n statura giusta, fronte scoverto, naso
camuso, viso secco e smagrito, aria dolce ed affabile, oc-
chio vivo, denotante la prontezza di spirito e la rifles-
sione "; gira pel seminario, pranza coi preti e con gli
alunni, e, dopo il caffè, si dà inizio a un* accademia,
nella quale il rettore prende a recitare un'orazione sulle
tentazioni diaboliche dei folletti, incubi e succubi e dei
XVI. - IL « SEMINARISTA CALABRESE » 181
maghi e stregoni ; e il forestiero Io interrompe e procura
di sgombrargli dalla testa quelle ubbie superstiziose, ci-
tando Montaigne e Bayle e Hume.
Il rettore non potè resistere al tuono disprezzante ed enfatico del-
l'oltramontano, per cui, pieno di un santo zelo, rispose in aria un poco
minaccevole : « Signore, a quel che sento, mi pare che non solo siete
ateo, ma anche eretico e scismatico I » . «Signor abate, — soggiunse lo
oltramontano, — comecché il vostro discorso includa contradizione, vi
dirò non pertanto che io non sono né eretico né scismatico, e molto
meno ateo. Sono un uomo onesto, che gratificano col nome di filosofo ».
Non avesse mai il forestiere pronunziato questo nome I Come se il ter-
mine filosofo corrispondesse a quello di assassino, di antropofago o di
mostro, il rettore, nel solo udirlo, si riempì di terrore ed esclamò: « Co-
me ? Siete filosofo e siete venuto al nostro refettorio ?... Siete filosofo,
« mi avete parlato sino adesso ?... Siete filosofo !?... Anime sante del
Purgatorio, salvatemi voi l Guardia, guardia I ». A questo chiasso ci
alziamo tutti. Il rettore scappa come un forsennato, facendo il segno
della croce, e si rinchiude nella sua stanza; tutti fuggono spaventati; l'oltra-
montano rimane solo e sbigottito dal fracasso ed interdetto per la magia
della parola filosofo. Io ch'era stato sino a quel punto come V asino al suon
della lira, mi ritiro stordito e confuso, non sapendo a che attribuire
tanto scompiglio, e dicendo tra me: « Maledetto forestiere ! Parea tanto
buono. Non avesse mai detto che si chiamava filosofo ! Oh che nome
indiavolato ! Non mi ha fatto neppure leggere la mia elegia in lode
della Madonna I ». D'allora in poi questo nome divenne così terribile
nel seminario, che volendosi incuter paura a noi altri ragazzi, bastava
che i superiori dicessero : « Se non vi state quieti, faremo venire un
filosofo a farvi scuolal ». Questa minaccia, per grazia di Dio giammai
realizzata, è stata sufficiente a farci per lungo tempo rimaner quieti
come tanti imbecilli.
A Messina il seminarista è ospite di un suo parente,
don Biase, Catapano della città di Messina.
Questo impiego non dà alcun soldo: quindi per vivere egli era ob-
bligato, egualmente che tutti i suoi degni colleghi, d'andare ogni mat-
182 XVI. - IL « SEMINARISTA CALABRESE »
tina ricattando i fornai, i pescivendoli ed i venditori di commestibili.
Ebb* io l'onore quella mattina d' accompagnarlo in sì lodevole opera-
zione. Usciamo dunque di casa e ci presentiamo al primo forno ch'era
sul nostro cammino. Don Biase entra, nessuno fa attenzione a lui; resta
per qualche tempo immobile come uomo il cui silenzio chiede loquace-
mente la limosina. La grossa e grassa fornaia finalmente si volta, finge
di vederlo allora, dimostra la noia che ne risente, gli fa qualche sgarbo
di cui anch' io fui a parte, gli dà una pagnotta come si darebbe a un
cane, don Biase la mette in tasca, egli contento ed io sorpreso d'una
tal pantomima. A pochi passi di là entriamo in una pasticceria. La no-
stra vista produce un mormorio come di chi vedesse le persone più
seccanti dell'universo. Chi ci volta le spalle da una parte, chi ci dà
qualche urto passando, chi non si degna neppure guardarci. In verità,
io mi trovai il più confuso e mortificato uomo del mondo. Facevamo una
figurasi trista che, dopo qualche minuto del solito silenzio di compare Don
Biase, non potei trattenermi di dirgli : « Andiamocene, compare : che
facciamo qui?». Egli risposemi sotto voce: « Ora, orai». La pastic-
cerà, sentendoci parlare, si volta, vede me rosso come un papavero, an-
noiato a morte di quella scena silenziosa ; si accorge che io non era
del mestiere e che mi trovavo colà per caso ed a malincuore, come
uomo che sta sulla brace. Sentì dunque compassione di me, cred' io;
per cui, avvolgendo tosto un pasticciotto in un poco di carta, lo mandò
con la sua fante a compare don Biase, cui disse da parte della sua
padrona : « Dice la gna Cicca mi vi rumpiti la nuci di lu coddu ; pig-
ghiati, jatioindi, min facili chiù patiri stu pooiru figghiolu ». Dietro un
complimento così galante in lingua trinacria, don Biase pose il pastic-
ciotto nella profondissima sacca del suo antichissimo abito, ed uscì
tanto contento come se avesse ricevuta la migliore accoglienza del
mondo...
Tra le avventure studentesche di Napoli è un pugi-
lato alla Posta vecchia, con la descrizione della folla che
aspetta la distribuzione postale della Calabria, e spe-
cialmente degli studenti, che, come il protagonista del
racconto, ricevevano dalla famiglia, per mantenersi a
Napoli, una cambialetta di otto ducati al mese. Ma pre-
XVI. - IL « SEMINARISTA CALABRESE » 183
ferisco chiudere gli estratti del libriccino, ormai raro, con
un'altra descrizione: quella di una sorta di sacra rappre-
sentazione pantomimica in Napoli, nei giorni di Pasqua :
M' inoltrai per la Cesarea, e, salendo, incontrai una calca straordi-
naria, la quale aumentava a misura che io avanzava, Il popolaccio che
la componea, marciando parte in gran gala e parte al solito seminudo,
mangiava, beveva, saltava, suonava. Confuso tra la folla e colle mani
nelle tasche per tema che mi mancasse il fazzoletto, mi trovai innanzi
ad una chiesa, dove la calca era più spessa. Attendo ivi cogli altri,
ed a capo di pochi minuti, dopo una dozzina di coppie di fratelli in
veste talare ed in cappuccio chiuso, veggo uscire la statua della Ma-1
donna con parrucca bionda da consigliere e in dominò lattino elegan-
temente ricamato. In mezzo alle coppie dei fratelli andava passeggiando
uno di essi ben corpacciuto, armato di una lunga bacchetta pieghevole,
fornita in punta d'un giglio di legno. Questa processione scappa via in
fretta trasportando la statua e prende altra campagna. Tosto dopo esce
san Giovanni, in zimarra rossa e collo stesso corteggio, che sceglie
altra direzione e sparisce. Finalmente vien fuori Nostro Signore con altri
fratelli, che fuggono via per altro sentiero. Questa scena, comincian-
domi a divertire per la sua varietà, m* incammino seguendo la folla
non senza grande imbarazzo. Giungo finalmente in un bivio, ove, imi-
tando il popolo che mi circonda, attendo con massima ansietà per sa-
pere ove vada a terminar la faccenda. Annoiato infine, domando ad
uno straccione, che mi era vicino, cosa facevano là stanchi, coverti di
polvere ed affogati dalla calca : « Signó, 5. GiuVanne e la Maronna so
ghiute a cerca Gesù Cristo ; mo se ncontrano tutte duie, se fanno signo
che non V hanno trovato, e tornano a cerca Nostro Signore ». Il sagro ci-
cerone aveva appena terminata la spiega d'un tal mistero, che le due
statue co' loro corteggi compariscono da strade opposte. La turba fa
largo : chi monta sulle macerie, chi sui terrazzi dei casolari ; io, per
non esser calpestato vivo, mi arrampico ad una siepe, ove mi sgraffio
una mano, lascio mezza calzetta e porzione dell'abito di seta che aveva
portato da Calabria e di cui non faceva uso che nelle sole feste prin-
cipali. Si giudichi quanto questo piccolo accidente abbia potuto aumen-
tare il mio cattivo umore. Intanto i corteggi si dividono e le statue si
accostano. Quella della Madonna si abbassa, come per dire a Giovanni:
/
184 XVI. - IL « SEMINARISTA CALABRESE »
— Hai trovato Gesù ? — . La statua di Giovanni si piega indietro, come
per dire alla Madonna : — No. — Ambe le statue si muovono sui fian-
chi, volendo significare il loro cordoglio per una corsa sì inutile , e
quindi a rompicollo scappano di nuovo per istrade differenti e tra le
strida acute del popolaccio. Io seguo questo per vederla tutta. Si re-
plica altrove la stessa farsa. Si sloggia immantinente non senza grave
pena, e corriamo ben dentro una campagna. Là compaiono prima Gesù,
quindi non tardò a mostrarsi Giovanni. Questo incontro fu più caldo.
Le statue eseguirono alcune mosse ed alcune attitudini, colle quali Gio-
vanni ragguagliò Gesù delle sue corse, ed uniti partirono per incon-
trar la Vergine, facendo la strada calcata innanzi da noi. Corro io
col popolo tra gli urtoni di ogni sorta, pesto, grondante di sudore, e
mi fermo in altro sito... « Eccole, eccole ! », sento gridar alto ; mi
volgo e per diversi stretti veggo già sbucar correndo tutte e tre le
statue. Il popolo si divide e le riceve nel suo seno... Bisognerebbe
qui o il pennello di Raffaele o la penna di Voltaire per descrivere
quest'ultima scena. Le statue si urtarono con le teste, si abbassarono,
si allungarono, si piegarono sui lati, come se avessero voluto dirsi a
vicenda : « Ove sei stato, buon Gesù ?.... È tanto tempo che andiamo
in cerca di te! — Lodato sia il Cielo che vi ho trovati. — Come stai di
salute ? — Io sto bene. E voi ? — Così così : un poco fatigati dalle lun'
ghe corse, che ci hanno fatto fare questi facchini... ». Finito questo dialogo
in pantomima, un' immensa quantità di uccelli sbuca all' improvviso,
parte da sotto le gonne della Madonna e parte da sotto le zimarre di
Gesù e di Giovanni : svolazza infilando per la campagna; il popolo
piange di tenerezza, ed io, non so per quale fatale contrasto, mi metto
a ridere. Un cencioso, che mi era vicino, mi guarda con occhio bieco;
e, scandalezzato, come credo, della mia irriverenza, mi dice con voce
minaccevole : « Don Liccà, si ride n 'aia vota, te voglio fa chiagnere co
na mazzata dinto la noce de lo cuòllo... ».
Chi fu Fautore di questo romanzetto ? L' Ulloa ce ne for-
nisce il cognome. " Si Fon avait cherché Tauteur sous le
voile de Tanonyme, on aurait entrevu le talent gracieux
d*un homme (Nicolai) qui laissa la réputation d' un es-
prit fin et aimable. L/auteur avait voulu retracer ses sen-
XVI. - IL « SEMINARISTA CALABRESE » 1 85
sations de l'enfance et ses espiègleries, cT écolier, qu* on
n'oublie pas ; et Fon sentait une piume qui courait avec
vivacité, qui se complaisait aux développements et s ai-
guisait parfois d'une fine ironie " (1).
Sono rimasto un po' incerto nel determinare chi fosse
questo Nicolai, tra i parecchi di tal cognome; ma un ap-
punto manoscritto di Mariano d'Ayala (2) mi conforta a
identificarlo con Domenico Nicolai, marchese di Canneto,
nato a Canneto il 26 aprile 1778 e morto a Marsiglia
il 28 marzo 1842. Il Nicolai, che compose parecchie
opere, alcune edite e altre rimaste inedite, di metafisica
e di giurisprudenza, e che il Colletta loda n per dotto
scrivere e per mirabile eloquenza n, fu un patriota del
1799, che rappresentò poi una parte notevole nella ri-
voluzione e nel parlamento del 1 820- 1 : onde ripartì per
l'esilio, recandosi in Ispagna e di là in Francia. Un suo
libretto di Considerazioni sull'Italia, edito colà dopo le
giornate di luglio, ebbe una ristampa a Napoli nel 1 862 (3).
Al Seminarista calabrese non die compimento, e forse
non ne procurò neppure la stampa, eseguitane, come si
è detto, nel 1808, in Milano (se pure non è questa una
falsa data topica). La raccolta di aneddoti, che segue
come seconda parte, è messa insieme da varie fonti
(1) PIERRE C. ULLOA, Pensées et souvenirs sur la littérature con-
temporaine du Royaume de Naples (Genève, 1858), II, 351.
(2) Tra le carte, conservate nella Bibl. della Società storica napole-
tana, e propriamente nell'abbozzo di una biografia di Domenico Nicolai.
Sul quale si veda anche C. VILLANI, Scrittori ed artisti pugliesi (Trani,
1904), PP. 678-9.
(3) Napoli, pei tipi del Fibreno, 1862.
186 XVI. - IL « SEMINARISTA CALABRESE »
italiane e francesi, tranne pochi, che sono originali, e tra
questi alcuni che hanno per attori personaggi napoletani,
come Giuseppe Pasquale Cirillo e Antonio Genovesi (1).
(1) Riferisco di quest'ultimo: « Il celebre letterato abate Antonio Ge-
novesi, vedendosi continuamente contradetto in una conversazione scien-
tifica dall' eunuco Cantarelli, non potendo più resistere alla di costui ar-
roganza, gli disse: — Mi dispiace che non posso nemmeno dirti e —
II che fece tacere l'eunuco ». Sull' insolenza del Caffarelli si vedano
Aneddoti e profili settecenteschi 2, pp. 45-50.
XVII.
UNA VISIONE DELL* ULTIMA NAPOLI
BORBONICA
Gli Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e di-
pinti, opera diretta da Francesco de Bourcard (1), sona
un magnifico libro, che mi meraviglio di non veder lo-
dato e celabrato e ricercato come si dovrebbe, e che forse
adesso comincerà a svegliare intorno a se questi meritati
sentimenti, adesso che, come tanti altri libri, — dopo la ra-
refazione bibliopolica prodotta dalla guerra, — è diventato
prezioso e quasi introvabile.
Contiene cento disegni acquerellati, di cui ben qua-
rantasette sono di Filippo Palizzi, ventisei del Duclère e
gli altri dell' Altamura, del Mattei, del Martorana, del
Ghezzi e di Nicola Palizzi, incisi per la maggior parte
da Francesco Pisanti ; e cento scritti illustrativi, composti
dal noto romanziere popolare Francesco Mastriani (2)r
(1) due volumi, in 8° gr., il primo con la data sul frontespizio: Na-
poli, Nobile, 1853, e sulla copertina, 1857 , e il secondo, sul fronte-
spizio, 1858, e sulla copertina, 1866.
(2) Si veda intorno a lui CROCE, La letteratura della nuova Italia 2
(Bari, Laterza, 1922), IV, 313-16, e la monografietta di GINA AL-
GRANATI, Un romanziere popolare a Napoli (Napoli, 1914).
188 XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA
dal filologo e giornalista Emmanuele Rocco (1), da Carlo
Tito Dalbono, storico fantasioso, padre del pittore (2),
da Giuseppe Regaldi, che s' intrattenne a Napoli, e viaggiò
le provincie meridionali, ed ebbe ammiratori e amici tra noi;
da E. Cossovich, poeta dialettale e popolare, e autore, tra
l'altro, della canzone Santa Lucia (3) ; da Luigi Coppola,
autore di strenne e di un volumetto di versi // liuto, e
che poi fu giornalista del Fanfulla, col pseudonimo il
Pompiere, e die vita per qualche tempo alla parola porri-
pierata (freddura) ; da Achille de Lauzières, anche gior-
nalista e poeta romantico, di cui si ha una raccolta di
versi Sirio, pubblicata nel 1 845 ; dal siciliano G. E. Bi-
dera, attore drammatico e poi scrittore; da Federico Quer-
cia, che ho conosciuto vecchio, provveditore agli studi
nel regno d' Italia ; da Giuseppe Orgitano, e dal direttore
stesso della raccolta, il De Bourcard.
La parte letteraria ha quel sentimentale e quell'umori-
stico o festevole commisti, con aggiunte considerazioni
morali e sociali, che era di moda nella letteratura roman-
(1) Le sue opere filologiche sono conosciute, ma non altrettanto una
piacevole raccolta di brevi suoi Scritti vari (Napoli, 1 859).
(2) Si veda DE SANCT1S, La letteratura italiana del secolo XIX,
nelle note del CROCE, p. 230-31.
(3) Sul mare luccica
l'astro d'argento ;
placida è l'onda,
prospero è il vento.
Venite all'agile
barchetta mia ;
Santa Lucia I
Santa Lucia I
Era nato nel 1822, e non so in qual anno morisse.
XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA 189
tica, specialmente napoletana. Nondimeno, è ricca d* infor-
mazioni, ne vi manca certa vivacità descrittiva. Si legga come
saggio l'articolo su La caperà (la pettinatrice), dovuto alla
penna del Mastriani. Dopo aver dato la genesi storica del
personaggio, di origine piuttosto recente (perchè succeduto
al parrucchiere del tempo delle parrucche), il Mastriani
descrive il tipo medio di quella professionista, che il Pa-
lizzi disegna nella pagina a rincontro. " La caperà è una
1 giovinetta popolana, per lo più gentile e aggraziata...
n Si chiama ordinariamente Luisella, Giovannina, Carmela;
n ella veste sempre con molta nettezza ed anche con al-
1 quanta ricercatezza per il suo stato : ma in particolar
n modo il suo capo debbe essere una specie di mostra,
n di campione, di modello, non pur per le donne popo-
n lari, bensì per quelle di civile condizioni... Egli è ben
n facile riconoscere la caperà tra un crocchio di giovani
" donne. Eccola, è la più alta, la più svelta, la più ele-
1 gante ; il suo capo è il meglio acconciato, la sua veste
1 la meglio formata, i suoi piedi i meglio calzati, peroc-
1 che ella non porta in tutte le stagioni che gentili sti-
n valetti al pari di bennata damina. Colle mani ai fianchi,
1 col piede sinistro sporto innanzi, colla testolina lieve-
" mente inclinata di lato, ella sembra una baiadera in
" atto di danzare una cachuca. Ella parla sempre, sa i
1 fatti di tutti, ed in ispezialità in materia amorosa: è l'ora-
1 colo delle sue vicine n.
Ma le illustrazioni grafiche formano la maggiore attrat-
tiva del libro, segnatamente quelle del Paiizzi. Quale
grazia nelle figure femminili, la Lavandaia, la Impaglia-
trice di sedie, la Nocellara, la Fioraia ! Quale brio nel
Banditore di vino, nel Pulizza- stivali, nell'Oliandolo, nello
190 XVH. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA
Scrivano pubblico, nel Ciabattino ! Quale senso dramma-
tico nelle scene della Messa votiva e degli Zingari!
Sarebbe da ricercare la storia di queste illustrazioni
grafiche del costume popolare, che cominciarono più pro-
priamente nel Seicento, insieme con la letteratura dialettale
riflessa e burlesca, e che si tinsero d* idilliaco nel Sette-
cento, e di vaghezza e di pittoresco romantico nella prima
metà neir Ottocento. Bel tema, che addito e passo oltre.
Anche per Napoli abbiamo nel Settecento una serie di
n costumi incisi ", di cui conosco solo fogli sparsi, ciascuno
dei quali ha sotto la figura un distico o un motto in ver-
nacolo : dell* Ottocento, una simile pregevole serie, ma in
litografia, fu pubblicata da Gatti e Dura. Tuttavia, se
non m' inganno, il precedente immediato dell'opera del De
Bourcard — precedente che essa non imita ma segue con
piena libertà — è un libro che nel 1840 e anni seguenti
venne in luce a Parigi: Les francais peints par eux~mèmes,
composto appunto di articoli di vari autori e d'illustra-
zioni di vari artisti, tra i primi dei quali erano il Balzac,
il Nodier, il Janin, il Karr e tra i secondi il Grandville,
il Meissonier, lo Charlet (1). E forse un primo tentativo
d' imitazione di questo libro è il grazioso volumetto, a-
(1) Ecco per intero il titolo dell'edizione da me posseduta: Lesfran-
caia peints par eux-mèmes, types et portraits humoristìques à la piume et
au croton. Mceurs contemporaines. Seguono i nomi degli scrittori (che
pel primo voi. sono Balzac, Cozl&n, Achard, Janin, Wey, Soulié, Karr,
de la Bédollière, de Cormenin, Nodier, Parfait, Ancelot, Blaze, Brif-
fault, Borei, etc.) e degli illustratori (nel primo voi., Meissonier, Dau-
bigny, J. J. Grandville, Cavami, H. Daumier, Charlet, Tony Jo-
hannot, Francais, Saint-Cermain, Pauquet, Dauzats, H. Catenacci, Ber-
tall, E. Bayard. Ad. Marie, etc). Paris, Philippart ed., s. a., 4 voli,
in 8° grande. La prima edizione è di Paris, Curmer ed., 1 840 e segg.
XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA 191
domo d' incisioni in rame : Napoli in miniatura, ovvero
il popolo di Napoli e / suoi costumi, opera di patri autori
pubblicata per cura di Mariano Lombardi (1). I " patri
autori B erano: Nicola Castagna, Raffaele Colucci, Ferdi-
nando Petruccelli (della Gattina), G. Torelli, G. Vale-
riana G. Somma, e altri.
Circa quel tempo, Francesco de Bourcard ideò la grande
opera, alla quale attese per molti anni. E chi era Fran-
cesco de Bourcard ? Un oriundo svizzero, nipote del ma-
resciallo Emanuele de Bourcard, capitano generale del re-
gno di Napoli. 11 nonno era nato a Basilea nel 1 744, era
entrato ai servigi di Francia, e aveva partecipato coi reg-
gimenti svizzeri alla guerra dei Sette anni. Nel 1 787 venne
a Napoli come ufficiale istruttore e vi rimase stabilmente.
Nella spedizione del 1798, il generale De Bourcard oc-
cupò Roma, che i francesi avevano evacuata lasciando
presidio in Castel S. Angelo ; e si rese famoso per la
intimazione mandata a quel presidio, in cui minacciava
che ogni colpo di cannone sparato sulla città avrebbe
costato* la vita a uno dei francesi ricoverati nell'ospedale.
Rioccupò con l'esercito napoletano la città eterna nel set-
tembre del 1 799, e vi restò un anno e vi accolse il nuovo
papa Pio VII (2).
Il nipote, come accade nelle famiglie forestiere che si
stabiliscono presso di noi, presto trasformate dall'ambiente,
era del tutto napoletano di sentimenti e di abitudini, e ama-
tore altresì della storia patria, collezionista di libri e mano-
(1) Napoli, tipografia Cannavacciuoli, 1847.
(2) M. D'AYALA, Vite dei più celebri capitani e soldati napoletani,
Napoli, 1834, pp. 27-37.
192 XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA
scritti e documenti. Morì nel 1886 (1). Chi lo conobbe
dice che una sua idea fìssa era di difendere il nonno dalla
taccia che gli storici gli avevano data per quella poco
cavalleresca e poco umana intimazione ai francesi di Ca-
stel S. Angelo. Vero è che il 1 860 doveva udire V inti-
mazione del Cialdini al generale Fergola, difensore della
cittadella di Messina, concepita in tali termini da gareg-
giare con quella del vecchio troupier De Bourcard.
Il libro degli Usi e costumi si cominciò a pubblicare
nel 1847 e richiese per esser condotto a fine quasi
venti anni, durante i quali solo la perseverante fermezza
del suo compilatore potè vincere le difficoltà che venivano
dall' indisciplina dei compilatori, artisti e letterati. Il libro
attraversò così le rivoluzioni del 1 848-47 e del 1 859-60,
e giunse a compimento nel giugno del 1 866 (2). Si pos-
sono curiosamente osservare, in alcuni punti di esso, i se-
gni dei rivolgimenti accaduti. Nella prefazione del primo
volume si celebrano le opere di pubblica utilità compiute
n sotto il regno del provvido re Ferdinando II, che feli-
cemente ne regge " (p. 7). Ma nel volume secondo (p. 228)
il Dalbono accenna che i Borboni avversavano lf istruzione
popolare, perchè (dice) quei sovrani n videro sempre a
capo dell* istruzione la rivoltura e l'abbattimento dei troni " ;
e poco più oltre (p. 228) il De Bourcard medesimo, ci-
tando la filastrocca infantile : n Uno, due e tre, E lu Papa
none re, E lu Re non è papa, E la vespa non è apa, ecc.",
stima opportuno aggiungere questa nota (che direi più in-
fantile della filastrocca commentata), allusiva alla n que-
(1) Necrologia in Arch. stor. per leprov.nap., XI (1887), pp. 407-8.
(2) MARTORANA, Scrittori del dialetto napoletano, p. 173 n.
XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA 193
stione romana ", che allora, tra il 1860 e il 1870, era giunta
allo stato acuto. P Questa canzone, che è antichissima,
prova chiaramente, che fin dai tempi più remoti nel po-
polo napoletano vi era il sentimento che il potere tempo-
rale non era per il Papa n. Nientemeno!
Compiuta la laboriosa stampa, un liberale e letterato, l'An-
dreoli, ne dava l'annunzio in un articolo (1), del quale
trascrivo alcuni periodi : " In Italia, come dappertutto, il
passato se ne va ; ed in Italia meno che per tutto altrove,
e' è da rimpiangerlo. Ma se delle cose che oggi se ne
vanno nessuna merita propriamente di esser rimpianta, ve
ne ha di quelle che meriterebbero di esser ricordate
Poco più oltre che si fosse indugiato, delle tanto singo-
lari costumanze di Napoli non sarebbe rimasta maggior
traccia che di quelle di molti altri popoli passati già negli
oscuri domini della storia... Fortunatamente per Napoli,
l'amore, l'abilità e la costanza del De Bourcard l'hanno
ormai sottratta a tale pericolo n.
Oggi, a guardare le figure disegnate pel libro del De
Bourcard dal Palizzi e dagli altri artisti, par di vedere
una Napoli fantasticamente travestita, una Napoli che più
non esiste, ma della quale gli uomini della mia genera-
zione ricordano molti aspetti, nella loro fanciullezza ancora
superstiti : la Napoli degli ultimi anni dei Borboni. Nes-
sun'altra rappresentazione può pascere, al pari di questa,
gli occhi desiderosi e curiosi, e soddisfare 1* immagina-
zione.
Che se poi si desiderasse di pascere anche gli orecchi,
consiglierei (mi si consenta la digressione) di recarsi
(1) Ristampato in Cose di Napoli (Roma, 1876), pp. 55-61.
13
194 XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA
alla Biblioteca Nazionale, nella sala dei manoscritti, e
chiedere quello che porta la segnatura IX. AA. 38,
nel quale un Domenico Palmieri, detto Ciccione, " co-
nosciutissimo n, come si definisce, " da tutta la famiglia
reale (D. G.) n , raccolse i n termini e voci di tutto quello
che si vende in questa bella città " : raccolta che lesse
al re Ferdinando II e alla regina Maria Teresa e presentò
al ministro Del Carretto e al marchese de Maio e al duca
di San Cesario, e dedicò al cav. Biraghi, tenente colon-
nello della R. Gendarmeria.
Un vocìo assordante sale da quelle pagine : i gridi della
più varia intonazione, modulazione e acutezza vi s'incro-
ciano e si soverchiano l'un l'altro. Uh! quant' è bella! è
oro ! è oro ! — grida il venditore di uva bianca ; e quello che
vende uva nera: Addò steva, min gi à chiuoppeto! Muntagna
benedetta ! (1 ); e quello di uva e fichi : Accòstatet pover'om-
mo! So fernute li guaie tuoie! Uva e fiche a na pubbreca
*o ruotolo (2); e il venditore di tonno : Vi' eh* ha fatto u va-
pore! lo turino a 18 rana (3); e quello di baccalà: Mo
jeva pe mare e mo t* u magne (4) ; e uno di cocomeri :
Mmo ( arapo 'a casciulella d' *o zuccaro! (5); e uno di
cetrioli novelli: Cetrola pe le vecchie prene, cetrola (6);
e uno di ciambelle di fior di farina: Vi* che t* ha fatto
(1) « Dove stava, non è piovuto. Ah, montagna benedetta I ».
(2) « Avvicinati, poveruomo I Sono finite le tue miserie. Uva e
fichi a una pubblica il rotolo I ».
(3) Vedi gli effetti del vapore (della ferrovia)! Il tonno a 18 gra-
ni ». La ferrovia allora era recentissima,
(4) « Or ora andava pel mare, e ora te Io mangi »,
(5) » Ora t'apro la cassettina dello zucchero ».
(6) « Cetrioli per le vecchie incinte, cetrioli I ».
XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA 195
a Badessa *e Santa Chiara! Che belle tuortene! (1). In-
tanto, la venditrice di acqua sulfurea invita : Capurà, vub
vevere ? (2); il cocchiere, dal suo veicolo, fa premure e
quasi s' impone al passeggiero : Io vóto, signò ! li curri-
cuti! Io voto! (3); lo zoccolaro offre le sue lignee cia-
batte: U zuccolaro ! tengo 'e scarpine p* 'a vaiassa (4) ;
mentre un questuante chiede, invocando : San Gaetano !
Padre d1 'a Pruverenza ! (5), e un altro : Surè, ricor-
dammece ddu Priatorio. Oggi è la primmo lunedì du me-
se (6) ; e una monacella : Chirie Laeson ! Christe aure-
nos ! (7) ; e, talvolta, una voce lugubre : Aggiammene
parte pe ste sante messe! (8). Di su un banco, dove si
esibisce un Pulcinella, alla gente che si è affollata intorno
uno scienziato favella in lingua aulica: Signori, il diver-
timento non e il Pulcinella. Sono queste (mostrando le
dita). Qualunque avesse mal di dente, mola guasta, io non
uso ferri, le sole dita, fatevi avanti, non avete timori, qui
esiste il celebre Buccalino ! — Sono centinaia e centinaia di
simili voci, che sembrano compiere con l'opera del fono-
grafo il cinematografo offerto dal De Bourcard.
(1) « Vedi che cosa ha saputo fare la badessa di Santa Chiara!
Che belle ciambelle I ».
(2) « Caporale, vuoi bere ? ».
(3) « Io volto (il cavallo), signore, ecco il carrozzino, io volto! ».
(4) « Lo zoccolaio ! Ho gli scarpini per la serva ! ».
(5) «S. Gaetano! Padre della Provvidenza!».
(6) « Sorelle, ricordatevi del Purgatorio. Oggi è il primo lunedì
del mese ».
(7) « Kirie eleison, exaudi nos ! ».
(8) « Date la vostra parte per le sante messe » (pei condannati a
morte, che si giustiziavano in quel giorno).
196 XVII. - UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA
Tornando al quale, dirò che, giorni addietro, riaprendo
il suo libro, mi dette nell'occhio l'antica canzone del Guar-
racino, che vi è riferita per intero; e mi fermai a rileg-
gerla, e, rileggendola, dicevo tra me e me che è vera-
mente una singolare fantasia, capricciosa e graziosa, di un
brio indiavolato.
Lu guarracino ( 1 ), che ieva pe mare,
le venne voglia de se nzorare (2) ;
se facette no bello vestito
de scarde de spine pulito pulito,
cu na perucca tutta 'ngrifata (3),
de ziarelle (4) imbrasciolata (5);
co lo sciabò, scolla e puzine ,
de pónte angrese (6) fine fine.
Il poeta continua ad abbigliare e a ornare il suo pro-
tagonista con le più diverse materie e oggetti che il mare
offre ; e, così abbigliato e adornato, lo mette in azione :
Tutto pòseme e steratiello (7),
ieva facenno lo sbafantiello (8),
e gerava da ccà e da Uà
la nnamurata pe se trova.
Finche, a un balcone, il guarracino scorge la sardella,
che proprio in quel tempo ha congedato il suo innamorato,
(1) RYanthias sacer : pesce che (per quel che trovo nei dizionari)
si chiama in italiano frate.
(2) Prender moglie.
(3) Arricciata.
(4) Nastri.
(5) Ravvolta.
(6) Polsini, con punte inglesi.
(7) Inamidato e stirato.
(8) Spacconcello.
XVII. - UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA 197
dal quale non riceveva mai doni. Il nuovo galante è su-
bito preso dalla bella pesciolina, e si rivolge a una vecchia
mezzana, a un' aiosa o cheppia, che pronta va a portare
l' imbasciata. Notate il pudore della giovinetta sardella : si
fa rossa alla richiesta, e tanto si turba e si smarrisce per
vergogna, Tinnocentina, che si ficca sotto uno scoglio:
La sardella, neh* a sentette,
rossa rossa se facette ;
pe lo scuorno che se pigliale,
sotto a nu scuoglie se mpizzaie.
Ma la vecchia de vava Aiosa
subeto disse : — Ah schefenzosa ! (1)
De sta manera non truove partite,
ncanna (2) te resta lo marito I
Alle quali parole la pudica e ritrosa sardella si ricom-
pone e porge ascolto; senonchè la patella, che ha spiato
e udito, indignata di tanta leggerezza, avvisa dell* acca-
duto 1* antico innamorato. Questi si arma di tutto punto,
accorre, sfida il guarracino; tutti i pesci, parenti e amici,
parteggiano per l'uno o l'altro dei rivali, si dividono in due
immense schiere, e, nel fondo del mare, s' accende una
grande battaglia. La rassegna che il poeta fa dei pesci, di
tutte le forme e grandezze, che partecipano alla battaglia,
e dei colpi che si scambiano di tutte le armi, dalle pie-
tre ai cannoni, è vertiginosa, è un crescendo di moto :
Capitune, saure e anguille,
pisce gruosse e peccerille,
d'ogni ceto e nazione,
tantille, tante, cchiù tante e tantone I
(1) Schinltosa.
(2) In gola.
198 XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA
Quante bòtte, mamma mia I
che se dévano, arrasso sia I
A centenare le varrate! (1)
a meliune le petrate I
Muorze e pizzeche a beliune 1
a deluvie le secozzune I
Nun ve dico che bivo fuoco
se faceva per ogni luoco I
Ttè, ttè, ttè, ccà pistulate!
Ttà, ttà, ttà, Uà scoppettatel
Ttù, ttù, ttù, cca li pistune I
Bù, bù, bù, Uà li cannune !
Ma, giunto al più alto del climax, che cosa succede ?
Niente. Come finisce ? Non si sa. Il poeta, che ha comin-
ciato a inventare una storia, e a svolgerla e a lumeggiarla,
così, per capriccio, senza sapere dove andasse a parare,
a questo punto s' interrompe : il suo giuoco è terminato:
Ma de canta so già stracquato (2),
e me manca mo lo sciato (3) ;
sicché dateme licenzia,
graziosa e bella audienzia,
nzi che sorchia (4) na meza de seie (5)
co salute de luie e de leie ;
ca se secca lo cannarone (6)
sbacantannose lo premmone (7).
Chi compose questi versi? e in qual tempo ? e 1* in-
(1) Mazzate
(2) Stracco.
(3) Fiato.
(4) Sorbisca, beva.
(5) Misura di vino.
(6) Gola.
(7) Vuotandosi il polmone.
XVII. -UNA VISIONE DELLA NAPOLI BORBONICA 199
venzione ne è nuova o ha precedenti? A me non pare
che la canzone possa risalire più in su della seconda metà
del settecento; ma colgo ancora una volta l'occasione per
esortare i giovani studiosi a compiere indagini sulle anti-
che canzoni e storie popolari napoletane.
XVIII.
VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE
Ho dato altrove notizia (1) della vita e dei versi det
pastore abruzzese, Cesidio Gentile, nato in Pescasseroli
nel 1847 e morto per una caduta da cavallo, nel 1914,
nel condurre, come aveva fatto tutta la sua vita, le greggi
in Puglia (2). Ma mi . piace dai suoi manoscritti togliere
(1) Si veda la mia monografietta storica su Pescasseroli (Bari, La-
terza, 1922), PP. 58-68.
(2) Innanzi a uno dei suoi quaderni trovo il seguente cenno auto-
biografico : « Nacqui a Pescasseroli addì 28 giugno 1847. Crebbi colmo
di miseria e nella ignoranza, a motivo che a quei tempi scole elemen-
tari non esistevano, e alla scola privata mio padre non ebbe il potere
a mandarmi. Era un misero pastore; si guadambiava uno anno docati
trenta di moneta napolitana, pari a lire centoventisette e cinquanta, e
con quello misero stipendo doveva alimentare tre figli e sua moglie.
Dunque, si viveva a forza di economia. Di otto anni mi portai al bosco
Pianella a pasturare le pecore, unito a lui. Nella capanna dei pastori
mi imparai a conoscere le lettere dell'alfabeto, e per istinto di natura
ebbi un bel gusto di ascoltar le storielle popolari scritte in ottave : i
racconti cavallereschi della «Tavola rotonda mi davano molto a pensare.
E, così, nella mia idea, a pena cominciai a scrivere, scriveva versi ispi-
rati dalla mia fantasia. Al 1660 scrissi varie canzoni in onore di Giu-
seppe Garibaldi e all' Italia redenta. Nel corso della mia gioventù scrissi
il Canzoniere del bosco; satirizzai tutte le donne della mia patria; scrissi
il dialogo satirico molto buffo scritto sullo stile del Giusti, quartine.
Pendente al 1679, scrissi un poema della Storia dei Marsi, 1531 ot-
XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE _ 201
ancora due brani, che si leggeranno non senza curiosità,
perchè assai caratteristici.
Il primo appartiene a una lunga storia nella quale l'Om-
bra di un brigante — di un brigante del periodo napo-
leonico, Peppe Cocco di Scanno, — racconta la vita e la
morte di costui, e in particolare 1* impresa compiuta con la
banda del Ventresca, quando piombarono su Gioia dei
Marsi. Trascrivo per Fappunto la narrazione dell' eccidio
di Gioia, brigantesca anche nel ritmo.
tave; lo diedi al cavaliere Alesio, che me lo doveva correggere, e in
quella casa è rimasto sepolto. Al 1890 scrissi la Strenna del bosco,
poesie varie a vario stile ; al 1 897 scrissi la Corneide e Y Apparizione
di un novo santuario ; al 1 898 scrissi la Siringa pastorale ossia il Como
di Zapponeta, dialogo di tre pastori, e il lamento del pastore pugliese,
Scrissi il Sogno sul monte Palombo, l'Apparizione del dio Egipano. Al
1902, il Sogno sul monte Rottella, opera buffa ; il Modo di vivere a
Pescasseroli ; Y Ombra del Cavaliere al suo nipote, che tratta lo stesso
argomento; sull'egire a Pescasseroli, la Forza del Leone, la Forza del
Tricorno, la Superbia del mulo il Toro della 'Dea Cimbola e il Mon-
tanello di Plistia ; la raccolta dei brindisi; un Sermone sul monte Arga-
tone con un pastore di Scanno; lo Uccellino e l'agnello, poesie morali,
V Istoria del tempo presente, Y Istoria dei dodici mesi, scritta a poesie varie,
ottave, quartine e sciolti, Ylstoria dell'Incoronata di Foggia, nuova edi-
zione ; l'ultima opera, il Dialogo delle due comari. AI 1908 scrissi
Y Ultimo crollo delle mie sventure, la Tempesta, Y Avversa sorte e il Sogn9
a. Ferroglio.
« Al 1903 rinnovai il gran poema della Istoria dei Marsi, intitolato
Leggende morsicane, scrissi le Poesie boscarecce, le diedi a correggere, e
tutto ho perduto.
» Ora, vecchio sessagenario, rammento tutto il mio passato; ricordo
quei bei versi che cantò (cantai). In vita mia ho scritto oltre a cen-
tomila versi, ma tutti mi furono dispersi. Ora, con l'aiuto della musa
Urania, spero di scrivere le Boscarecce ».
202
XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE
A Gioia il mattino,
feroci ed armati,
stavamo schierati
da sopra alla torre.
Svegliandosi a Gioia,
vedendo i briganti,
chiamorno i lor santi,
Vincenzo e Nicola.
Sonarno a distesa
le loro campane,
con l'arme alla mano
uscirno ver noi.
Vedendo i Gioiesi
sì forti ed arditi,
a dieci banditi
io dissi : - — Sparate !
Sparate per aria,
sol fate rumore ;
vediamo se han cuore
più 'nanti venir. —
Sentendo quei colpi,
le spalle voltorno,
e tutti tornorno
da dentro alle mura.
De Iorio gridava ;
— Coraggio I Son ladri.
L'onore dei padri,
Gioiesi, dov' è ?
Noi siamo nipoti
del fiero Odocaro (1),
che su Montagnaro
faceva tremar. —
Il dire dell' Iorio
non fu ascoltato ;
han l'arme lassato,
tornorno a lor case.
Vedendosi i ricchi
dai pover lassati,
pur essi scornati
tornorno ai palazzi :
dicendo fra essi :
— Chi picchia alle porte,
daremo la morte
con l'arme da foco. —
Con questo pensiero
De Iorio si chiuse ;
il popol confuso
il campo lassò.
Frammezzo al tumulto
del popol gioiese,
un grido s* intese :
— Evviva Ventresca !
Sentendo quel grido,
alzò (2) la bandiera;
non rossa né nera,
ma bianca la alzò (3) ;
<
(1) Un barone medievale.
(2) Cioè « alzai »: la terza persona del verbo in luogo della prima
è frequente nei parlari meridionali.
(3) Alzai.
XVIU.- VERSI UN PASTORE ABRUZZESE
203*
gridando : — O Gioiesi,
se a voi non dispiace,
vogliamo far pace,
da veri fratelli.
Non siamo francesi,
noi siamo italiani,
e siamo cristiani,
migliori di vo\
Per strano capriccio
del gran Naplione (1)
ne ha scritti ladroni,
ma vero non è.
A quello mio dire
il popol gioiese
a grida distese :
— Evviva ! — gridò.
— Evviva Ventresca,
con Peppo e Panetta,
e sia benedetta
la loro umiltà I —
I soli signori
restorno rinchiusi,
ma molto confusi
dal tanto gridar.
Ed io con bandiera
andai per le porte,
gridando più forte ;
— Aprite, o signor !
Noi siamo di cuore
umile e benegno ;
può dirlo Bisegno (2)
il nostro operar. —
E tanto ne dissi
al sior Mascitello,
che al mio tranello,
sorpreso, mi aprì.
Uscì all'aperto,
ci diede la mano ;
io, Giuda cristiano,
col bacio il tradi*.
Per tutti i palazzi
portai quel signore ;
parlai con vigore
e tutti ci aprir.
Fu fatta la pace
in casa Lattanzo ;
fu fatto un gran pranzo»
noi tutti mangiammo.
Al dar delle frutta
prendemmo il pugnale ;
di tutto quel male
l'autor io ne fu* !
Ventuno signori
restorno ammazzati,
da noi pugnalati
con barbaro cuor.
(1) Allude alla grande persecuzione di briganti che si fece sotto
governo dei re francesi.
(2) Bisegna, altro comune della Marsica.
204 XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE
Poi, dopo il misfatto, Facemmo al saccheggio
(rugammo le case, un grande tesoro;
tagliando li nasi d'argento con Toro
e le orecchie alle donne. carcammo due mule.
Da sette donzelle E Gioia rimase
e nove matrone dolente ed afflitto ;
avirno corone pel nostro delitto
in ciel del martirio. il bando buttò.
Il popol di Gioia E l'Angel d'Egitto
rimase avvilito, lo prese con fretta ;
mostrandoci a dito e a far la vendetta
al Dio punitor. non molto tardò I
L'altro brano è di un poemetto, del quale anche ho dato
cenno, una sorta di egloga, in cui tre pastori abruzzesi,
uno di Scanno, l'altro di Lecce dei Marsi e il terzo di
Pescasseroli, stando colle greggi in Puglia, discorrono tra
loro delle faccende dei loro rispettivi paesi e delle fac-
cende domestiche, e infine si leggono le lettere ricevute
dalle loro mogli e le risposte da ciascuno di essi inviate.
Trascrivo a saggio la lettera e la risposta del pastore di
Scanno :
Così dicendo, prese il portafoglio
dalla saccoccia dello pelliccione ;
cacciò da una galoppa (1) scritto un foglio,
a caratter ritondo e bel sermone ;
dicendo : — Questo scritto di mia moglie
osservatelo ben con attenzione :
scritto da donna, in dialetto scannese,
franche parole all'uso del paese.
(1) Enoeloppe, busta.
XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE 205
« Al venti aprile mille e ottocento
novantasette. — Amato mio consorte,
rispondo alla tua lettra prestamente,
che quella mi recai (1) molto conforto.
Ti dico che mi trovo al godimento
unito al figlio, e vostro padre è morto;
son quattro giorni, che Dio l'abbia in gloria :
sta in Paradiso e più non fo memoria.
« Ma quella strega di vostra sorella
mi venne dentro casa a cimentare (2) ;
per forza mi riprese la cotrella (3),
disse che il padre a sé l'ebbe a donare.
Io presi con due mani la palella,
ci diedi in capo, il sangue ci ebbi a fare ;
e lei se ne fuggì con gran paura,
col capo rotto, verso la Pretura.
« E quel pretore, che è nostro compare,
ci disse : — Sì, ti prendo la querela ; —
poi pel servente mi fece avvisare,
mi fé' sapere che ci andassi iela (4) ;
e iela in casa 1' andiedi a trovare,
e m'ebbe a dir : — Non essere crudele —
A dire m' ebbe 1* empio Pretore :
— Se carcere non voi, donami il core. —
« Io biastemo la sorte scellerata
e la natura che mi fé' sì bella.
Pensa che, quando passo per la strada,
tutti mi vonno toccar la gonnella.
Ieri con don Gaetan m'ebbi incontrato»
(1) Recò.
(2) A vessare.
(3) Coltre.
(4) In dialetto scannese : « subito ».
206 XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE
dicendomi : — Carissima Annarella,
scrivi al marito tuo, mandagli a dire,
che nel ritorno a me deve servire.
« Gli fo guardare una morra ventresca
e lo mando allo iacci (1) di Sparviero;
e là si mangia la ricotta fresca :
a Scanno poi venir può qualche sera.
Combineremo un ballo alla sillesca (2),
spero che non ci venga l'ombra nera (3). —
Più d'una cosa egli m'avrebbe detto,
ma e interruppe Ettore Paletta.
« Ti fo sapere che ho finito il grano,
mandami a dire come devo fare.
Se io vado a cercarlo a don Gaetano,
certo che me lo dà senza denaro ;
ma quello stringer mi vorria la mano,
e qualche bacio pur mi vorria dare ;
ed io, per non essere baciata,
sto più contenta di starmi affamata.
« Ma quando penso a quel nostro bambino,
che chiede il pane, mi si schianta il core ;
dunque, mandate a me qualche quattrino,
o avvisate qualche creditore.
Ho da pagar sei litri di vino,
quattro chili di carne : oh che dolore I
La gallina si è morta, non ho un ovo ;
a colmo di miseria mi ritrovo ».
(1) Iacci o giacci, luogo in cui giacciono i pastori, stazzo.
(2) Un signor Siila di Scanno, che teneva orge in casa sua.
(3) Il demonio che, secondo la tradizione, comparve in uno di
-quei balli.
XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE 207
Letta ai compagni questa lettera, il pastore di Scanno
soggiunge :
Della risposta mia poco v' importa,
ed io per ora dir non ve la voglio :
sol vi dirò che questa mia consorte
non meritava d'essere mia moglie.
Avrebbe meritato miglior sorte,
non un pastor che al iacci di Ferroglio
sta quattro mesi e nella Puglia otto,
e ha dormito con lei sol trenta notti !
Ma poi, udite le lettere dirette ai compagni, legge anche
la sua risposta :
« Al trenta aprile l'amato consorte
a te risponde con molto dolore.
Tu mi dicesti che mio padre è morto,
ed io l' ho pianto, il mio buon genitore ;
ma dentro il petto il cuor mi batte forte,
quando ripenso al mio compar pretore ;
ma dell' affare della mia sorella
la devi compatir, cara Annarella.
« Quando morì tuo padre, a tuo fratello
tutte le cose ci andasti a spartire ;
voi siete fatte tutte d'un modello,
per questo la dovevi compatire.
A me soltanto dispiace quello,
che il compare s* ha preso tanto ardire ;
ma io mando a Bisegno San Giovanni,
ce la farò pagar, se torno a Scanno.
« Ma tu potevi otturarli la bocca
col dirli : — Io non sono una ciaciacca
son donna onesta, non son donna sciocca
se tauro tu sei, non sono io vacca ;
208 XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE
tu non ci beverai alla mia brocca,
che per piegarmi non son tanto fiacca :
ma di quel che m' hai detto, o mio compare,
il mio marito te Io fa pagare. —
« E potevi risponde' a don Gaetano :
— Il mio marito tiene un bravo posto ;
non tiene voglia a mangiare il tuo pane,
perchè li sembra che 1' è troppo tosto.
Tu sei un uomo di tipo africano,
tu devi star da me sempre discosto ;
potete fare il ballo alla sillesca,
con quelle donne che ci fai la tresca. —
A quell'eroe troian (1) potevi dire:
— Ti credi tu che sei stato a Barletta ?
Per quel nome ti prendi tanto ardire :
Zoraida non son io, che sono Annetta.
Sol d'una cosa ti voglio avvertire,
che il cognome mio non è Paletta,
ma il cognome tuo in tutta Italia
si sa che è decorato in Cornovaglia. —
« Quando ci penso che non hai più grano,
mi metto a piange' da sera a mattina ;
t'ebbi a lassare due sacchi di grano,
un di granone e quattro di farina ;
senza parlare poi delle patane,
erano sacchi più d'una decina ;
e le reveglie erano ben due coppe :
cara consorte mia, V è un po' troppo !
Quando ci penso, mi strappo le mani;
non far portarmi a spasso alle vicine ;
temo che qualche tomolo di grano
te 1' hai cangiato con *n baril di vino ;
(1) Ettore, confuso più oltre con Ettore Fieramosca. Allude all'Et-
tore Paletta, di cui nella lettera,
XVIII. - VERSI DI UN PASTORE ABRUZZESE 209
a finirlo sì presto è molto strano,
ti sei accordata con le tue cugine;
avete fatto spesso un bel convito
senza pensare al vostro buon marito.
« Ed io pensando a te sera e mattina,
massimamente quando il ciel s* imbruna,
faccio una prece all' Eccelsa Regina
che non ti faccia mancar cosa alcuna.
Meno la vita mia così tapina,
mi lagno spesso della mia fortuna,
che devo star da te tanto lontano,
tu negli Abbruzzi ed io nel culto piano.
« Fatemi almeno il cuore aver contento,
fa* che nessun con te si dorma accanto,
ed io, pascolando il bianco armento,
sempre all'amore tuo vado pensando.
Cara consorte, mettici il talento,
cerca d'avere d'onestate il vanto ;
rinnova la fedel moglie d* Ulisse,
come il poeta a noi ce la descrisse ».
C è, in queste lettere e nelle altre che tralascio, la
vita quotidiana, la psicologia, e anche la filosofìa pratica
e morale, dei pastori abruzzesi ; ne vi manca affettuosità
e, direi, poesia di sentimenti. Con quel ricordo di Ulisse
e della sua Penelope il poeta pastore ha voluto far pompa
delle sue letture ; ma anche il frequente richiamo a esempì
storici, poetici e leggendari appartiene alla psicologia dei
popolani istruiti.
14
XIX.
■ COURTE ET BONNE ■
In un fascio di parecchi romanzi francesi, che ho com-
perati teste da un rivenditore, e* è il libro di Marie Co-
lombier dal titolo Courte et bonne : libro senza data, ma
che dovette essere stampato nel 1888, o lì intorno (1).
Marie Colombier, come alcuni forse ricordano, era un'at-
trice francese, amica dapprima di Sarah Bernhardt, con
la quale fece un giro in America, che descrisse nel Vo-
yage de Sarah Bernhardt en Amérique (1881), di poi
acerrima nemica a segno che le lanciò contro un libello,
Mémoires de Sarah IBarnum (1884), e ne ebbe un pro-
cesso e una condanna per oltraggio ai buoni costumi. Fu
autrice di parecchi altri volumi, che non so se siano ro-
manzi d'invenzione o (al pari di questo Courte et borine),
sotto specie di romanzo, racconti di casi reali, appena va-
riati nei nomi dei personaggi e in qualche circostanza.
L* eroe del libro di cui discorro — colui che soleva ri-
petere che la vita dev' essere " courte et bonne " — è de-
signato come ! Alberto Caraccio ", e si chiamava al mondo
Alberto Caracciolo di Melissano.
Altre tracce letterarie delle avventure di questo gen-
(1) Paris, C. Marpon et E. Flammarion, ed.
XIX. - « COURTE ET BONNE » 21 !
tiluomo napoletano si troveranno certamente in altri scritti
francesi, specialmente in giornali del tempo. In italiano,
una sorta di supplemento al racconto della Colombier è
nel libro di Lorenzo Salazar, Montecarlo elegante ( I ), che
reca parecchi curiosi episodi della vita del Melissano.
Perchè mai l'interessamento, di cui questi scritti fanno
prova, per un uomo che fu, come si dice, un viveur, un
semplice goditore e giocatore, prima straordinariamente
fortunato, poi a un tratto perseguitato dalla disdetta, e
che, seguendo fino in fondo la logica del suo modo di
vita, si fece saltare le cervella ?
Perchè ogni opera che sia vigorosamente eseguita, ogni
professione che sia esercitata in modo eccellente, compresa
quella del goditore e giocatore, richiede abilità o n virtù "
{ingegnosità, spirito, freddezza, risolutezza, persistenza, co-
raggio), e suscita l'ammirazione dei minori ' untorelli " ,
di coloro che aspirano allo stesso modo di vita, e cer-
cano e vagheggiano i modelli loro confacenti, e i loro
eroi, così come i seguaci di più degni ideali li cercano
nei poeti e negli uomini di Plutarco. C*è un intero Plu-
tarco a rovescio, segnatamente nella letteratura francese o
parigina che si dica, composto di biografie ed autobio-
grafie di giocatori, di avventurieri, di cortigiane, un Plu-
tarco amorale, al quale, non potendo noi dare l'ammira-
zione, non dovremmo tuttavia negare qualche attenzione,
Y attenzione che dall' uomo si deve a tutto ciò che è
umano.
D* altra parte, il filosofo non può del tutto trascurare
(1) Milano, Galli, 1893.
212 XIX. - « COURTE ET BONNE »
(come si suole per falso pudore) questa sorta di perso-
naggi e la loro specifica psicologia, perchè, nel prendere
a considerare, com* è suo dovere, quel che in filosofia
si denomina il momento puramente economico o indivi-
dualistico o egotistico dell'operare umano, non pretenderà
di trovarne i rappresentanti tipici tra gli apostoli e i santi,
ma dovrà cercarli, per l'appunto, tra la gente senza scrupoli.
In questo caso particolare, inoltre, al curioso di storia na-
poletana piacerà conoscere le avventure di un personaggio,
come il Melissano, che era molto noto nella società ari-
stocratica napoletana tra il 1 870 e il 1 880, e di cui gli
accade di vedere macchiette e caricature negli albi che
allora si usava disegnare dei rappresentanti di quella società
e che ancora si serbano in parecchie case. Una società,
che ora è quasi finita, non solo perchè coloro che ne fe-
cero parte sono, ora, quasi tutti morti e i rari sopravvi-
venti paiono ombre di sé stessi, ma perchè è finita la classe
sociale dalla quale era formata. Dove è ora più a Napoli
un* aristocrazia, quale ancora sopravanzava cinquant' anni
or sono, ultima rappresentante della vecchia aristocrazia
dei tempi viceregnali e borbonici ? Perfino i giocatori, i
dissoluti, gli avventurieri, che sorgevano da essa, avevano
un' impronta di gentiluomini e di gran signori, che ora
non si ritrova più. La cosiddetta n buona società n ha,
ora, tutt' altra composizione e carattere; e chi ha tentato
di darne la teoria ha intitolato la sua trattazione : Filo-
sofia dello snob (1).
(1) Si veda" il libro di MARIO SCOT, Filosofia dello snob, profili e
prospetti della così detta Buona Società (Roma, Garzoni ed., 1913)..
Sotto quello pseudonimo si cela Bartolomeo dei principi Ruspoli.
XIX. - « COURTE ET BONNE » 213
Ed ecco perchè io ho collocato volentieri nella mia bi-
blioteca il volume della Colombier; e anzi vi ho aggiunto
alcuni foglietti manoscritti con estratti di vecchi giornali
napoletani e con altre notizie, che valgono a determinare
e illustrare i fatti che vi sono narrati.
E da quei foglietti traggo alcune noterelle a uso di
coloro cui verrà tra mano il " Courte et borine n, i quali
non sapranno forse che cosa pensare delle persone e dei
casi che vi si narrano.
Alberto Caracciolo di Melissano nacque in Napoli
nel 1846. Era figliuolo del nobile Tommaso Caracciolo
di Melissano, che l'aveva avuto da una danzatrice, Luisa
Buccino, la quale poi sposò per ordine di re Ferdinando II,
che, paternamente governando e ispirandosi alla religione,
soleva porre spesso questo dilemma ai suoi cortigiani e ai
suoi uffìziali (il Caracciolo era guardia del corpo): o tron-
care certe relazioni, o renderle regolari col matrimonio.
Il figliuolo portò per qualche tempo nello stato civile il
nome di Alberto Buccino ; ma fu sempre chiamato, nella
società elegante che egli frequentava, Alberto Melissano.
Il libro della Colombier, scritto certamente su notizie
udite dalla bocca dello stesso protagonista , si apre col
racconto di un tragico conflitto al quale il Melissano si
trovò esso solo presente, in Napoli, una sera, mentre ac-
compagnava a casa un amico: 1* incontro di quest' amico
con un rivale, il precipitarsi dell'uno sull'altro con gli stoc-
chi sguainati, e il cadere ambedue trafitti a morte: tutto
ciò in un batter d'occhio, senza che il Melissano avesse
il tempo, non che d'intervenire, di accorgersi di quel che
accadeva.
Consultando i giornali napoletani del gennaio 1 87 1 , si
214 XIX. - « COURTE ET BONNE »
ritrova con precisi particolari, e coi nomi dei personaggi,
il racconto che porge argomento a quel primo capitolo.
Trascrivo dal giornale il Pungolo, del 20 gennaio di
quell* anno :
Un avvenimento tragico de* più luttuosi ha contristato e stupito da
ier sera la nostra città, e forma da stamane il tema di tutti i discorsi.
Due persone note in paese, una appartenente all'aristocrazia, rima-
sero vittime di una lotta che non ha durato un minuto, senza che ab-
biano potuto profferire una parola, o che ad alcuno sia riuscito ad ac-
correre per antivenirne il funesto scioglimento.
Ecco come, da persona in grado di conoscerne i particolari, si narra
l'accaduto.
Il principe di Teora (1) — giacché sarebbe inutile di fare mistero
quando tutto il paese pronunzia nomi e date, — giovane conosciuto e
festeggiato nell'alta società napoletana a cui apparteneva per nascita e
posizione, si era lasciato sfuggire a più riprese che avrebbe dovuto in-
fliggere a qualcuno una lezione da non essere dimenticata.
Ieri a sera, egli aveva assistito ad un banchetto dato al Caffè d'Eu-
ropa dalla cosiddetta Società del buon umore, di cui faceva parte.
Uscito dal luogo del convegno verso le nove, dopo il pranzo, nel
quale, contro il suo solito, aveva serbato contegno triste e preoccu-
pato, si avviò in compagnia del signor Melissano al Circo equestre.
Entrato nel recinto ove si trovava pure in palco la Principessa sua
moglie (2), non vi si trattenne che pochi minuti con segni d* irrequie-
tudine, ed uscì, per rientrarvi ancora poco dopo.
Allo stesso Circo, ed in posizione da essere scorto dal principe di
Teora, assisteva anche il signor Stettler, antico ufficiale dell' esercito
borbonico e oriundo svizzero.
Rimasto il principe allo spettacolo alcuni altri minuti, propose al suo
compagno, il signor Melissano, una gita al Vesuvio ; e, dopo averne
(1) Giuseppe Mirelli, principe di Teora, era nato nel 1842, e aveva
dunque al tempo della sua tragica morte poco più di ventott'anni,
(2) Il Mirelli aveva sposato nel 1862 Carolina d'Avalos, dei duchi
di Celenza.
XIX. - « COURTE ET BONNE » 215
vinte le ripugnanze, mossero assieme per prendere i plaids alla casa
Teora in S. Maria in Portico.
Saliti in una carrozzella, infatti, vi si recarono, e attesero alla porta
che i plaids venissero loro portati dalle persone di servizio ; — quindi
ripigliarono la via al lato della Riviera di Chiaia per giungere al
centro.
Frattanto lo spettacolo al Circo, verso le undici, era terminato, e le
persone ritornavano anche da quella parte.
Percorso un piccolo tratto di via, e scorto, parrebbe, il signor Stett-
ler, il principe sembrò pentirsi della gita al Vesuvio, e, dichiarando
di rinunziarvi, scese dalla carrozzella e si avviò ancora con passo sol-
lecito alla propria casa per deporre i plaids.
In questa breve passeggiata oltrepassò il signor Stettler senza mostrare
di avvedersene : ma, ritornato, dopo deposti i plaids, lo scontrò sotto il
palazzo Siracusa (1); e vederlo, assalirlo e passarlo da parte a parte
con uno stocco o con un pugnale, fu l'affare di un istante.
Quasi si potrebbe dire che il suo compagno non ebbe tempo di com-
prendere di che si trattasse,
Il ferito però aveva esso stesso brandito un pugnale, e, sebbene quasi
cadavere, con un movimento che sarebbe impossibile di precisare, giunse
a trafiggere all'occhio il principe di Teora, facendogli penetrare il ferro
fino al cervello.
Caddero quindi entrambi — ed entrambi cadaveri — senza pronun-
ciare né un grido né una parola.
Colpito dall'orribile dramma, senza averlo potuto impedire, la senti-
nella del palazzo Siracusa diede l'allarme, e intimò al compagno del
principe di non allontanarsi. Quindi, sopravvenuta gente e l'autorità
di pubblica sicurezza, i cadaveri vennero trasportati ai Pellegrini.
La tragedia era finita colle due vite.
La visita dei periti constatò : — Teora, ferita di punta e taglio nel-
l'occhio, penetrante nel cervello; Stettler, ferita di punta e taglio nella parte
posteriore del torace, penetrante in cavità.
(1) Ora palazzo Sirignano. Vi abitava nel 1871 la contessa di Si-
racusa, vedova di don Leopoldo, conte di Siracusa, fratello di Ferdi-
nando II.
216 XIX. - « COURTE ET BONNE »
Dopo ciò, come i lettori comprenderanno, sarebbero vani e impru-
denti i commenti.
La sola cosa che possiamo dire si è, che il caso, com* è facile a
comprendere, ha profondamente e dolorosamente impressionato la nostra
popolazione (1).
Ad altro uomo l'aver avuto innanzi agli occhi uno spet-
tacolo così terribile sarebbe parso ammonimento del Cielo:
per assai meno, inveterati peccatori si ravvidero e conver-
tirono. Ma il Melissano continuò nella via per la quale si
era messo. Egli era quello che si dice persona " brillante n
e * simpatica n. Bruttissimo di aspetto, di una bruttezza
quasi comica, piaceva agli uomini, seduceva le donne col
suo spirito vivacissimo, con le sue trovate e risposte im-
provvise, che colpivano il segno, meravigliando e diver-
tendo. Non gli mancava una certa cultura, sebbene su-
perficiale, fatta un po' con letture, ma più assai con con-
versazioni e viaggi ed esperienze di ogni sorta. Ed era
pronto duellista, puntigliosissimo sull' onore formale; e
poiché poco possedeva di casa sua, e spesso si trovava
in grandi ristrettezze, soleva dire scherzando che egli rac-
comandava agli avversari, nei duelli, di mirare alla testa,
perchè la testa poteva poi farsela accomodare ai Pelle-
grini (all'ospedale), ma di salvargli le gambe coi relativi
calzoni, perchè quest' altro restauro non gli sarebbe stato
altrettanto agevole!
Lasciò poi Napoli per Parigi, e, dopo qualche tempo,
giunse alla sua città natale l'eco francese del suo nome,
(1) // Pungolo di Napoli, a. XI, n. 20, 20 gennaio 1878. Con poche
varianti lo stesso racconto si legge nella Nuova Patria, a. II, n. 20, e
nel Roma, a. X, n. 20.
XIX. - « COURTE ET BONNE » 217
come di uomo alla moda colà, conosciuto come JKlelis-
sanò, o le prince Caracciolo. Principe veramente e legal-
mente non divenne se nel 1885, per la morte dello zio
Giambattista, e fu allora non solo principe di Melissano,
ma principe di Scanno, marchese di Amorosi, marchese
di Taviano, duca di Barrea, conte di Trivento e conte
di Solete
In qual modo bizzarro partisse da Napoli racconta an-
che la Colombier. Si era recato un giorno alla stazione
con alcuni amici per salutare una danzatrice del San
Carlo, da lui ammirata; e, quando il treno si era già mosso,
si aggrappò allo sportello per offrirle un mazzolino di viole.
La danzatrice, vedendolo in atto di saltar giù, glielo im-
pedì per timore che si avesse a far male, e lo sollecitò a
entrare nello scompartimento e accompagnarla fino alla
stazione prossima, a Caserta. Entrò, e legò una così ama-
bile conversazione che colei gli propose di restare ancora
e accompagnarla fino a Genova. Ma nemmeno a Ge-
nova si distaccarono, e proseguirono insieme per Parigi e
poi per l'America; e, insomma, egli non tornò più a Napoli.
Ma io non intendo rinarrare le sue avventure, che, in
parte almeno, si possono leggere nei volumi della Colom-
bier e del Salazar. Aggiungerò solamente che a Parigi visse
a lungo nella compagnia del principe di Galles, e che l'al-
lontanamento dal principe, dopo che questi una sera die se-
gno in pubblico di essere seccato di quella troppa dimesti-
chezza, fu, a quanto si disse, tra le cause o le occasioni
del suo precipitare dopo rapidissima fortuna. Serbò sempre,
del resto, in una vita riprovevolissima, la formale irrepren-
sibilità, e anche a Parigi più volte sanò con duelli le più
lievi offese all' onore.
218 XIX. - « COURTE ET BONNE »
La Colombier, traendo la notizia dal Figaro, scrive che
il Melissano si uccise a trent* anni. Ne aveva quaranta,
perchè, nato, come si è detto, nel 1846, si ammazzò il
5 ottobre 1886.
Un giornale napoletano scrisse allora questa necrologia:
A Napoli, come a Parigi, lo ricordiamo viveur ostinato, di quella
vita che pare spesso leggerezza ma che cela le più fosche preoccupa-
zioni : quelle preoccupazioni in preda alle quali si premedita e si compie
l'ultimo eroismo e l'ultima vigliaccheria : il suicidio.
Alberto Caracciolo di Melissano un anno fa abitava ancora il suo
rez-de-chaussée ai Campi Elisi, in cui era profusa una sontuosità rovi-
nosa, fatta di mille suppellettili che erano l'ultima parola dell'arte, del
lusso, della più elegante superfluità. Ai balli dell'Opera, come nei sa-
lotti del Faubourg Saint-Honoré, al Longschamps del bosco di Boulogne,
come nelle sale da gioco del circolo, egli portava la galanteria della sua
figura stanca, lo spirito motteggiatore del suo cinismo e della sua esperienza.
Nato nel romanzo, la sua vita non fu fatta che per questo: romanzo
psicologico, d' intreccio, di avventure, in cui parlarono più gli uomini
che le cose. La più abbagliante felicità naccose spesso lotte cupe del-
l'animo, e i lieti sorrisi avvivarono le rughe precoci d* una vecchiaia
di cuore inaridito.
Ieri l'altro Melissano si fece saltare le cervella.
Giorni sono, mostrandosi preoccupato, alcuni amici scherzavano sulla
sua fisonomia, che rispecchiava la disperazione. Il principe disse : —
Quando non si ha più nulla, quando non si è più buoni a nulla, ri-
mane soltanto di farsi saltare le cervella.
Abitava ana camera al secondo piano del Circolo Imperiale di Parigi.
Ieri l'altro uscì di buon'ora e fece una visita. Appena rientrato in
casa, scrisse alcune lettere, specialmente agli avvocati che si occupa-
vano dei suoi affari.
Il domestico era andato alla posta : ritornò dopo le due e vide il
principe coricato vestito sul letto, la testa sul cuscino inzuppato di
sangue (1).
(1) Corriere di Napoli, a. XV, n. 270, 8 ottobre 1886.
XIX. - « COURTE ET BONNE » 219*
E un altro giornale lo commemorò a questo modo:
— Povero Alberto ! Così doveva finire I —
Queste due esclamazioni, che si ripetevano ieri secondo che gli amici
erano benevoli o malevoli, compendiano l'orazione funebre che si sa-
rebbe potuta pronunziare sulla sua tomba.
Melissano — perchè, sebbene vivano molti Caracciolo di Melissano(l),
era il solo Caracciolo di Melissano, egli era il solo Melissano, Melis-
sano per antonomasia, Melissano anche quando era solo Alberto Buc-
cino, e poi Alberto Caracciolo, e poi conte di Trivento — era un tipo_
Lo vita di lui è stata un misto curioso di vizi e di virtù, impasto
inesplicabile, come la simpatia che ispiravano ad uomini e donne le
sue fattezze, che erano la migliore giustificazione delle teorie darviniane.
Con Melissano muore un tipo, tipo da non proporsi certo a modello
ai giovani, ma che è prova vivente di quanto possa la forza della vo-
lontà accoppiata al coraggio, al coraggio di sfidar tutto, uomini, fato,
pregiudizi e leggi sociali. Egli aveva giurato di esser ricco ed era di-
ventato ricco.
Ma non era diventato milionario. II suo sogno dorato era il milione.
Per raggiungere il milione gli bisognava forse ancora qualche centinaio
di migliaia di lire.
£ questo centinaio di migliaia di lire, che mancava alia sua fortuna,
è stato la sua rovina. Per ottenerlo, Melissano cominciò a perdere la
sua calma preziosa, e, perdendo la calma, perdette anche la via della
ricchezza. Le sue condizioni finanziarie andarono peggiorando precipi-
tosamente ; e i debiti lo hanno spinto al suicidio.
Se egli avesse lasciati scritti i ricordi della sua vita, questi ricordi
avrebbero formato insieme uno dei più interessanti romanzi del mondo
moderno. — Povero Alberto I Così doveva finire I (2).
£ un telegramma da Parigi informava:
Alcuni dicono che il principe abbia lasciato debiti per settecentomila
lire; altri assicurano che i debiti ammontano a quasi un milione e mezzo....
(1) Non esatto; la famiglia si spense con lui. I titoli passarono, per
parte di donna, nei Cafaro, duchi di Riardo.
(2) // Piccolo, a. XIX, n. 280, 7-8 ottobre 1886.
220 XIX. - « COURTE ET BONNE »
Il principe aveva gli occhi chiusi : sembrava dormisse. Un filo di
sangue colava dal cranio fino sul tappeto vicino al letto. Il domestico
accorse ad avvisare il commissario di polizia per le constatazioni di
legge.
Fu dato avviso all'ambasciatore italiano ed agli amici.
Questi vollero procedere all'estrema toeletta del defunto. Lo vesti-
rono in marsina e pantaloni neri e panciotto bianco : gli posero un cro-
cefisso fra le mani e coprirono il letto di fiori.
I giornali si occupano di tale fatto e pubblicano dati sul casato del
suicida.
Era di carattere allegro e di molto spirito. Frequentava la migliore
società.
Ho fatto bene a segnare da lui questo ricordo sto-
rico ? L' ho già detto : Humani nihil alienum puto, e
questa singolare umanità, posseduta da una sorta di forza
demoniaca , esercita pure la sua attrattiva su chi , medi-
tando, procura di mantenersi del mondo esperto e dei
vizi umani e del valore.
XX.
LA LETTERATURA SHAKESPARIANA
IN ITALIA
Il libro del Collisoli- Morley (1) è un semplice e lu-
cido ragguaglio circa P introduzione della poesia shake-
speariana in Italia, a cominciare dalle indirette e vaghe
notizie divulgate nella prima metà del secolo decimottavo
fino al periodo romantico, e propriamente ai giudizi che
su quella poesia dettero il Mazzini e il De Sanctis, coi
quali due il racconto si chiude. " When Shakespeare cri-
ticism has reached this stage in Italy (dice Fautore), we
may safely leave it ".
L* autore ha ristretto a questo il compito suo , senza
apportare nuovi contributi ne alla conoscenza dell* opera
shakespeariana, ne alla storia spirituale italiana del pe-
riodo sopraindicato. Ma di siffatta restrizione non s'intende
fargli rimprovero, perchè egli ha delineato con diligenza
e buon giudizio quella storia esterna o culturale, che sola
si era proposta. Una ricca e ben ordinata bibliografia in
fondo al volume segna tutti i lavori precedenti, in ispecie
(1) Shakespeare in //a/y, Stratford-upon-Avon, Shakespeare Head
Press, 1916.
222 XX. - LETTERATURA SHAKESPARIANA
italiani, dei quali nel libro sono raccolti i risultati ( 1 ).
Come sia intrinsecamente e scientificamente da trattare
la cosiddetta storia dell' influsso di un autore (che è poi
storia del popolo e del tempo nei quali quell'influsso si
esercita), nessuno forse ha, per quel che riguarda lo Sha-
kespeare, meglio inteso ed eseguito del Gundolf, nel suo
libro Shakespeare und der deutsche Geist (2): storia dello
sviluppo dello spirito tedesco, dal Sei all'Ottocento, nella
quale lo Shakespeare ha ufficio di simbolo dello sviluppo
stesso. 11 Nulli (3), che sembra noni abbia conosciuto il
libro del Gundolf, si è anch'esso indirizzato per la buona via,
proponendosi non già di fare un elenco di reminiscenze e
d' imitazioni, ma di " analizzare il valore critico estetico
di queste imitazioni per determinare la loro importanza
(1) Sarebbe stata anche da notare, pel periodo romantico, la Storia
critica della poesia inglese di GIUSEPPE PECCHIO (Lugano, Ruggia,
1833-5, voli. 4), dove si tratta di proposito dello Shakespeare. Insuf-
ficiente è la bibliografìa delle traduzioni italiane, nella quale conviene
aggiungere quelle di G. Barbieri (Milano, 1831), di G. Bazzoni e Sor-
mani (ivi, '30-1), di V. Soncini, (ivi, '30), O. Garberini (ivi, *47), P.
Santi (ivi, *49), A. Maffei, e le più recenti di C. Pasqualigo, F. Ver-
dinois, A. Cippico, C. Chiarini, F. Capelli, A. Muccioli, A. de Stefani, ecc.
Si ha anche in ital. : Shakespeare per la gioventù, Racconti di C.
LAMB, tradotti dall' inglese (Firenze , Bemporad , s. a.). Si veda A.
OTTOLINI, Traduttori di Sh., in / libri del giorno di Milano, a. IV, n. 7,
luglio 1921. Una critica particolare delle traduz. dell' Angeli è nel
libro di V. SAPIENZA, Delle traduzioni e dell'arte di tradurre, a pro-
posito di una recente traduzione italiana di Sh. (Francavilla Fontana,
1921). Un catalogo completo delle traduzioni italiane dalle opere sha-
kesperiane è in appendice al voi. di A. DE STEFANI, La tragedia di
Macbeth (Torino, Bocca, 1922), pp. 503-10.
(2) Ne ho innanzi la seconda adiz. riveduta, Berlin, G. Bondi, 1914.
(3) SIRO ATTILIO NULLI, Shakespeare in Italia, Milano, Hoepli, 1918.
XX. - LETTERATURA SHAKESPARIANA 223
storica nello svolgersi della nostra cultura moderna; ve-
dere, insomma, come lo spirito italiano (dal 1750 al 1830)
si sia atteggiato di fronte alla grande figura dello Shake-
speare; quale feconda lotta d' idee questo atteggiamento
abbia suscitato " (p. 3). Vero è che egli non poteva spe-
rare di ricavar dal tema quel che il Gundolf ne ha cavato
per la Germania, il cui svolgimento spirituale fu allora
assai intenso e ricco, e dallo Shakespeare trassero ispi-
razione uomini grandi, laddove in Italia qualcosa di vivo,
che vada oltre la notizia che si ebbe di quei drammi e
gì* influssi superficiali, non si può notare se non per il
Manzoni e per il Mazzini. £ qui, infatti, sono le parti
migliori della trattazione del Nulli ; al quale si può forse
muovere appunto che non abbia cavato il partito che si
poteva dal rapporto Alfieri- Shakespeare (I), perchè della
poesia alfieriana egli ha concetto alquanto minore del
vero, o, almeno, non molto chiaro.
Certamente, si notano in questo volume i segni di un
fl primo lavoro n, cioè della inesperienza giovanile: negli-
genze e improprietà e mancanza di condensazione, e idee
non sempre ben mature o convenientemente sviluppate (2).
(1) Si veda in proposito Critica, XV, 308-17.
(2) Troppo frequenti sono anche gli errori tipografici nei nomi, e
incerto è il metodo del citare. Nelle prime pagine ; Latoumeur (p. 8) ;
recens. del Galletti al libro del Graf, Rass. bibliogr. voi. I (sic, p. 9);
il libro dal Collisoti Morley sul Baretti, citato così : BARETTI, with
art account ecc., Londra, 1909 (p. 12); Schegel (p. 17); Lady Man-
tagu (p. 19); Lopez de Vega (p. 20); Winckelman (p. 24); ecc. A
p. 239, proprio nelle parole di chiusa : « dallo Shelley al Goethe, dal-
l'Hugo al Manzoni » : invertendo, per entrambe le coppie, l'ordine cro-
nologico.
224 XX. - LETTERATURA SHAKESPAR1ANA
Ma giusti e acuti sono i giudizi sull'estetica dell' illumini-
smo (p. 8), la caratteristica della critica tedesca intorno allo
Shakespeare (pp. 1 84-5), le riserve circa F esagerato ritratto
che il prof. Galletti, sotto F efficacia di passioni antiger-
maniche e antiromantiche, ha dato teste dello Shakespeare.
A proposito del raccostamene che è stato fatto tra l'A-
delchi manzoniano e Amleto: n tutto ciò (scrive il Nulli,
p. 234) non basta a renderlo fratello del pallido principe
danese". Il prof. Galletti scrive: B Adelchi è uno spirito
più alto di quello di Amleto, perchè più consapevole del
proprio limite, più calmo nella tempesta, e sorretto alla
fine dalla certezza di una superiore giustizia " . " Confesso
(osserva il Nulli) di non comprendere il significato di queste
parole. Che nella vita pratica, giornaliera, borghese, un uomo
come Adelchi possa riuscire alle persone timorate di Dio, e
amanti dei limiti e della calma non che della superiore
giustizia, più gradito di un tipo come Amleto, posso am-
metterlo. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con i
due personaggi dal punto di vista estetico n. E aggiunge:
1 Ciò che rende grande questo soliloquio (d* Amleto) è
appunto il fatto di essere senza una conclusione: è un
problema eternamente aperto, e perciò più sublime, più
universale, direi quasi umanamente più giusto di quelli
che s* affrettano a una conclusione: perchè non è sempre
vero che chi risolve un problema apporti all' uomo un'uti-
lità maggiore di chi lo ha semplicemente posto. Amleto
nel suo dubbio getta un* ombra così grande che vi si ripara
tutta T umanità con le sue sorti. Il soliloquio d' Adelchi in-
vece si risolve in una semplice quistione di coscienza, decisa
secondo il catechismo cattolico, e che può quindi accon-
tentare soltanto un piccolo numero di credenti n (p. 236).
XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA 225
Tal* altra volta una certa, anche giovanile, bramosia di
originalità spinge il Nulli a sottigliezze, che sono vere e
proprie querelles d% allemand : una delle quali riguardarne,
o piuttosto riguarda il Vico. Parlando del tipo del poeta
nella " poesia primitiva n , osserva: n Poiché questa è una
concezione della letteratura propria del Vico, non si può
negare che il filosofo napoletano ha guidato ad un più
giusto apprezzamento non solo di Dante e d'Omero, ma
anche dello Shakespeare. Non a caso questi tre poeti
vengono citati quasi sempre insieme n (p. 1 36 n). Or avendo
così il Nulli ben compreso il pensiero da me espresso (in
Filosofia di G. «55. Vico, p. 227), valeva la pena che si
mettesse poi a sofisticare, come fa (cfr. pp. 1 53-6), su una
povera forma avverbiale da me adoperata ("a pieno n) ?
Non era evidente che, come io non ho mai pensato che '
il Vico avesse esaurito ogni critica su Dante e Omero,
così molto meno potevo pensare tal cosa per la critica dello
Shakespeare, ma solamente dicevo che egli, se di questo
poeta avesse avuto più di quel vago sentore che ebbe della
tragedia inglese, lo avrebbe guardato come guardò gli altri
due grandi, libero della concezione rettorica ed oratoria
della poesia, intendendolo n a pieno n nella sua origi-
nalità di genio poetico, tutto fantasia?
Anche illegittima, o almeno poco precisamente formo-
lata, è la conseguenza che il Nulli ha tratta (pp. 243-5)
dalla verità filosofica, che " non esiste una realtà ogget-
tiva, esterna, fuori di noi ". Egli crede perciò che la cri-
tica dei poeti ci dia sempre e soltanto "il nostro Ome-
ro, il nostro Dante, il nostro Shakespeare " ; e
che scientifica essa sia solo e in quanto si lega logica-
mente alle interpetrazioni anteriori. Bisognava bensì dire
15
226 XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA
che ogni generazione, anzi ogni singolo critico, si pro-
pone nuovi e personali problemi circa un determinato poeta,
i quali si connettono con quelli del passato e tendono la
mano a quelli deli* avvenire; ma tale processo manche-
rebbe di contenuto, e non potrebbe svolgersi, se costante
non rimanesse, nel suo valore di atto storico unico , la
poesia di quel poeta, che a ciascuno suggerisce , se-
condo le cangianti condizioni storiche, propri e particolari
problemi. In altri termini, bisogna guardarsi dal confondere
(errore nel quale alcuni giovani ora tendono a cadere)
l'idealismo storico col fenomenismo.
Il Nulli termina la sua trattazione col Manzoni; il Col-
lison-Morley, come si è detto, con un accenno al De
Sanctis, del quale cita un luogo della Storia della let-
teratura. Ma il De Sanctis sarebbe stato il vero e pro-
prio termine della trattazione concernente il periodo ro-
mantico; e, sebbene le sue lezioni shakespeariane del 1 847
vedano la luce solo oggi, dalle sue opere a stampa era
agevole desumere quanto bastava per determinare il con-
cetto che egli si era formato di quel poeta , che ebbe
tanta efficacia sulla stessa sua teoria estetica (1).
E non resterebbe ora da considerare anche la fortuna
dello Shakespeare in Italia nella seconda metà del secolo
(1) Vedi lo spoglio dei luoghi desanctisiani in Critica, XVII, 225,
dove sono pubblicate le lezioni sullo Shakespeare, tenute dal DE SAN-
CTIS a Napoli nel 1847. Particolare attenzione avrebbe meritato an-
che il GIOBERTI, del quale sono poco note le pagine sullo Sh. pubbli-
cate postume in Studi filologici , a cura di D. Fissore (Torino, 1867);
v. pp. 138-40, Sh.; 151-7, Parallelo tra 1* Alfieri e lo Sh.; 297-307,
Del meraviglioso nelle opere di Sh. ; 308-11, Dell'abilità di Sh. nel
dipingere e mettere in iscena, ecc. ; 312-4, della poesia di Sh.; 315-7,
Osservazioni di Ancillon intorno alle opere di Sh.
XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA 227
decimonono e nei primi decenni del secolo presente? (1).
Ma, nel significato principale e proprio di questa inda-
gine (che, come si è detto, si riferisce alla relazione ope-
rosa con la poesia shakespeariana), la ricerca non darebbe
forse risultamene diverso da quello che ho altrove accen-
nato (2) in generale per l'Europa tutta, nel periodo positi-
vistico, naturalistico ed estetizzante; ossia menerebbe a
notare una certa decadenza, anche presso di noi, dell'in-
teressamento profondo per quella poesia. In significato più
ristretto, come storia cioè del contributo della critica italiana
allo studio dello Shakespeare, essa difficilmente potrebbe
prendere altra forma da quella di una bibliografia, di un
catalogo di volumi, memorie ed articoli, dei quali ben
pochi hanno fatto progredire i problemi della interpreta-
zione shakespeariana. Parte di questi scritti ha carattere
informativo e divulgativo, sebbene talora garbatamente
esponga osservazioni e giudizi sennati ; parte si aggira su
quisquilie; e un'altra e maggior parte si perde in chiac-
chiere senza costrutto, ripete vecchiumi o sfonda usci aperti.
Ma non mancano taluni scritti che mostrano delicato senti-
mento dell'arte shakespeariana, e che converrebbe perciò
mettere in rilievo, a capo o a coda della rassegna biblio-
grafica. Comunque, non riuscirà discaro di trovare qui un
tentativo (ma solo un tentativo) di semplice catalogo delle
pubblicazioni italiane (3) pel periodo sopradetto; a ser-
vìgio dei futuri storici della critica letteraria italiana , e
più specialmente di quella shakespeariana.
( I ) Ciò nota anche il BROGNOLIGO, recensendo il volume del Nulli,
in Rassegna critica della lett. ital, XX11 (1917), pp. 255-59.
(2) Si veda il capitolo di conclusione del mio saggio sullo Shakespeare.
(3) Per le tradd. v. sopra, p. 222. Un'edizione del testo inglese, con
228 XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA
BIBLIOGRAFIA SHAKESPEARIANA ITALIANA
DAL MEZZO DEL SECOLO XIX AI GIORNI NOSTRI
Opere generali(l). —FEDERICO GARLANDA, G. Sh., il poeta
e l'uomo (Roma, soc. ed. Laziale, s. a., ma 1900; 2a ed., 1915). Non
vuol essere, e non è, un compendio di filologia shakesperiana, ed ha
pretese di monografìa di grande stile, ma in effetti si tiene al generico
e superficiale, sebbene il Carducci assai la lodasse, scrivendo perfino
che vi si può « imparare come si faccia la critica di un grande sog-
getto » ! Dello stesso autore (rifacimenti, in parte, dei capitoli dell'opera
citata, o tentativi di filologia shakesperiana): Studi shakespeariani'. I. Ro-
meo and Juliet (ivi, 1904); 11. Othello (ivi, 1905); III. Hamlet, Inda-
gine intorno al carattere del protagonista (ivi, 1908); IV. L'Ur- Hamlet
nello Hamlet (ivi, 1906); V. L'alliter azione nei drammi shakespeariani
(ivi, 1906); VI. Sulla origine del cognome Shakespeare (ivi, 1904). Negli
Studi di filologia moderna, dir. da G. Manacorda : a. 1904, pp. 84-104.
L'alliterazione nel dramma di Henry V; a. 1910, pp. 202-05, Per il testo
del Macbeth.
2. (2) A. R. LEVI, Storia della letteratura inglese dalle origini al
tempo presente (Palermo, Reber, 1898-1901, due voli.); sullo Sh., I,.
prefazioni di A. R. Levi, si viene pubblicando a Milano presso il Tre-
ves, 1916 sgg. Alcune traduzioni (p. es. quelle del Chiarini) hanno il
testo a fronte ; altre edd., contenenti il testo di singoli drammi, s'indiriz-
zano alle scuole.
(1) Si ha in italiano il manualetto bibliografico ed informativo su
Shakespeare del DOWDEN, trad. da A. Balzani, nella serie dei Ma-
nuali Hoepli. Ma sarebbe da raccomandare che alcuno dia la tradu-
zione del bellissimo libro storico e critico dello stesso autore ; Shake-
speare, A criticai study of his mind and art, by EDWARD DOWDEN
(14a ediz., London, Kegan a. Co., 1909).
(2) Non noto le altre storie della letteratura inglese, che sono com-
pilazioni per le scuole. In italiano si ha anche l'eccellente compendio
di F. SEFTON DELMER, Sommario della lett. inglese, trad., note ed ag-
giunte di G. Bonifaci (Bari, Laterza, 1917).
XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA 229
377-583, II, 1-148. Assai più riccamente informato del Garlanda; seb-
bene anche quest'opera non esca dal genere compilatorio e divulgativo.
Lo stesso autore aveva prima pubblicato: Studi su Sh. (Treviso, Zop-
pelli, 1875), rifusi nella Storia.
2. GIUSEPPE DE LORENZO, Sh. e il dolore del mondo (Bologna,
Zanichelli, 1922).
Caratteristiche generali. — ALFREDO GALLETTI, Man-
zoni, Sh. e Bossuet (in Saggi e studi, Bologna, Zanichelli, 1913). Con-
tiene (v. spec. pp. 46-107) una caratteristica dell'arte dello Sh., che,
nonostante l'acume dell'A., sfortunatamente è tutta guasta da preoccu-
pazioni estranee all'arte, e riesce perciò unilaterale ed esagerata. Il me-
desimo vale ancor più per l'altro scritto dello stesso autore : G. S. e
il mito shakespeariano, in Nuova antologia, 16 aprile 1916.
Varia in generale. — 1. L. CARRER, paragone di Dante e
Sh., in Prose (Venezia, tip. del Gondoliere, 1838), IV, 246-62 ;
2. FRANCESCO CRISPI, Guglielmo Sh., nell* Oreto di Palermo, 1841,
ristampato in Poesie e prose letterarie, a cura di G. Bustico (Napoli,
Perrella, 1918); 3. SILVIO ANDREIS, a proposito del libro del Gervinus,
in Politecnico di Milano, s. IV, voi. I, 1866; 4. G. CARCANO, Dante
e Sh., discorso (in Dante e il suo secolo, Firenze, 1866, II, 639-53);
5. F. AMBROSOLI Sh., lezioni inedite, in Scritti letter. ed. e ined.
(Firenze, Civelli, 1871), I, 340-53; 6. B. ZENDRINI, in Prime poesie
(Padova, 1871, pp. 87-109, e note); 7. G. TREZZA, Dante, Sh. e
Goethe nel rinascimento europeo (Verona, Drucker e Tedeschi, 1888);
S. N. NUCCI, Riscontri poetici, dissertazioni sui tre sommi poeti, Omero.
'Dante e Sh. (Pistoia, Fiori, 1900); cfr. Bullett. dantesco, IX, 246;
9. A. LO FORTE RANDI, Sh., nel voi. Nella letteratura straniera, se-
rie V (Palermo, Reber, 1903); 10. G. S. GARGANO, // gran Will,
in Marzocco, Vili, n. 39 ; 1 1 . G. MARONE, Sh., note (Napoli, Pi-
ronti, s. a. ma 1911). Alcuni giudizi del Verdi sullo Sh. si leggono
nel voi. : / copialettere di GIUSEPPE VERDI, ed. Cesari e Luzio (Mi-
lano, 1913) ; cfr. spec. pp. 276, 317-8. 559. 624.
Biografia. — 1. G. CHIARINI, // matrimonio e gli amori di G.
Sh. (1890), in Studi shakespeariani (Livorno, Giusti, 1897); 2. G. S.
GARGANO, Nuovi docc. su Sh., in Marzocco, XIV, n. 41; La vita di
Sh. in un libro italiano, ivi, XV, n. 32; L'ultima ipotesi su Sh., ivi,
XVIII, n. 4; 3. C. SEGRÉ, Sh. a Milano ?, in Relazioni letterarie fra
230 XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA
Italia e Inghilterra (Firenze, Le Monnier, 1911, pp. 438-43); 4. C.
SEGRÉ, Sh. autore e attore, in Nuovi profili storici e letterari (ivi, 1 902);
5. N. R. D' ALFONSO, Sh. attore ed autore, nella Nuova antologia del
16 aprile 1916; 6. F. JACCH1NI LURAGHI, Sh. in Danimarca, nel
Messaggero della domenica, di Roma, a. II, n. 1, 3 gennaio 1919; 7.
J. MORRIS MOORE, La festa di san Giorgio e il genetliaco di Sh.t in
L'orma, di Napoli, I, n. 5, 28 maggio 1919.
Questione baconiana, e scioccherie affini.— 1 . G.
CHIARINI, La questione baconiana (1889), in Studi shak., cit.; 2. G.
HAMILTON CAVALLETTI, Sh. V attore o Sh. pseudonimo (in Rassegna
nazionale di Firenze, 1 giugno 1897); 3. O. MASNOVO , Come Sh.
potè leggere Euripide, piccolo contributo alla questione baconiana (Par-
ma, 1909): cfr. sullo stesso argomento G. S. GARGANO, in Marzocco,
XIV, n. 34; 4. E. GlOVANNETTI, Una bomba letteraria (a proposito
del libro del Lefranc), nel Resto del carlino di Bologna, 7 maggio 1919;
5. G. S. GARGANO, L'ultima maschera shakespeariana, in La cita bri-
tannica, II, nn. 3-4, maggio-giugno 1919.
Pensiero shakespeariano. — 1. G. FRANCIOSI, La virtù
punitiva della coscienza nell'Inferno di Dante e nei drammi dello Sh.
(in Rivista universale di Firenze, 1875, voi. XXII, e in La sapienza di
Roma, a. IV, 1882, voi. V); 2. PlLADE BORDONI, Essai sur la mo-
rale dans V atuvre de W. S. (Livorno, Giusti, 1888); 3. L. SERNA-
GIOTTO, G. S. e la sua religione (in Rassegna nazionale, 1 6 luglio 1 895);
4, GIUSEPPE ZIINO, Sh. e la scienza moderna, studio medico-psicolo-
gico e giuridico (Palermo, Reber, 1897); 5, G. PIOLI, Morale e reli-
gione nelle opere di Sh. (in {Bilychnis di Roma, a. VII, 1918).
Serie di drammi. — 1 . ETTORE CARLANDI, / drammi ro-
mani di Sh., art. in Rivista europea del 1880, e poi in Saggi critici
(Bari, 1881); 2. R. LEONETTI, W. S. e le sue maggiori tragedie (Na-
poli, Morano, 1904); 3. GIUSEPPE COSENTINO, Le comedie di Sh.
(Bologna, Beltrami, 1906); 4. lo stesso, / drammi storici di Sh. (ivi»
1 907); lo stesso, Le tragedie di Sh. (ivi, 1 909): ampie trattazioni, lus-
suosamente stampate e con incisioni.
A m 1 e t o. — I. P. P. PARZANESE, Amleto, nel Poliorama pitto-
resco di Napoli, a. XII, voi. II, (1848), n. 46; 2. G. GUERZONL
L'Amleto, in // teatro italiano nel secolo XVIII (Milano , Treves,
1876), pp. 502-32; 3. F. MONTEFREDINI, Amleto, in Studi critici (Na-
XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA 23 1
poli, Morano, 1877); 4. A. GRAF, Amleto, Indole del personaggio e
del dramma, in Studi drammatici (Torino, 1878); 5. R. DE ZERBI,
Amleto, studio psicologico (Torino, 1880); 6. P. STAFFIERI, Amleto,
poche osservazioni (Venafro, 1886); 7. N. R. D'ALFONSO, Lo spettro
d'Amleto, note psicologiche (Roma, 1893; n. ed. in Note psicologiche,
estetiche e criminali ai drammi di Sh., Milano, Soc. ed. libr., 1914);
8. N. SCARANO Amleto e Adelchi (nella Nuova Antologia, 16 set-
tembre 1892); 9. G. M. LUPINI, Sh. e l'Amleto, studio critico psico-
logico (Torino, Roux, 1895); 10. ED. BIANCO, L'Amleto di G. Sh.,
studio (Cremona, 1897); 11. G. NAVONE, Amleto e Don Chisciotte (in
Rassegna nazionale, 1 agosto 1897); 12. C. SEGRÉ, Goethe e l'Amleto,
in Saggi critici di lett. straniera (Firenze, Le Monnier, 1 894, pp. 1 -35);
13. F. LOSINI, Amleto e don Chisciotte, considerazioni di I. S. Turghe-
nief, in Fanfulla della domenica, XXX, nn.9-10, marzo 1908; 14. EN-
RICO COLANERI, La filosofia e l'arte nell'Amleto di Sh., in Studi di
critica moderna (Torino, Paravia, 1909); 15. V. CRESCIMONE, Amleto
e Leopardi, Amleto, Fausto e Leopardi, in Saggi e conferenze (Caltanis-
setta, 1912); 16. PAOLO ORANO, Amleto è Qiordano Bruno? (Lan-
ciano, Carabba, 1916); 17. FEDERICO OLIVERO, Sull'Amleto di W:Sh.
(in Nuova antologia, 16 aprile 1916); 18. G. PAPINI, Amleto, in Stron-
cature, Firenze, 1916, n. ed. 1919, pp. 225-34; 19. ENZO MARCEL -
LUSI, // tragico travestito e Amleto, in A pie del monte (Rocca S. Ca-
sciano, Cappelli, 1917, pp. 73-118); 20. A. DE STEFANI, Amleto, in
Rassegna italo-britannica di Milano, II, 1919, n. 3; 21. GIUSEPPE TOF-
FANIN, Amleto, (cap. XXI del libro: La fine dell'Umanesimo, Torino,
Bocca, 1920); 22. S. BENCO, Amleto, nel Resto del carlino di Bolo-
gna, 1 agosto 1919; 23. C. FORMICHI, La psicologia dell'Amleto sha-
kespeariano, in Marzocco, XXV, nn. 28-9, luglio 1920; 24. G. S. GAR-
GANO, L'eterno enigma di Amleto, ivi, XXV n. 31, 1 agosto 1920;
25. G. S. GARGANO, Amleto e il nuovo indirizzo della critica sha-
kespeariana, ivi, 20 marzo 1921; 26. N. R. D'ALFONSO La filosofia
d' Amleto principe di Danimarca (Milano, Soc. ed. libr., 1921).
Otello. — 1 . F. MONTEFREDINI, Otello, in Studi critici cit.; 2.
Verdi e Otello, numero unico pubblicato dalla Illustrazione italiana e
compilato da U. Pesci ed E. Ximenes (Milano, Treves) ; 3. L. F.
GUERRA, Otello, in Studi critici (Bari, Cannone, 1886); 4. JARRO (G.
Piccinni), L'Otello di G. Sh., studio critico (Firenze, 1888); 5. RAF-
232 XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA
FAELE LEONETTI, La Desdemona di Sh. (Napoli, 1903); 6. A. GRAF,
La gelosia di Otello (nella Nuova antologia, 1 febbraio 1892); 7. P.
MOLMENTI, introduzione alla versione dell* Otello del Pasqualigo (Fi-
renze, Sansoni, 1887); 8. C. SEGRÉ, Le fonti italiane dell'Otello, nel
voi. cit. Relazioni letterarie tra Italia e Inghilterra (pp. 1-51); C. A.
LEVI, nell* Adriatico di Venezia del 1 e del 25 aprile 1898, e poi:
Othello and Desdemona were real persons, in New York Herald, 16 no-
vembre 1902; 10. N. R. D* ALFONSO, in Note cit.
Macbeth. — 1. N. R. D'ALFONSO, Macbeth, in Note cit.; 2.
B. ZUMBINI, Macbeth, in Studi di leit. straniera (2a ediz., Firenze, Le
Monnier, 1907); G. S. GARGANO, Macbeth in italiano, nel Marzocco,
XVII, n. 8; 4. C. CHIARINI, pref. alla sua trad. del Macbeth (Firenze,
Sansoni, s. a., ma 1912, pp. V-LXXI; A. DE STEFANI, La tragedia
di Macbeth (Torino, Bocca, 1922).
Re Lear. — 1. CARLO PIGNONE, // re Lear, discorso (Caserta,
1886); 2. N. R. D' ALFONSO, // re Lear, in Note cit.; 3. E. NEN-
CIONI, Le tre pazzie, in Saggi critici di lett. straniera (Firenze, Le Mon-
nier, 1898); 4. C. FORMICHI, // re Lear, in Rassegna critica di Na-
poli, aprile 1913; 5. A. FAGGI, // re Lear e i Promessi sposi (in Atti
della R. Accad. delle scienze di Torino, voi. 52, 1916-7, pp. 531-42);
6. C. CHIARINI, pref. alla sua trad. ital. (Firenze, Sansoni, 1910,
pp. V-XLV1I); 7. N. R. D* ALFONSO, Edmondo il bastardo nel Re
Lear, in Nuovo convito, nov.-dic. 1917; 8. G. CASTELLANO, Re Lear
(Bari, Laterza, 1922).
Romeo e Giulietta. — 1. F. PERSICO, Romeo e Giulietta,
(Napoli, Marghieri, 1876); 2. FANNY ZAMPINI SALAZAR, Giulietta
e Romeo, pensieri ed osservazioni di Sidney Philips: dall' inglese (Na-
poli, Morano, 1882); 3. G. CHIARINI, Romeo e Giulietta (1887-88), in
Studi shak. cit.; 4. ANTONIO ClSCATO, Note su Romeo e Giulietta
(in Atti della R. Accademia Olimpica, voi. XXII, 1888); 5. A. FRAN-
CHETE La Giulietta dello Sh. e V Italia (in Lettere ed arti, di Bolo-
gna, 1889, I, n. 1); 6. CORRADO RICCI, Leggende d'amore, in Nuova
antologia, 16 maggio 1892, rist. in Rinascita (Milane, 1902); 7. G.
BROGNOLIGO, La leggenda di Giulietta e Romeo (in Giornale ligustico
XIX, 1892), raccolta, con altri scritti affini e con accrescimenti, in Studi
di storia letteraria (Roma-Milano, Soc. Dante Alighieri, 1904); 8. GUI-
DO LEATI, Di Giulietta e Romeo (Spoleto, tip. dell' Umbria, 1897);
XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA 233
"9. C. CHIARINI, pref. alla sua trad. (Firenze, Sansoni, 1911, pp.
IH-XXXVII); 10. G. DI MARTINO, Chi rese immortali Giulietta e Ro-
meo, in Rivista d'Italia, marzo 1917.
Giulio Cesare. — 1. F. FORLANI, Sul Giulio Cesare di Sh.
(Trieste, 1874); 2. G. GUERZONI. // Giulio Cesare e il Bruto se-
condo, in // teatro italiano nel secolo XVIII (Milano, Treves, 1876),
pp. 554-81: cfr. dello stesso, Qiulio Cesare nell'arte, in Politecnico di
Milano, maggio-giugno 1865; 3. NATALE DE SANCTIS Cesare e M.
Bruto nei poeti tragici (Palermo, Clausen, 1895); 4. L. DE ROSA SI.,
Voltaire e Alfieri e la tragedia di Cesare, saggio di critica psicologica
(Camerino, tip. Savini, 1900); 5. A. FAGGI, Il Giulio Cesare dello Sh.
{in Rivista d'Italia, maggio 1916, pp. 593-614); 6. BRUNA PALAGI,
Giulio Cesare nella poesia drammatica italiana e straniera (Lucca, tip.
Baroni, 1919).
Enrico V I 1 1. — C. SEGRÉ, Sh. nell'Enrico Vili, in Saggi cri-
tici di lett. str. cit. (pp. 203-26).
Il Mercante di Venezia. — 1 . F. FORLANI, La lotta per
il diritto, variazioni filosofico-giuridiche sopra il Mercante di Venezia e
altri drammi dello Sh. (Torino, Loescher, 1874); 2. G. AZZOLINI,
Shylok e la leggenda della libbra di carne (Reggio Emilia, 1893); 3.
ALBERTO MANZI, L'ebreo e la libbra di carne nel Mercante di Ve-
nezia (Rocca San Casciano, Cappelli, 1896); 4. IARRO (G. Piccinni),
La questione semitica nel Mercante di Venezia (Firenze, Bemporad, 1897);
5. G. CHIARINI, Le fonti del Mercante di Venezia e il giudeo nell'an-
tico teatro inglese, ristamp. in Studi shakespeariani, cit.
La Tempesta. — 1 . R. BONGHI, La Tempesta di G. Sh. e il
Calibano di E. Renan (nella Nuova antologia del 1878, e poi nel voi.:
Horae subsecivae, Roma, Sommaruga, 1 883); .2 F. PERSICO, La Tempe-
sta di G. Sh. (nella Rassegna nazionale, giugno 1881); 3. GUIDO BI-
CONI, La Tempesta di G. Sh. (negli Atti della R. Accademia di ar-
cheologia e belle lettere di Napoli, voi. XVIII, 1897); 4. UGO FLE-
RES, La fisionomia nelle arti (su Ariel e Prospero), nella Nuova an-
tologia, 15 marzo 1895; 5. G. S. GARGANO, nel Marzocco, XVI,
n. 22; 6. FERD. NERI, Scenari delle maschere in Arcadia (Città di
Castello, Lapi, 1913): cfr. in questo voi., pp. 107-22.
Il Sogno di una notte di mezza estate. — 1. F.
PERSICO, // sogno di una notte d' estate (nella Rassegna nazionale,
234 XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA
maggio 1888); 2. G. S. GARGANO, // « Sogno » di Sh., nel Marzocco,
XIV, n. 13; 3. FERDINANDO BERNINI, Il sogno di una notte di mezza
estate (Parma, Battei, 1916); 4. F. OLIVERO, Sul « Sogno, ecc. », in /*/-
vista d'Italia, 15 agosto 1921.
La notte di Befana, e Come vi piace. — Prefazioni
di C. CHIARINI alle sue traduzioni di queste due commedie (Firenze,
Le Monnier, 1920).
Enrico IV e V, e Allegre donne di Windsor. —
1. C. BRAGGIO, Falstaff e il grottesco nel rinascimento (in Biblioteca
delle scuole italiane, 1892, n. I); 2. CARLO DONATI, Falstaff (negli
Atti dell'Accademia Olimpica di Vicenza, voi. XXV-XXVi, 1893);.
3. R. GlOV AGNOLI, / precursori di Falstaff (nella Nuova antologia,
15 aprile 1893); 4. G. BARONE, Di un antenato italiano di Falstaff
(Roma, Loescher, 1895); 5. C. SEGRÉ, La storia di Falstaff, in Saggi
critici cit. (pp. 37-89); 6. Io stesso, Due novelle italiane e le Allegre
comari di Windsor, in Relazioni letter., cit. (pp. 423-37); G. S. GAR-
GANO, L' Enrico V, nel Marzocco, XX, n. 50; 8. FRANCESCO PA-
GLIARA, Errico V, Firenze, 1917 (estr. d. Rassegna nazionale, 1 giu-
gno, 1917).
Altri drammi e commedie. — 1. ANTONIO RENDA, Psi-
cologia shakespeariana: Pericle principe di Tiro (Teramo, 1 895: estr. dalla
Rivista abruzzese); 2. NATALE DE SANCTIS , / drammi greci di W.
Sh., cap. I (Catania, Galatola, 1899); 3. V. REFORGIATO, La parodia
omerica in un dramma di Sh. (Catania, Calati, 1 899, ristampa in Saggi
critici e letterari di V. CRESCIMONE, (Palermo, Sandron, 1903); 4. C.
SEGRÉ, Un'eroina del Boccaccio e V Elena di Sh. (in Fanfulla della
domenica, XXIII, n. 16); G. PACE, / Suppositi e la Taming of the
shreu) (in Malta letteraria, 1897, voi. V, fase. 45-46); 6. FRANCESCO
PAGLIARA, Cimbelino, Firenze, 1916 (estr. della Rassegna naz., 1 giu-
gno 1917); 7. LUIGI GAMBERALE, "Donne e fanciulle nelle commedie
di Sh. (Napoli, 1917: estr. dal Nuovo convito); 8. F. PAGLIARA, Due
gentiluomini di Verona, nella Rassegna nazionale, 16 aprile 1918; 9. A.
FAGGI, Pene d'amor perduto, nel Marzocco, XXIV, n. 1 6, 20 aprile 1 909.
Caratteri shakespeariani. — 1. G. CHIARINI, Le donne
nei drammi di Sh. e nella Commedia di Dante, in Studi shafcesp. cit.,'
2. G. COSENTINO, Le donne di Sh. (Bologna, libr. Treves, 1906); 3.
M. MAIENZA, Le donne oneste e le altre nei drammi di G. Sh., con-
XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA 235
fetenza (Caltanisetta, 1 909); 4. V. CRESCIMONE, Fanciulle e spose nello
Sh., in Saggi e conferenze (Caltanisetta, 1912); 5. ANTONIO MASELLI,
Gli umili nella tragedia greca e shakespeariana (Alatri, Isola, 1920), cfr.
G. S. GARGANO, in Marzocco XXV, n. 36, 5 novembre 1920.
Varia.— 1 . PIETRO TOLDO, Due tragedie di Sh. nella tradizione po-
polare francese (in Nuova antologia, 16 giugno 1895); 2. G. A. CESAREO
La leggenda dello Sh. (in Natura ed arte di Milano, sett. 1895); 3.
L.MASCETTA CARACCI, Dante in Sh., nel Giornale dantesco, IV, 1896;
4. lo stesso, Sh. e i classici italiani, a proposito di un sonetto di Guida
Guinicelli (Lanciano, Carabba, 1902); 5, R. GlOV AGNOLI. // Machia-
velli e lo Sh. (in Scena illustrata di Firenze, 1 5 gennaio 1 903); 6. F.
PRUDENZANO, La musica nei drammi di Sh., in Rivista teatrale italiana*
di Napoli, voi. II, p. 160 sgg.; 7. A. MELANDRI, Le krack de Sh.,
ivi, voi. V, 1 26 sgg.; 8. TERESA BAGNOLI, Shakespeariana, ricordi ed
appunti (Firenze, Seeber, 1907); 9. V. SAPIENZA, Traduzioni e tradut-
tori, a proposito di traduzioni shakespeariane (Catania, Mattei, 1912);
10. MATILDE DOCCIOLI, Fonti italiane nei drammi di G. Sh. (Lodi,
1914); 11. MARGHERITA BERIO, Sh. e la musica (in Nuova anto-
logia, 16 aprile 1916); 12. P. BELLEZZA, Pace e guerra in Sh., nella
Rivista italo-britannica di Milano, 1, 1918, n. 8, pp. 60-64; 13. G. S.
GARGANO, Mark Twain e Sh., in Marzocco, XV, n. 18; Miscel-
lanea shakespeariana, ivi, XVI, n. 25; Drammi italiani di Sh. in una
nuova traduzione, ivi, XV11I, n. 30; Fonti italiane di Sh., ivi, XVIII,
n, 52; Sh. e la cittadinanza tedesca, ivi, XIX, n. 49; 14. G. TOF-
FANIN, De Musset e Sh., in Gli ultimi nostri (Forlì, Bordandini, 1919),
pp. 39-50; 1 5. U. FLERES, // ritratto nel teatro shakespeariano, in Nuova
antologia, 16 agosto 1920; 16. L. GAMBERALE, Sh. conobbe 'Dante ?
nella rivista il Nuovo Convito, di Roma, aprile 1921; 17. G. S. GAR-
GANO, Sh. e Florio, in Marzocco, XXVI, n. 79, 26 settembre 1921 .
Pel terzo centenario della morte dello Sh. —
Oltre il fase, già spogliato della Nuova antologia, del 16 aprile 1916,
un numero speciale pubblicò il Marzocco di Firenze, XXI (1916), n. 17,
contenente: G. S. GARGANO, G. Sh. nel terzo centenario della morte;
G. DE LORENZO, Sh. e l'Italia; M. CERINI, Sh. e noi; A. FAGGI,
// Macheth e i Promessi Sposi (v. s.); D. ANGELI, La fortuna di Sh.
in Italia; P. LEVI, Sh. sulla scena italiana; I. PlZZETTI, Spunti di
critica musicale shakespeariana; N. TARCHIANI, Sh. e l'arte italiana.
236 XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA
Anche: EGIZIO GUIDI, Nel terzo centenario di Sh. (Teramo, 1916:
estr. dall' Aprutium, a. V).
Interpetrazioni d* attori, — 1. ERNESTO ROSSI, Studi
drammatici (Firenze, Le Monnier, 1884); 2. TOMMASO SALVINI, ar-
ticoli sulle sue interpetrazioni shakespeariane, nel Fanfulla della do-
menica del 1884; 3. ADELAIDE RISTORI, Ricordi e studi artistici (To-
rino, Roux, 1 887). Per interpetrazioni recenti: SILVIO D'AMICO, Ma-
schere (Roma, Mondadori, 1921), pp. 51-102.
Scienza positiva intorno ai drammi dello Sh.
1. ENRICO FERRI, / delinquenti nell'arte (Genova, tip. ligure, 1896);
2. A. FAGGI, / sogni in Sh., note critiche (Firenze, tip. coop., 1890);
3. N. R. D'ALFONSO, Le dottrine dei temperamenti nell'antichità e ai
nostri giorni (Roma, Soc. ed. D. Alighieri, 1904: cfr. il cap. F tempe-
ramenti nelV arte)\ 4. lo stesso, Lo spiritismo secondo Sh. (Roma, Loe-
scher, 1905).
Arte figurativa. — GAETANO GlUCCI, Soggetti pittorici de-
sunti dalle opere tragico - drammatiche di G. Sh. e raccolti per agevo-
lare la esecuzione artistica della Qalleria shakespeariana (Firenze, 1861).
Opere d' immaginazione. — GUSTAVO STRAFFORELLO,
Shakespeare e i suoi tempi, romanzo storico-biografico (Torino, tip. del
giornale // conte di Cavour, 1870, due voli., 2. ediz., 1887).
Sonetti e poemetti. — 1. GUSTAVO TlRlNELLl, / sonetti di
Sh. (nella Nuova antologia, XIII, 1878, voi. Vili); 2. FRANCESCO
CONTALDI, Lirica, trad., voi. I, P»eti inglesi (Giulianova, tip. del com-
mercio, 1886); pp. 93-5, i sonn. 71-73, promettendo pel secondo voi.
scelta più larga; 3. L. DE MARCHI, / sonetti di Sh. (Milano, tip. Coo-
per., 1891); 4. ANGELO OLIVIERI, / sonetti di W. S. tradotti perla
prima volta in italiano, col testo inglese a fronte riscontrato sui migliori
esemplari (Palermo, 1890); 5. ETTORE SANFEL1CE, / 1 54 sonetti di G.
S. tradotti in sonetti italiani: con prefazione che raccoglie le varie teo-
rie proposte (Velletri, tip. Lizzini, 1897); 6. LUCIFERO DARCHIN1, /
sonetti, trad. Hai, con introd. e note (Milano, Sonzogno, 1909); 7. P.
LEPORACE, // petrarchismo e i sonetti di Sh. (Cosenza, Riccio, 1907);
8. G. TlRlNELLl, Venere e Adone di G. S., trad. ital. (Firenze, 1898);
9. AD. MABELL1N1, // lamento d' un amante e il pellegrino innamorato
trad. in Verso (Fano tip. letter., 1898); 10. lo stesso, / poemetti tra-
sdotti da A. M. (Bologna, Zanichelli, 1913); 11. Versioni da Sh. (al-
XX. - LETTERATURA SHAKESPEARIANA 237
cuni sonetti e liriche sparse nei drammi), in // Convegno di Milano, di
4-8-9 sett. -ottobre, 1920.
Divulgazione e influsso dello Sh. in Italia. —
Pei lavori in proposito (Morandi, Kerbaker, Scherillo, Schiavello, Bel-
lezza, Graf, ecc. ecc.), si rimanda alla già citata appendice al voi. del
Collison-Morley. — Segniamo qui gli artic. di G. S. GARGANO, Sh. e
il dovere d'Italia (in Marzocco, XI, n. 52), Ancora Sh. e l'Italia (ivi,
XII, n. 2), e un altro de LA COMPIUTA DONZELLA (Amy Bernhardy),
Schermaglia shakespeariana, nel Leonardo di Firenze, s. Ili, a. V, n. 2y
aprile-giugno 1907, pp. 214-219: del GARGANO altresì, Sh. in Italia,
in Marzocco, XXII, n. 38. Cfr. anche G. FERRANDO, Gli studi lette-
rari inglesi in Italia, in La cita britannica, di Firenze, I, 3 sett.-ottob.
1918; v. spec. pp. 259-60.
Dramma elisabettiano. — C. PASQUAL1GO, // teatro in-
glese prima di Sh., art. in Rivista europea del 1874; 2. A. R. LEVI,
Storia della letteratura inglese, cit., con larga informazione; 3. C. MARLO-
WE, La tragica storia del dottor Fausto, prima, trad. ital. di Eugenio Tu-
riello (Napoli, Golia, 1898); lo stesso, trad. con pref. e note di Pie-
tro Bardi (Bari, Laterza, 1907); 4. R. PICCOLI, Drammi elisabettiani
tradotti; voi. I, K\)d-Greene-Peele-Marlov>e (Bari, Laterza, 1914); 5. [E.
Allodoli], La duchessa di Malfi di QioVanni Webster, trad. e prefaz.
(Lanciano, Carabba, s. a., ma 1913); 6. L. GAMBERALE, // diavolo
bianco o Vittoria Corombona; La condanna di Vittoria Corombona, del
Webster, saggio di versioni (Pescara, 1916: estr. dal Nuovo convito);
7. lo stesso, Tre scene della " Duchessa d'Amalfi9 (ivi, 1916); 8. lo
stesso, Alcune scene della tragedia « Annabella e Giovanni » di John
Ford (Napoli, 1917; estr. dal Nuovo convito, 1917); 9. lo stesso, //
diavolo bianco o Vittoria Corombona, tragedia tradotta in versi (Agnone,
tip. Sammartino-Ricci, 1922): dà intero il dramma, e promette l'altro
del Webster e quello del Ford. (1).
(1) A queste opere italiane sarebbe da aggiungere il mio saggio
Shakespeare, nella Critica, XVII, nn. 3-4 maggio-luglio 1919, raccolto
poi nel voi.: Ariosto, Shakespeare e Corneille (Bari, 1921), e tradotto
in inglese ed in tedesco ; e aggiungere altresì le parecchie recensioni,
gli articoli e gli opuscoli, ai quali quel saggio ha dato occasione. Ciò
si nota per chi vorrà continuare questa bibliografia.
XXI.
UN NAPOLETANO COMMENTATORE
DI DANTE
RAFFAELE ANDREOLI
Tutti hanno o hanno avuto tra le mani il commento alla
Divina Commedia di Raffaele Andreoli, del quale da
mezzo secolo la casa editrice Barbèra moltiplica le edi-
zioni scolastiche. Senza ricorrere a superlativi compara-
tivi, il cui uso è sempre pericoloso, e senza far torto agli
altri assai pregevoli commenti danteschi che ora possedia-
mo (tra i quali rifulge quello del Torraca), è lecito affer-
mare che il commento dell* Andreoli e dei meglio condotti
per chiarezza e sobrietà, buon senso e buon gusto, e per
semplice eleganza di dettato; e che venir leggendo sotto
questa guida discreta il poema sacro è un vero piacere, un
piacere che, purtroppo, altri commentatori contrastano o
non agevolano al desioso lettore. Ma accade per questo
libro il contrario di quel che accade in altri casi, nei quali
Fautore è noto e i suoi libri non sono letti da nessuno :
qui il libro è notissimo e dell'autore non si sa nulla. Più
volte m' è stato domandato da uomini di lettere e da
n dantisti n : — Ma chi era 1* Andreoli? Conoscete notizie
di lui? — E in uno degli ultimi fascicoli del Bullettino della
Società dantesca ho incontrato queste parole : n . . . . un
XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE 239
modesto commentatore, il cui nome molto non suona, e me-
riterebbe forse di più, TAndreoli ... n (I).
Ora io non ho conosciuto FAndreoli (sebbene in una
sua lettera del 1 885, che ho dinanzi, ritrovi il mio nome,
e insieme la manifestazione del gentile proposito da lui
espresso di voler fare la mia conoscenza personale quando
fosse venuto a Napoli); ma egli era amico di miei con-
giunti e fu anche segretario particolare di mio zio Silvio
Spaventa negli anni in cui lo Spaventa resse il ministero
dei lavori pubblici. Ciò mi mette in grado, e mi fa quasi
obbligo, di scrivere questo cenno della sua vita e della
sua operosità letteraria.
L'Andreoli era napoletano, nato in Napoli il 5 otto-
bre 1823, e cominciò poeta, dando fuori a vent* anni,
nel 1844, un volumetto di novelle (2), romantiche nel con-
tenuto ma ariostesche nel trattamento dell' ottava. Erano
intitolate: // consiglio, in quattro canti, L'amor coniugale,
canto unico, L'amor supposto, tre canti, // barone, quattro
canti ; e di esse una fu da lui ristampata con lievi ritocchi
e col mutato titolo La trappola , quarant* anni dopo, tra
F imperversare della più rozza letteratura veristica, come
attestato di affetto ai vecchi modi patri (3).
Il volumetto del 1844, ora quasi introvabile (4), recava
(1) E. G. PARODI, in Bullettino eh., voi. XXV, marzo-settembre 1918,
p. 15.
(2) // Preludio di RAFFAELE ANDREOLI (Napoli, Giuseppe Barone
tipografo, 1844: in 16, di pp. 264).
(3) La trappola, novella in ottava rima (Firenze, Barbera, 1883).
(4) Ne ho trovato una copia presso il chimico signor Francesco de
Crescenzo, marito di una sua nipote, il quale ha messo cortesemente a
mia disposizione le poche carte lasciate dall' Andreoli.
240 XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE
in luogo di prefazione un sonetto, che mi piace trascri-
vere, non per merito poetico che abbia, ma perchè gio-
vanilmente autobiografico :
Passa il quarto mio lustro, e tanto appena
ancor m' avanza del paterno stento,
quanto a viver mi basta, ma con pena :
il resto, ohimè, se Y ha portato il vento.
La legge io studio amara e disamena,
ma per necessità, non per talento :
amor del bello a poetar mi mena,
né d'ostacolo alcuno mi sgomento.
Napoli, agli occhi cara, £.1 genio ingrata,
mi die la culla, ed io di tanto amore
n' ardo, che i torti dei suoi figli obblio.
Lievemente or preludo: ma se grata
sarà mia voce, quant' io pur desio,
canto trovar saprò forse maggiore.
Studiava infatti giurisprudenza, e in quella facoltà prese
la laurea nel 1847, nell' università napoletana; e si sarebbe
disposto a far 1* avvocato o P impiegato, se, dopo i casi
del 1848 (1), l'essersi trovato il suo nome unito a quello
del Settembrini nelP istruttoria pel processo della setta
I* Unità italiana, non gli avesse serrate le porte del foro
e tolto l'adito a ogni pubblico impiego.
Fu costretto dunque, nel decennio della reazione, a
campar la vita col dar lezioni private di materie legali e
di letteratura, e ad aiutarsi con lavori pei librai. Così
(1) Un suo quarantottesco sonetto contro re Ferdinando II è ristam-
pato in Cose di Napoli (che cito più oltre), p. 121. In qual modo fosse
compromesso nel processo, e il suo nome unito a quello del Settembrini
racconta egli stesso nella prefazione alla 2.a ed. del Commento.
XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE 241
tradusse nel 1853 il Manuale di diritto romano del Ma-
ckeldey e nel 1857 il Trattato del possesso del Savigny (1),
e annotò per le scuole alcuni testi di lingua (2), e altresì
una scelta di canti popolari toscani (3). Simile occasione
ebbe il commento su Dante, al quale venne sollecitato
da un libraio, avendone egli già n la materia pronta per
il lungo studio e il grande amore con cui aveva studiato
sempre il poema di Dante n. Nella prima edizione, che
fu del 1 856 (4), scriveva : " Offro al pubblico un Com-
mento, in cui profittando dell* opera di quanti mi pre-
cedettero, da Pietro figliuolo di Dante fino al Bianchi,
e sapendone a tutti il debito grado, ho pure e nella so-
stanza e nella forma posto tanto di mio, che ben posso
quanto molti altri chiamarlo un nuovo Commento " . Il lavoro
piacque ai n dantisti " napoletani, tra i quali erano allora
alcuni assai valenti è viveva ancora l'autore del Veltro,
rinnovatore o addirittura fondatore dello studio storico di
Dante, Carlo Troya : " le cui cortesi parole (scrive TAn-
dreoli, preludendo alla seconda edizione) parecchi dei
suoi amici probabilmente non hanno obliate, ed io certa-
mente ricorderò finche viva n.
(1) Manuale di diritto romano contenente la teoria delle istituzioni di
F. MACKELDEY, nuova traduzione italiana con annotazioni dell'avvo-
cato Raffaele Andreoli (Napoli, G. Pedone Lauriel, 1853); Trattato del
possesso secondo i principi di diritto romano di F. C. SAVIGNY, tradu-
zione ecc. (ivi, 1857).
(2) I fioretti di san Francesco, con note di R. Andreoli (Napoli, Pe-
done Lauriel, 1852); C. TOLOMEI, Lettere, annotate da R. Andreoli
(Napoli, 1859).
(3) Canti popolari toscani, scelti e annotati (Napoli, G. Pedone Lau-
riel, 1857).
(4) Napoli, Perrotti, 1856.
16
242 XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE
AH* avvicinarsi dei nuovi tempi, nel 1859, l'Andreoli
ebbe dal governo borbonico la nomina di ufficiale di prima
classe nel dicastero dell' Interno; ma non I* accettò per non
prestare giuramento, e in quell'ufficio entrò solo dopo il
plebiscito, nel 1 860, al tempo della Luogotenenza, quando
appartenne anche alla Guardia nazionale. Fu poi capo-
sezione nel ministero dell' Interno, a Torino e a Firenze,
e, più tardi, consigliere di prefettura a Firenze e a Na-
poli. Nel 1864 scrisse su documenti ufficiali, per inca-
rico dello Spaventa allora sottosegretario di Stato per
l' Interno, una relazione sul brigantaggio, diretta a pro-
vare che il brigantaggio attingeva forza ed alimento da
Roma, ossia dal papa e dal re Francesco II, rifugiato colà;
i quali n coi modi adoperati dall' uno per conservare e
dall'altro per riprendere la propria dominazione, non po-
tevano meglio dimostrare quanto e l'uno e l'altro avessero
meritato di perderla n. Ma non tralasciò del tutto gli studi
letterari, e compose alcuni articoli su storie e costumanze
napoletane, e alcuni versi, che poi nel 1875 raccolse in
un volumetto da offrire agli amici ( 1 ) ; e nel 1 863 fece
una riedizione del suo commento su Dante (2), con ritocchi
e con nuova prefazione.
In questa prefazione egli osserva che Dante sarà com-
( I ) Cose di Napoli, offerte ai suoi amici da RAFFAELE ANDREOLI
(Roma, tip. elzeviriana, 1 875). Contiene un bozzetto: // molo di Napoli,
del 1865; la relazione Un anno di brigantaggio; un articolo sugli Usi e
costumi napoletani del De Bourcard, del 1 866 ; alcuni capitoli di una
storia del Regno di Napoli, interrotta nel 1859; e alcuni versi italiani
e dialettali.
(2) Napoli, tip. nazionale, 1863. Se ne fece una ristampa in tre vo-
lumi a Voghera, 1864.
XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE 243
mentalo in modo sempre nuovo con lo svolgersi della vita
intellettuale, morale e civile del popolo italiano ; ed esem-
plifica questo concetto (che ha del vero, senza dubbio, ma
è colorito alquanto politicamente) con una effusione patriot-
tica e politica. " Coll'unità d'Italia sotto uno scettro costitu-
zionale si è già attuata la parte migliore del sistema di Dante;
un' altra parte non meno importante poco può tardare ad
attuarsene con la cessazione del papale dominio ; e il
commento di oggi potrebbe non servire domani, appunto
come quello di ieri non fa più per oggi. Tanto che Italia
vivrà, converrà ben lasciarla in molta parte commentare il
suo poema da se. Io credo che la lupa di Dante da nes-
suno sia stata dichiarata meglio che dall' Antonelli (1/
cardinale), e dal Merode; e che fra tanti spositori del
Veltro, che la caccerà per ogni villa, nessuno lo abbia
interpetrato meglio di Vittorio Emmanuele n.
Alcuni anni dopo, Gaspare Barbèra, volendo arricchire
di un Dante con commento la sua Collezione scolastica,
domandato in proposito parere a Domenico Carbone, ebbe
da costui T indicazione del lavoro dell' Andreoli, n il più
bel commento moderno che si possegga n (I); ed egli l'ac-
colse nella sopradetta collezione nel 1870 e lo ristampò
molte volte non senza qualche ritocco introdottovi dall'au-
tori (2), e, come si è detto, si ristampa ancora dalla sua
casa in edizione stereotipa (3).
Era l' Andreoli nel 1 873 consigliere di prefettura a Na-
(1) Annali bibliografici del Barbèra (Firenze, 1904), p. 301.
(2) 11 quale die fuori anche un fascicoletto di Appunti su Dante
{Roma, libr. Manzoni, 1878).
(3) Ho innanzi la ristampa del 1918.
244 XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE
poli, quando lo Spaventa, — che già l'aveva avuto presso
di se nel 1861 nel periodo della luogotenenza e di nuovo
a Torino nel 1 863-4, e ne aveva sperimentato la probità
e la capacità grande, — divenuto ministro dei lavori pub-
blici, gli scriveva (Roma, 18 luglio 1873): "Caro An~
dreoli, Avrei bisogno di te. Senza un uomo che ti somi-
gli, il mio carteggio particolare non va. Vorresti tu venire
in Roma in missione presso di me ? Serberesti il tuo posto
in cotesta prefettura. Io non potrei offrirti che le inden-
nità d'uso. Rispondimi subito. Tuo S. Spaventa ". L'An-
dreoli accettò, e per quasi tre anni, cioè fino al famoso
18 marzo del 1876, fu capogabinetto dello Spaventa. Il
quale rimase sempre teneramente ricordevole di lui e non
cessava dal lodare e dal rimpiangere quel collaboratore,
che ™ gli leggeva nel cervello n (come soleva dirmi), in-
terpetrando il suo pensiero a perfezione e traducendolo
nelle limpide lettere che sottometteva alla sua firma.
Ma il 18 marzo, che segnò la catastrofe della Destra,
fu anche in certo modo la catastrofe dell' Andreoli, uomo
di Destra e fedelissimo a quel partito, in un tempo in cui
l'adesione a un partito era effetto di profondo convinci-
mento e formava impegno d'onore. Egli fu balzato subito
dal ministro Nicotera, partigiano e vendicativo, in piccole
residenze di provincia; e a queste vicende allude nella
prefazione al suo Vocabolario napoletano, dove scrive con
amaro sarcasmo : "... quando le bieche ire di parte mi
condannarono alla solitudine ed al letargo di una remota
e meschina residenza, ingannai col più geniale lavoro della
compilazione di quest'opera gli ozi a me fatti da tutt'altri
che un Dio w.
Dimorò, tra l'altro, parecchi anni, per ragioni di ufficio,
XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE 245
nella riviera ligure , a Oneglia e a Porto Maurizio ; e
dei luoghi di quella riviera cercò le memorie storiche, e
compose e die fuori nel 1878 la Storia di San Remo (1),
e nel 1881 una storia di Oneglia (2), ed egli celiava,
in un sonetto rimasto inedito, su questa piccola città, sul
cervello dei suoi uomini che però han poca voglia di la-
vorare, sulle piacenti e gentili sue abitatrici dalla lingua
aguzza, e concludeva :
Io le vo' bene a questa leggiadretta,
ed essa me ne volle almen quel giorno
che nome a me di cittadin suo diede.
Nella mia gran città riporre il piede
io pur dovrò; ma a te, mia piccoletta,
so che spesso il mio cor farà ritorno.
In altri suoi versi, che hanno sapore quasi di cosa quat-
trocentesca, si diverte a fare un vivace e grazioso boz-
zetto della spiaggia di Porto Maurizio :
Quando a bagnarmi son entrato in mare,
v' erano sette tra donne e donzelle,
giovani tutte e quasi tutte belle;
e facevano un chiasso, un diavolio,
che dubitai contro Anfitrite irata
si fosser le Nereidi ribellate.
Quale ad un'assicella era aggrappata,
qual de' sugheri avea sotto l' ascella,
e tal due zucche accosto alle mammelle... (3).
(1) Storia di San Remo, brevemente narrata da RAFFAELE AN-
DREOLI (Venezia, stab. Antonelli, 1878).
(2) Oneglia avanti il dominio della casa di Savoia (Oneglia, tip. di
Gio. Ghilini, 1 88 1 ) : con ritr. dell'autore.
(3) Bagno di mare, Porto Maurizio, 1885.
246 XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE
Die fuori anche in quel tempo una traduzione del Can-
tico dei cantici (1) e un volumetto d'istituzioni lettera-
rie (2); ma il lavoro principale, a cui allora attese, fu il
Vocabolario napoletano-italiano, del quale aveva concepito
1* idea sin da prima del 1 870, dimorando come consigliere
di prefettura in Firenze, e aveva raccolto colà gran
parte del materiale. n La mia salute è buona (scriveva
a un amico (3) da Porto Maurizio, 29 dicembre 1 885),
ed io ne profìtto per dare le ultime cure al mio Voca-
bolario napoletano-italiano, frutto di parecchi anni di un
vero lavoro di benedettino. Esso è già bello e terminato
e non mi resta che rileggerlo e farvi gli opportuni ritoc-
chi. Fra tre o quattro mesi al più tardi, esso sarà pronto
per la stampa, la quale però non potrà aver luogo che
costà e sotto i miei occhi. Stampato che sia, canterò con
Simeone : Nunc dimitte servum tuum, Domine ; perchè mi
parrà di aver fatto quel poco (pochino davvero), che po-
tevo fare per il mio Paese n.
Il Vocabolario (4), stampato presso il Paravia, venne
in luce nel 1887 (5). Ed è una delle migliori, e forse
senz'altro la migliore, attuazione dell' idea manzoniana dei
vocabolari dialettali indirizzati a favorire in Italia la for-
ti) // cantico dei cantici, recato in versi da RAFFAELE ANDREOLI
(Oneglia, Ghilini, 1884).
(2) Nozioni fondamentali dell' arte del dire, proposte agli insegnanti
da RAFFAELE ANDREOLI (Firenze, Barbèra, 1888.
(3) A mio zio, signor Raffaele Ferrarelli.
(4) Vocabolario napoletano-italiano, compilato da RAFFAELE AN-
DREOLI (Torino, Paravia, 1887 : in 8.° gr., pp. XI-805). Porta in fronte
la dedica : « Alla mia città natale — questo istrumento d'italiana coltura —
umile pegno dell' amor mio — consacro ».
(5) L' edizione fu fatta a spese dell' autore in tremila copie.
XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE 247
mazione dell* unità della lingua. L'Andreoli aveva, circa
la lingua italiana, un concetto non certo profondo e filo-
sofico, ma praticamente di buona efficacia : che cioè alla
perizia in essa concorrano 1* uso vivente fiorentino e la
conoscenza dei buoni scrittori (I), o, come scrisse nella
prefazione al Vocabolario, che n la lingua italiana è l'i-
dioma fiorentino, regolato, rimondato, ed arricchito dai
buoni scrittori di tutta la nazione n. Con questo tempe-
rato manzonismo, studiò assai il parlare fiorentino " in più
anni di stabile e studiosa dimora nella cara Firenze n ; e
col suo lavoro lessicografico ebbe V intento n di aiutare i
suor compaesani a tradurre il dialetto napoletano in buona
e viva lingua italiana tt. E gran peccato che questo Vo-
cabolario, in cui alla sicura conoscenza dei vocaboli na-
poletani si unisce la non meno sicura conoscenza degli
equivalenti toscani o italiani, e che può prestare ottimi
servigi, sia, da più anni, affatto esaurito in commercio.
Allo stesso amico, a cui è diretta la lettera riferita in-
nanzi, FAndreoli scriveva (23 ottobre 1885): n ...Penso
che ho terminato i miei venticinque anni di servizio o ser-
vitù che si voglia dire, e che con lo spirare del prossimo
dicembre terminerò pure il triennio del mio ultimo stipen-
dio. Il 1886 mi troverà dunque pensionabile, se non pen-
sionato ; ed è già un gran che per chi non aspira ad altro
che al riacquisto della sua libertà n. Ottenne in effetto,
nel luglio del 1887, il collocamento a riposo; e se ne
tornò nella sua città natale. Dove visse presso che soli-
tario, visitato da qualche raro e vecchio amico; e vi morì
quattro anni dopo, il 28 giugno 1891.
(1) Nozioni cit., p. 57.
248 XXI. - UN COMMENTATORE DI DANTE
Dalle notizie che sono venuto offrendo della vita e delle
opere dell'Andreoli esce chiara, a me sembra, la fìsono-
mia di questo caro e modesto uomo, che si chiamava da
se stesso " dilettante n, e nondimeno fu il contrario del
dilettante, perchè la vita sua e tutti i suoi lavori si mo-
strano informati a un unico concetto, a quel concetto di
cultura ed educazione nazionale, che era 1' anima della
scuòla liberale moderata italiana. Da quel pensiero nacque
il commento al nostro maggior poeta ; da quello, le storie
delle piccole terre d* Italia ; da quello, infine, ¥ opera del
vocabolario educatore, che sollevasse dal parlare plebeo
al parlar colto, dallo spirito dialettale allo spirito nazio-
nale. Il suo commento a Dante è da oltre sessant* anni
sussidio all'agevole intendimento di quella poesia; il vo-
cabolario è stato consultato e adoperato con frutto, e
potrà giovare ancora se sarà rimesso in circolazione.
Quanti scrittori, di assai maggior fama di lui, possono
vantare un'efficacia, benefica e tangibile, pari alla sua?
INDICE DEI NOMI
Alagno (cT) Lucrezia, 21-27.
Albergato V., 61.
Alfonso d'Aragona, re di Napoli,
21-27.
Altamura S„ 187.
Andreoli R., 193, 238-47.
Angaran O., 71.
Apollonia, 99.
Aquino (d*) T., principe di Casti-
glione, 146.
Aranda (conte di), 164.
Aragonesi (principi) di Napoli ,
113-4.
Ardenti (degli) accademia, 3, 20,
Ariosto G., 74-5.
Ariosto L., 11, 74-82, 115.
Ariosto 0..74-82.
Ariosto V., 75.
Aristotile, 13, 77, 78.
Ayrer, 122.
Ascalona (di) duca, viceré di Na-
poli, 138, 139.
Auriemma L., 87.
Azzia (d') G. B., marchese della
Terza, 44, 46.
Balzac, 190.
Balzo (del) R„ principe di Ta-
ranto, 2 1 .
Barbaro E, 9, 10.
Barbèra G., 243.
Barotti G. A., 74, 75.
Basile G. B., 94.
Basile Marzia, 93-106.
Belisa Larissea : v. Pignone del
Carretto I.
Bellarmino R., 66.
Bembo P., 12, 14.
Benavente (di) conte, viceré di Na-
poli, 102.
Benenato C, 29, 33.
Bernhardt Sara, 210.
Besso M., 73.
Bidera G. E., 188.
Bisento (de) B., 29.
Boccaccio G., 1 1 .
Boglio G., 21.
Bonghi R., 113.
Bongo P., 83, 84, 87, 88.
Borbone (di) Conestabile, 5.
Bourcard (de) E., 191-2.
Bourcard (de) F., 187-99.
Brancaccio G. C., 39. 44-6.
Brancaleone F., 31, 44.
I nomi che appaiono nella Bibliografia shakespeariana, a pp. 228-37 del volume,
non sono trasfusi in questo indice.
250
INDICE DEI NOMI
Broschi C, 167.
Bruni A., 44.
Bruno G., 33, 60, 108-9, 122.
Bucca T., 45.
Bucchis (de) A., 44.
Buccino A. : v. Caracciolo A.
Buccino Luisa, 213.
Bulifon A., 143-45.
Buonafede A., 64-66.
Cacciatore L., 45.
Caffarello: v. Maiorana G.
Callisto V. papa, 25.
Canevari A., 50.
Cantelmo R., duca di Popoli, 1 42,
147-48.
Capasso N., 35, 141.
CapeceG., 14 1,146, 148,150,151.
Capece S., 14, 39.
Capua (di) G. T., 15-16, 44.
Capua (di) A., duca di Termoli, 5.
Capua (di), principe della Riccia,
132, 134.
Caracciolo A., 44.
Caracciolo A., principe di Melis-
sano, 210-20.
Caracciolo F., 44.
Carafa A., generale, 139.
Carafa F., marchese di S. Lucido,
38, 44, 46.
Carafa G. B., 14.
Carafa M., 132, 133-34, 145.
Carafa T., 132, 140, 141, 150.
Cardia V., 130.
Carani L., 64.
Caravaggio (da) P., 112.
Carbone D., 243.
Carlo di Borbone, re di Napoli,
158, 162.
Carlo II, re di Spagna 148.
Carlo V, imperatore, 1.
Carlo Vili, re di Francia, 55.
Carlotta di Borbone, principessa
del Brasile, 170-71.
Carolina, regina di Napoli, 163.
Carretto (del) F. 6., ministro, 194.
Carriola (della) G., 93-106.
Casanova G., 169.
Castagna N., 191.
Castaldo A., 38-39, 45.
Castelvetro L, 62.
Castiglione B., 12.
Castrovillari (di) duca, 6.
Catullo, 129.
Cecchi Prudenza, 99.
Celere D., 84-87.
Cesareo (di) duca, 194.
Charlet, 190.
Christ W., 93 n.
Cialdini E., 192.
Cirillo G. P., 136, 153, 154,
158-60, 186.
Cocco P., brigante, 201-204.
Cocceij, barone, 165.
Coccio di Fano, 64.
Collenuccio P., 4-5.
Collison Morley L., 221-22.
Colombier Marie, 210, 213, 217,
218.
Colonna F., 5.
Colonna P„ 5.
Colucci R., 191.
Conca G. B., 44.
Cortese G. C, 94.
Consalvo di Cordova, 28.
Coppola L., 188.
Corenzio B., 50.
Cossovich E., 188.
Croce B., 71, 73, 237.
Curz L., 7-8.
Dalbono C. T., 188, 192.
Dante, 11-13, 225, 238-47.
Dentice L., 39, 44, 45, 46.
Domenichi L., 64.
Donato, grammatico, 35.
Doria A., 14.
Duclère T., 187.
Elze Th., 117.
Emili (d*) E., 64.
Enrico VI, imperatore, 54.
INDICE DEI NOMI
25 1
Erasmo da Rotterdam, 58-73.
Eslava (de) A., 1 12.
Falco (di) B., 1-20, 32.
Faria (di) marchese, 170.
Farinello : v. Broschi C.
Fausto da Longiano, 64.
Federico II, re di Prussia, 165.
Ferdinando IV, re di Napoli, 51,
52, 57.
Ferdinando II, re di Napoli, 194.
Fergola, generale, 192.
Ferrante I d'Aragona, re di Na-
poli, 5.
Ferrarelli G., 150.
Ferrari G., 128, 137.
Filangieri C, 37.
Filelfo F., 24.
Filippo II, re di Spagna, 46.
Filippo V. 138-39.
Flamini F., 58.
Flavio G. P., 44, 46.
Folengo T., 58.
Fonseca (de) Pimentel Eleonora,
170-178.
Franco N., 59,60.
Gagliano (di) A., 14.
Galiani F„ 35.
Gambacorta, principe di Macchia,
146.
Garzoni T., 60.
Gatti, litografo, 190.
Gazzella G. B., 44-45.
Gentile C., 200-209.
Gentile D., 136 n.
Genoino G., 56.
Genovesi A., 186.
Gesualdo C., 14*
Gesualdo F., 14.
Gioberti V., 226.
Giovane (del) G. D., 44.
Giovanna I, regina di Napoli, 55.
Giovanni d'Angiò, 26-27.
Giovio P., 60.
Giovo N., 155.
Giraldi Cintio G. B., 76.
Giudice, principe di Cellamare, 1 42.
Goethe, 161.
Goldbeck, 91.
Goyzueta (de), duchessa di Luscia-
no, 162-63.
Goyzueta (de) F., 162-69.
Gonzaga Giulia, 14.
Grandville, 190.
Granito A., 139.
Gravina P., 31.
Grineo, 66.
Guarniero M., 96-97.
Gundolf F., 222-23.
Incogniti (degli) accademia, 3, 4, 20.
Janin J., 190.
Karr A., 190.
Krug W. T., 90-91.
Landau M., 149, 150.
Landino C., 12.
Landò O., 61.
Latouche, ammiraglio, 1 77.
Lauro P., 62-64.
Lauzières (di) A., 188.
Leoniceno N., 59.
Leopoldo, imperatore, 148.
Lorenzini F., 154.
Lombardi M., 191.
Lucchesi G., 50.
Luciano, 60, 72-73.
Machiavelli N., 12.
Maiorana G., 184 n.
Malatesta S., 21.
Manzoni A., 223.
Maramaldo F., 6.
Mackeldey, 241.
Maiello C., 141-42, 146-48, 151.
Maio (marchese) 194.
Malinconico N., 50.
Maria (de) F., 50.
Maria Teresa, imperatrice, 167.
252
INDICE DEI NOMI
Maria Tudor, reg. d'Inghilterra, 46.
Maldacea B., 4.
Margherita d* Angiò, 1 09- 1 1 0.
Mariconda A., 39, 44, 46.
Marino G. B., 64-65, 66.
Martorano B., 14.
Masaniello, 56.
Mastriani F., 187, 189.
Mazzacane G. C, 128-29.
Mazzini G., 221, 223.
Metastasio P., 166.
Medinaceli (di) duca, viceré di Na-
poli, 142, 147.
Meissonier, 190.
Meursio G., 88.
Miguel (don) di Braganza, 171.
Mirelli G. , principe di Teora ,
214-16.
Mocenigo Z., 164.
Monnier Marco, 52.
Monti (delli) P., 44.
Morhof D. G., 88-90.
Mura (de) F., 50.
Muscettola G. F., 39, 44, 45, 46.
Museo : v. £%Caldacea B.
Napoletani, 111.
Napoli (mal di), 111.
Neri F., 116, 117.
Nicolai D., marchese di Canneto,
185-86.
Nicotera G., 243.
Nodier C., 190.
Novali F., 93-94, 98.
Nulli S. A., 222-26.
Omero, 13, 225.
Orgitano G., 188.
Orsini (card.), 133.
Osio T., 88,
159.
Pacifico O., 155
Pagano M., 128.
Palizzi F., 187, 189.
Palle (delle) S., 39.
Palmieri D., 194.
Pansini S., 133.
Parthenio : v. Falco (di) B.
Palizzi N., 187.
Pastore R., 68, 70.
Penello S„ 64.
Persio A., 61.
Petrarca F., 11.
Petruccelli della Gattina F., 191.
Petrucci, 1 1 5.
Picone T., 30.
Pigna G. B., 74-82.
Pignatelli G. B., 44.
Pignone del Carretto Isabella, du-
chessa d'Erce, 153-61.
Pinto, conte, 168.
Pio A., 64.
Pisanti F., 187.
Pitagora, 90.
Platen (di) A., 161.
Platone, 13, 16.
Polese F., 71-72.
Pontano G., 31.
Possevino, 66.
Pulci L., 11.
Quercia F„ 188.
Regaldi G. 188.
Renata di Francia, duchessa di
Ferrara, 63.
Renato d* Angiò, re di Napoli, 1 09.
Ricci A. M., 67.
Ricoveri (da) M., 39, 45.
Rocca (fam.), 123-36.
Rocca D., 126-27.
Rocca F., 127, 128, 134, 135.
Rocca G., 123-5.
Rocca Giulia, 128-31.
Rocca C. A., 127.
Rocca G. O., 125.
Rocca G., generale, 125.
Rocca O., 136 n.
Rocca P., 64.
Rocca S. 127, 128, 132-36,
Rocco E., 188.
Romano A., 44.
Rota B., 44, 45.
INDICE DEI NOMI
255
Ruscelli G., 81.
Ruspoli B. 212.
Russo F., 94 rx,
106
Salazar L., 211, 217.
Salernitano G. L., 39, 45.
Salerno (da) A., 50.
Sanctis (de) F., 221 226.
Sangro (di) C, 146, 148, 150, 151.
Sangro (di) P.. 39.
Sannazaro I., 11-12, 31.
Sanseverino F., principe di Saler-
no, 19.
Santacroce, cavaliere, 168.
Santori G. A., card., 3 1 .
Sarmento S., 33.
Savigny F., 241.
Saxen-Hildburghausen (di) princi-
pe, 166.
Scaglione Lucrezia, 14-15.
Scala F., 115.
Scoppa G., 33.
Sereni (dei) accademia, 3,20,38-47.
Settembrini L., 240.
Severino G. A., 44.
Severino V., 44.
Sgruttendio F., 94.
Shakespeare, 107-22, 221-37.
Siciliano L., 50.
Sidicino : v. Zompa (di) L.
Sigismondo, imperatore, 23-24.
Siracusa (di) contessa, 215.
Soardino P., 44.
Somma G., 191.
Sompano : v. Zompa (di) L.
Spaventa S., 239, 242, 243.
Spera G., 29.
Spinelli V., principe di Tarsia,
156-58.
Stetler, 214-16.
Stosch, bibliotecario, 168.
Tansillo L., 58.
Tanucci B., 1 63.
Tartaglia, ccndottiere, 21.
Tasso T., 75.
Tesi Vittoria, 166-67.
Tieck L., 120, 161.
Toci E., 71, 73.
Toledo (di) Pietro, viceré di Na-
poli, 2, 3, 19, 38.
Tolosa P., 44.
Torelli G., 191.
Torraca F., 238.
Trinculo, 117-19.
Trivulzio G. G., 19.
Troya C„ 241.
Tufo (del) G. B„ 118.
Tuttavilla, conte di Sarno, 5, 17-18.
Ulloa P., 184.
Usener H., 92.
Valdés (di) G., 8.
Valeriani G., 191.
Valletta G., 143.
Vannetti C., 71-72, 73.
Vargas Machuca F„ 48.
Vega (de la) G., 48.
Velardiniello, 93-94 n.
Ventresca, brigante, 201-204.
VicoG. B., 123-152,156, 158-60,
225.
Villano F., 39, 44, 45.
Voltaire, 165.
Vopisco L., 44.
Warburton, 114, 115.
Wieland, 161.
Wolff, 115.
Zompa (di) L. A., 18, 28-37.
Zumbini B., 58.
INDICE
I. Il primo descrittore di Napoli — Benedetto di Falco . . 1
il. L'amorosa storia di Madama Lucrezia in un* inedita cronaca
quattrocentesca 21
III. La tomba del grammatico Sidicino 28
IV. L'accademia dei Sereni . 38
V. I Seggi di Napoli 48
VI. Sulle traduzioni e imitazioni italiane dell' « Elogio » e dei
« Colloqui » di Erasmo 58
VII. Postille manoscritte di Orazio Ariosto ai «Romanzi» del
Pigna 74
Vili. Libri secenteschi sui misteri dei numeri 83
IX. Giovanni della Carriola e la sua « Storia di Marzia Basile » 93
X. Shakespeare, Napoli e la commedia napoletana dell'arte. 107
XI. G. B. Vico e la famiglia Rocca 123
XII. G. B. Vico e la congiura di Macchia
XIII. Gli scrupoli di Belisa Larissea 153
XIV. Il viaggio per l'Europa di un gentiluomo napoletano nel
1774-76 162
XV. Un oratorio inedito di Eleonora de Fonseca 1 70
XVI. Il « Seminarista calabrese » 179
XVII. Una visione dell'ultima Napoli borbonica 187
256 INDICE
XVIII. Versi di un pastore abruzzese 200
XIX. « Courte et borine » 210
XX. La letteratura shakespeariana in Italia 221
XXI. Un napoletano commentatore di Dante — Raffaele An-
dreoli 238
Indice dei nomi 249
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